I tedeschi sono un popolo strano, talmente strano che esiste una sorta di manualistica sull’interazione con loro, sulle comparazioni tra la loro cultura e le altre, sulle loro particolarità sociologiche. Un piccolo numero di pubblicazioni non accademiche ma divulgative e popolari, raggruppabili sotto la definizione di “Germans for dummies”, mettiamola così.
Siccome il tema mi interessa particolarmente, come forse qualche abbonato ai miei feed avrà vagamente notato, mi sono procurato Italiani e tedeschi: Aspetti di comunicazione interculturale, di Donatella Brogelli Hafer e Cora Gengaroli-Bauer (Ed. Carocci, disponibile su Amazon), due italiane stabilmente residenti in Germania che promettono, attraverso questo piccolo (e costoso: 21 Euro) saggio, di interpretare e spiegare i differenti punti di vista sui vari contrasti tra la società italiana e quella tedesca, e quindi di fornire le basi per il superamento dei reciproci pregiudizi.
Data la mole di letture arretrate e il tempo che scarseggia, sto dedicando a questo libro solo i dieci minuti che quotidianamente passo in metropolitana per andare al lavoro, quindi mi occorrerà un po’ di tempo per leggerlo tutto, ma mi piacerebbe comunque comentarlo qui capitolo per capitolo.

Devo dire che le premesse non lasciano presagire molto di buono, o di oggettivo, siccome già dal primo capitolo traspare un vago pensiero di fondo secondo cui l’Italia sarebbe un posto migliore se si germanizzasse un po’. Infatti, nel paragone delle caratteristiche, abitudini e tradizioni delle due società, le autrici si concedono un po’ di durezza in più, e a volte anche leggera canzonatura, nei confronti del nostro paese. La sensazione iniziale è che il libro, sebbene opera di due autrici italiane, sia l’espressione di un punto di vista tedesco sui rapporti tra le due società. Oppure, se deve essere considerato come punto di vista italiano, sembra quello di una posizione minoritaria autoinflitta, e la cosa mi fa storcere il naso.
D’altro canto, senza rendersene conto, Brogelli e Gengaroli si tradiscono su qualcosa di molto importante che riguarda il popolo germanico: insistendo particolarmente sull’impazienza tedesca per certe caratteristiche della società italiana, e utilizzando molto frequentemente espressioni del tipo “…e questa cosa fa innervosire i tedeschi”, ammettono in maniera evidentemente inconsapevole ciò che tutti quelli che hanno dimestichezza coi tedeschi si dicono in privato ma che, per correttezza politica, non affermano mai nel pubblico, e cioè che sono un popolo insofferente e facilmente incline all’aggressività, se visto come società e non come somma di individui.

Il primo capitolo entra subito nel vivo toccando il punto più dolente del rapporto tra italiani e tedeschi: il concetto di tempo e tutto ciò che ne consegue (la puntualità, l’ottimizzazione del tempo, il suo utilizzo ecc.). Vengono definiti due rapporti con lo scorrere del tempo distinti per ognuna delle due società: monocronia per i tedeschi e policronia per gli italiani, ovvero il tempo suddiviso in compartimenti stagni in un caso, fluido e aperto nell’altro caso.
I tedeschi sono monocronici in quanto hanno bisogno di affrontare lo scorrere del tempo suddividendolo, scomponendolo e assegnando a ogni suo segmento una precisa funzione o pianificazione, senza riversamenti tra un segmento e l’altro. Gli italiani invece sono policronici in quanto intendono il tempo come una serie di vasi comunicanti dalla capacità non ben definita, il cui contenuto può spostarsi alla bisogna e mescolarsi. La conclusione è che per i tedeschi è bene sapersi occupare di una sola cosa per volta e portarla a termine entro i termini previsti, ed è male dedicarsi a più cose contemporaneamente, mentre per gli italiani è vero esattamente il contrario, siccome percepiscono rigidità improduttiva laddove si è incapaci di gestire più cose allo stesso tempo.
Dal punto di vista dell’efficienza sembrerebbe quello tedesco il modello vincente, ma ha una controindicazione su cui le due autrici del libro tacciono. La gestione del tempo così rigida e irregimentata è responsabile di una caratteristica della società tedesca che viene presto notata da chi vi entra in contatto: l’incapacità di affrontare gli imprevisti, di fronte ai quali i tedeschi pretendono di andare avanti con il programma prestabilito o applicare le procedure standard, e quindi, quando non vanno letteralmente in tilt, creano situazioni che agli italiani appaiono strane e insensate. Non parlo certo di grandi imprevisti come catastrofi naturali o fallimenti di aziende, la cui gestione riguarda di più il campo della prudenza e della preparazione, cose in cui i tedeschi sono attentissimi. Parlo invece dei piccoli imprevisti della vita quotidiana: un’appuntamento mancato, un ritardo, un cambio di programma, imprevisti lavorativi, un’improvvisata. In un commento a un post precedente ho citato un’episodio (realmente accaduto) in cui l’amica tedesca si è offerta di dare un passaggio in macchina a fine serata, ma solo fino a casa sua, poi si è dovuto proseguire a piedi per un tratto che in macchina le avrebbe rubato cinque minuti comprensivi del ritorno. È un esempio straordinario di questa incapacità di reagire ai piccoli cambiamenti di programma o a qualunque accidente che dall’esterno intervenga a minacciare l’ordine dei segmenti in cui il tempo viene minuziosamente organizzato: lei aveva programmato di essere a casa alla tot ora, percorrendo tot chilometri lungo tale percorso, e nonostante la sua tabella di marcia successiva non prevedesse altro che starsene a casa e infilarsi nel letto, da ciò non l’hanno smossa nemmeno quelle che per noialtri sono le più elementari norme di cortesia tra amici.
Al contrario, la gestione italiana del tempo appare completamente inefficiente agli occhi tedeschi, e per molti versi lo è, ma conferisce la capacità di saper modellare procedure, programmi e pianificazioni attorno a qualsiasi imprevisto.
Il mio parere al riguardo è che entrambe le gestioni del tempo siano, nelle loro rispettive metà campo, efficienti e inefficienti per aspetti diversi e speculari, e che il problema si crei quando devono interagire o intrecciarsi. Qui a Francoforte si trova la sede tedesca di una grande multinazionale italiana (una delle più importanti nell’industria alimentare, non dico il nome ma è facile da capire, via…) dove lavorano sia italiani che tedeschi. Ebbene, a tutti i neoassunti viene fatto un breve training sul concetto di tempo nelle due diverse società, onde evitare che ai dipendenti tedeschi venga un travaso di bile per ogni meeting che comincia con dieci minuti di ritardo, o che a quelli italiani venga la cosiddetta “ansia da appuntamento” sapendo che qualcuno può avere un travaso di bile se un meeting non comincia puntuale.
La vita sociale, che molto spesso inciampa in imprevisti e casualità, a parer mio risente delle rispettive gestioni del tempo, e soprattutto della capacità o meno di cambiare programma o gestire più programmi allo stesso tempo.

Ho trovato interessante la piccola parte del capitolo dedicata al rapporto tra tempo e silenzio, e alla dinsinvoltura con cui i tedeschi affrontano lunghi silenzi anche in compagnia di qualcuno, mentre per gli italiani si tratta di situazioni imbarazzanti in cui si sforzano di trovare qualcosa da dire pur di non rimanere muti. L’ho trovata interessante in quanto osservazione simile a quella fatta da me tante volte, ma purtroppo al riguardo, come per molte altre cose, Brogelli e Gengaroli sono estremamente parche di analisi e si limitano solo ad elencare questa tra tutte le altre particolarità che rendono contrastato il rapporto tra italiani e tedeschi.

Il fatto è questo: ho deciso di iscrivermi all’AIRE, l’anagrafe degli Italiani residenti all’estero. Vivo in Germania da cinque anni, e quindi starei violando la legge, siccome l’iscrizione all’AIRE è obbligatoria per le residenze all’estero che si protraggono oltre i dodici mesi. La mancata iscrizione però non comporta alcuna sanzione. Semplicemente, il consolato iscrive d’ufficio l’italiano sgamato a vivere stabilmente nella regione estera di competenza, e morta lì.

L’iscrizione mi porterà pochi benefici e un bel po’ di problemi. Ad esempio, non so come dovrò gestire la proprietà della Citroen che tengo parcheggiata nel cortile dei miei a Napoli, e che mi serve in maniera pressocché vitale quelle volte che scendo giù, mentre qui a Francoforte faccio volentieri a meno di una macchina, tra mezzi pubblici che funzionano discretamente e un servizio di car sharing efficientissimo e poco costoso. Non credo proprio che la Citroen e tutto quello che la riguarda (tasse, assicurazione…) potranno continuare a fare riferimento a una residenza italiana che burocraticamente non esisterà più, ma probabilmente dovrò reimmatricolare la macchina a Francoforte, la qual cosa significherebbe doverla portare qui fisicamente, cosa che non voglio. Senza tralasciare poi il fatto che il rigore eccessivo e la persecutoria pedanteria con cui la motorizzazione tedesca nega la revisione biennale per dettagli ridicoli (per dire: revisione negata a mio cognato perché il contenitore del liquido lavavetri non era pieno) comporterebbe un inasprimento della mia insofferenza verso la rigidità dei tedeschi, insofferenza che già  fatico a gestire. E io devo tenere basso il numero delle occasioni in cui sono sottoposto alla loro pedanteria, per il bene mio e loro.
Poi ci sarebbe la questione della patente di guida, che dovrà essere convertita in quella tedesca. Appartengo all’ultima generazione per la quale la patente è ancora equiparabile a un documento di identità, perciò ci sarebbe da affrontare lo shock di avere un documento di identità rilasciato da un ente tedesco, che farebbe di me ex-expat e neo-emigrato, la qual cosa mal si concilia con il mio bisogno psicologico – nonostante i cinque anni di esilio – di sentire un piede ancora poggiato sul sacro suolo partenopeo.

Perderò inoltre l’assistenza sanitaria in Italia, che si ridurrà all’assistenza minima come quella garantita a qualsiasi altro cittadino comunitario. Non sarò più paziente del mio medico di base che, come per la maggior parte degli Italiani, è il medico storico che conosce a menadito i dettagli dei miei trascorsi clinici. È il medico, per intenderci, con cui mi siedo nel suo studio e mi prendo tutto il tempo per porre una serie lunghissima di domande, mentre le visite mediche a Francoforte si svolgono più o meno come quelle del famoso Medico della Mutua dopo che fu arrivato a tremila mutuati (lo so che si fa fatica a credermi, e qualcuno mi ha accusato di dire balle, ma la mia ultima visita dalla dermatologa a Francoforte è durata quaranta secondi – li ho contati – in cui non è stato risolto un problema poi preso in carico con successo e soprattutto attenzione da un dermatologo di Napoli). Qui si dovrebbe aprire un discorso delicato sulla presunta efficienza del sistema sanitario tedesco, ma sarò breve: mi pesa rinunciare all’assistenza sanitaria pubblica italiana, che soffre per infrastrutture carenti, gestione disastrosa e mancanza generale di soldi, ma gode di personale medico preparatissimo e dall’approccio decisamente più umano. Usufruire della sanità pubblica italiana in veste di contribuente tedesco è però tecnicamente uno scrocco ai danni dei miei concittadini, volendone fare una questione morale da utilizzare come compensazione per il disagio della rinuncia.

Tornando alla questione del piede poggiato sul sacro suolo partenopeo, perderò il diritto di voto alle elezioni comunali, provinciali e regionali potrò continuare a votare per il comune del mio ultimo domicilio italiano, ma non da Francoforte come per le elezioni politiche, bensì dovendomi recare al seggio elettorale come qualsiasi napoletano lì residente, come se uno avesse voglia di programmare le proprie vacanze in terra natia a seconda delle elezioni comunali. Siccome già adesso, da non iscritto, posso votare per le comunali solo recandomi in seggio a Napoli, l’iscrizione all’AIRE non mi comporta vantaggi né svantaggi. Semplicemente non cambia nulla sulla modalità di partecipazione al voto amministrativo: rimane il caso anomalo in Europa occidentale di non poter votare dall’estero, AIRE o non AIRE.

E i vantaggi?

Potrò votare alle elezioni politiche italiane comodamente a Francoforte come elettore della circoscrizione Estero, e procurarmi più facilmente un nuovo passaporto, che non mi sarà più rilasciato da alcun ente locale italiano ma dal consolato di Francoforte.

Ho scaricato i moduli per l’iscrizione all’AIRE e ho scoperto con sorpresa che è possibile iscriversi per posta, ma la sorpresa si è infranta come si infrange un’onda sugli scogli fetenti e pieni di munnezza della Vigliena di San Giovanni a Teduccio allorquando scopro che vogliono allegato anche un atto di nascita, il quale ovviamente è rilasciato dal mio comune di nascita che Google Maps attesta trovarsi esattamente 1443 chilometri lontano da Francoforte con tanto di arco alpino in mezzo. Colpa mia, chi non si allontana mai da casa senza un atto di nascita in tasca?
Scopro quindi che la leggenda che tutti gli expat e gli emigrati mi hanno sempre raccontato è reale e corrisponde a fatti concreti: qualunque interazione con un consolato italiano all’estero, anche la più piccola come lo scaricarsi dei moduli dal sito per un’iscrizione anagrafica, ha il sapore e il profumo di una burocrazia antiquatamente e stupidamente contorta.
Mi spiega qualcuno che senso ha richiedere di allegare documentazione di difficile reperibilità quando la legge impone al consolato di iscrivermi d’ufficio alla sola notizia della mia residenza in Germania?
Teoricamente, invece di tutti ‘sti moduli, atto di nascita, fotocopie di documenti, io potrei mandargli solo un’email in cui dico “ok, mi avete sgamato, vivo a Francoforte dal gennaio del 2008”, e loro dovrebbero iscrivermi.
E io adesso come me lo procuro un atto di nascita?
E per cosa, poi? Per delle elezioni politiche a cui per scelta non partecipo da quasi vent’anni, e per poter richiedere più facilmente il passaporto, la qual cosa va fatta solo ogni dieci anni?

Ci ho ripensato. Si trasformino al condizionale tutti i verbi che in questo post sono in futuro semplice: io col cazzo che mi iscrivo all’AIRE.

Avrei voluto partecipare col mio voto alle primarie del Partito Democratico, e con un po’ di buona volontà ci sarei riuscito ma, ecco, mi ha fermato il disappunto dovuto al fatto che ci voleva questo po’ di buona volontà per una cosa che in altri paesi sarebbe stata semplicissima, e il mio già scarso interesse per questo partito assurdo si è trasformato di conseguenza in una disinteressata alzata di spalle.
Spiego subito perché.
Per il voto dall’estero richiedono una registrazione all’AIRE o qualcosa che certifichi il motivo della residenza. Non essendo io registrato all’AIRE avrei dovuto fornire documentazione riguardante la seconda opzione.
Attenzione però: loro non vogliono qualcosa che certifichi la residenza in sé (sarebbe bastata una qualsiasi utenza, o un certificato di residenza locale), ma qualcosa che certifichi proprio il motivo. Perché non si fidano di te. Non so se è chiaro il concetto: il partito non si fida dei suoi elettori, laddove, in un mondo alla dritta e non alla rovescia come quello della politica italiana, un partito dovrebbe lavorare sodo perché gli elettori si fidino di esso.
Comunque, per risolvere questa complicazione burocratica, chi risiede in paesi extraeuropei produce una copia del permesso di soggiorno per studio o lavoro, e vota.
Ma io, che risiedo in un paese dell’Unione Europea e quindi non ho un permesso di soggiorno da esibire? Io, che lavoro per una multinazionale in un paese che ha una burocrazia così snella da non prevedere libretti di lavoro o cose del genere? Io?
Io avrei dovuto mandare al PD una copia del contratto di lavoro o di una busta paga, perché unici documenti in mio possesso che certifichino il motivo per cui risiedo in Germania.
Inviare una copia del contratto di lavoro per poter votare alle primarie di un partito politico è, se me lo si concede, surreale.
Li ho contattati via email per chiedere loro se ci sono scorciatoie o soluzioni alternative, e loro non mi hanno risposto. In compenso hanno trattenuto il mio indirizzo email nel loro database e ora ricevo comunicazioni che non mi interessano. Ma non solo! Per qualche loro disguido informatico perfettamente in tono con il surrealismo che li contraddistingue, mi è arrivata la mail di un tale che richiede di poter votare al ballottaggio e allega la fotocopia della sua carta di indentità.
E mi sa che, dall’estero, non sono l’unico ad aver sfanculato queste primarie.

Oggi esce il nuovo romanzo di Aldo Busi, El especialista de Barcelona, il travaglio delle cui vicende editoriali hanno appassionato non poco chi attendeva con ansia questa nuova opera. Alla fine viene pubblicato da Dalai Editore.
Essendo tra quelli che, come Aldo Busi stesso, considerano (A) Aldo Busi uno dei più importanti intellettuali italiani, sicuramente il più importante tra i viventi, e (B) alcuni dei suoi romanzi opere fondamentali della letteratura italiana di tutti i tempi, sicuramente tra i capolavori del ‘900, mi sono sempre chiesto come sia messa la conoscenza di lui all’estero, siccome nelle biografie e risvolti di copertina si descrive sempre la sua bibliografia come tradotta in una dozzina e passa di lingue, ma delle sue opere ho sempre riscontrato nulla o scarsa traccia nelle librerie straniere da me visitate.
È mia abitudine in ogni paese straniero mettere piede nelle librerie e verificare che siano disponibili i libri di Busi. Le statistiche derivanti da questa mia ricerca sono relativamente buone, perché possono vantare solo una traduzione in tedesco di Suicidi dovuti trovata da Dussman a Berlino e una copia in inglese (peraltro usata) di Sodomie in corpo 11 vista nella piccola libreria gay londinese Gay’s the World. Va detto infatti che le grandi librerie di mezza Europa sono piene di traduzioni di Baricco, Camilleri, Tamaro e via deprimendosi, per non parlare delle librerie spagnole che hanno in vendita perfino Fabio Volo, e di quelle tedesche che, rispettando l’ossequio che la Germania ancora tributa agli anni ’80 sotto vari aspetti culturali, a cominciare dalle acconciature femminili, hanno sempre disponibile Volevo i pantaloni di Lara Cardella, romanzo perfino da noi archiviato e dimenticato (grazie al cielo). Se questi sono gli autori rappresentanti della letteratura italiana contemporanea coi quali Busi dovrebbe condividere gli scaffali stranieri, grazie tante ma sono contento di non vedere le sue opere in giro.
Se penso a quelli che considero i suoi due capolavori assoluti, Vendita galline km 2 e Vita standard di un venditore provvisorio di collant, non sono poi così sorpreso. Sono opere complesse e difficilmente comprensibili da chi non ha dimestichezza con la società italiana. Vai a farli capire a un tedesco e un inglese che non hanno mai sentito parlare degli Agnelli o del ricco nordest italiano. Certo sono comunque opere linguisticamente fondamentali, ma uno si rende conto che trovano poco mercato fuori dai confini patri, ecco. O magari un mercato di nicchia, via, come per certi autori stranieri che da noi non trovi in quasi nessuna libreria ma che godono di uno zoccolo duro di appassionati lettori che non si sono persi neanche una riga delle traduzioni italiane delle loro opere (sto pensando a Göran Tunström, se qualcuno voleva saperlo). Ci sono però molte altre opere busiane, direi quasi tutto il resto della sua bibliografia, che sono più che adatte a farsi capire e apprezzare in traduzione presso altri popoli di lettori, a cominciare da Seminario sulla gioventù che, statemi a sentire, è il terzo romanzo più bello della letteratura italiana del ‘900 (“e quindi di tutta la letteratura italiana”, tanto per dichiararsi d’accordo con Busi stesso) dopo appunto i già citati Vendita galline e Vita standard. La verifica delle traduzioni disponibili sui vari siti locali di Amazon però non è incoraggiante.
Io domani mi ordino El especialista de Barcelona, che farò recapitare a casa dei miei a Napoli, siccome le spese di spedizione tra diversi paesi dell’Europa unita costano come se il pacco dovesse attraversare l’oceano Pacifico e la cordigliera delle Ande, quindi potrò averlo tra le mani solo a Natale (la risposta è no, mi dispiace, non ho kindle né alcun aggeggio su cui scaricare un ebook, e mai lo avrò finché non verrà creato un termine italiano per ebook).

La Crucconia mi ha accolto al ritorno dalle vacanze a modo suo: una festicciola di sconosciuti amici di amici dove, facendo la conoscenza di me per la prima e spero unica volta, come leggero argomento di conversazione iniziale davanti a un drink (uno dei soliti pessimi sekt tedeschi), un teutonico ivi presente mi fa, con le migliori intenzioni e tanti sorrisi, una umiliante distruzione della società del Meridione italiano visitato durante lontane vacanze, con una discreta disinvoltura nell’uso di certi termini come “incivilità” e “primitivo” e quel tono amorevolmente paternalistico che caratterizzano l’inconsapevole razzismo tedesco verso le popolazioni mediterranee, frustrante proprio in quanto inconsapevole, perché per essere affrontato necessita prima di un meticoloso e paziente lavoro di messa in evidenza. Altrimenti uno taglia corto e risponde che, dopo tot anni in Germania, il bisogno di tatto e savoir-faire da solo potrebbe costituire motivo sufficiente a voler tornare in quei retrogradi paesi mediterranei fregandosene degli svantaggi economici e lavorativi che il trasferimento comporterebbe, perché figuriamoci, io sono consapevole dei problemi del mio paese, ma se questi devono diventare argomento di pesante conversazione in ogni stupida festicciola in cui mi si conosce da cinque minuti, di quelle festicciole tedesche che in quanto a tono e allegria avrebbero da imparare perfino dalle più lugubri visite di condoglianze a cui ho partecipato in Italia, la vita non è che mi sia resa poi così gradevole da questa evoluta e produttiva Germania.
Io lo dico e lo ripeterò per sempre: i tedeschi hanno una grave carenza di amore per il bello, o almeno concepiscono solo la bellezza come aspetto di logica e funzionalità, e questo ha le sue conseguenze su ogni cosa, materiale o morale che sia, rapporti interpersonali compresi. Chiunque viva da straniero in Germania è in grado di elencare innumerevoli episodi come quello che ho appena descritto, e che ti spiazzano per l’intransigenza con cui anche le interazioni tra persone vengono gestite con una logica brutale. “Quest’anno non mi fare alcun regalo per il compleanno perché non so cosa regalarti al tuo” mi sono sentito dire seriamente da un amico tedesco, uno dei pochissimi in una cerchia di conoscenze che spontaneamente – e sfido in un contesto del genere – si è costituita di quasi soli stranieri. È un esempio stupefacente ma chiaro di come funzionano i rapporti qui.
Il problema è che dopo qualche anno di residenza in Germania smetti di considerarlo un aspetto folkloristico e di riderci su. Semplicemente, realizzi di averne le palle piene e non riesci più neanche a vedere che stai godendo di parecchi benefici del vivere in Germania invece che in Italia. Non riesci più a percepire con oggettività gli aspetti importantissimi, fondamentali per cui la loro società è messa infinitamente meglio della nostra. Ci sarebbe di che essere umilmente grati alla Germania per quello che ti ha dato, ma ti concentri solo su queste piccole, innumerevoli e frequenti occasioni in cui devi fronteggiare con insofferenza la brutalità di queste interazioni.
Il posto da cui vieni è invicile e te lo dico allegramente buttandola lì tra i convenevoli di due persone che si sono appena conosciute a una festicciola con in mano una flute di Rotkäppchen da quattro soldi. Funziona così. Farsene una ragione. Punto.

Meglio che mi sbrighi con questo paio di conclusioni che volevo scrivere sul viaggio in Marocco, ché con l’età che avanza e i neuroni che tirano avanti a forza di fischi e pernacchi, si corre il rischio che mi dimentichi tutto.
Per fortuna, comunque, la glaciazione in cui mi dicevano fosse piombata la Germania si è attenuata immediatamente prima del ritorno a Francoforte, perciò la nostalgia del Marocco si è stemperata in un paio di giornate tutto sommato miti. Ciò non toglie che nella perfetta e marziale crucconia mi manchi un po’ quel disordine autodisciplinato, quel caos industrioso e improduttivo alla napoletana che in Marocco è moltiplicato per dieci dal punto di vista ottico e acustico ma, a differenza di Napoli, dà meno impressione di essere preoccupante per la sicurezza personale.

Ma  andiamo con ordine.

La cultura dell’ospitalità mi è sembrata più buona che nei paesi occidentali. Io ho sempre creduto che la qualità, la pulizia e il servizio degli alberghi siano inversamente proporzionali alla ricchezza del paese in cui ci si trova, e il Marocco non fa eccezione, perché l’estrema cura degli interni dei riad e la calma e il silenzio che vi regnano fanno attrito col mondo marocchino appena varcata l’uscita in strada, dove caos e sporcizia prevalgono. I piccoli ed economicissimi riad marocchini a conduzione familiare si distinguono per una pulizia immacolata, per un arredamento in tema con il design arabo e curato maniacalmente nei più piccoli dettagli, per un’accoglienza gentilissima ma per fortuna mai “calorosa”. Molti di questi riad sono all’interno di palazzine di architettura islamica (è il caso dei riad in cui abbiamo alloggiato a Fes e Marrakech) i cui interni e soprattutto il cortile sembrano essersi materializzati da un racconto di Sheherazade o, se vogliamo, rievocano in piccolo le atmosfere da mille e una notte dell’Alhambra di Granada.
La colazione è sempre buonissima, e per fortuna parca e servita al tavolo, perché la società marocchina non è ancora abbastanza consumista da riuscire a concepire la colazione a buffet degli alberghi occidentali, la quale a volte mi sembra una corsa all’approvvigionamento che spinge a ingurgitare più del necessario solo per rientrare nella spesa.

Dicevo: del popolo marocchino ho gradito l’estrema gentilezza senza il cosiddetto “calore” che in genere mi aspetto dalle genti mediterranee. Fatta eccezione per i rompicoglioni per strada che vogliono spillare soldi ai turisti, i marocchini sono gente che dà molta importanza alle buone maniere e alla cortesia, ma sono anche molto distaccati, almeno con gli stranieri, e io non potevo chiedere di meglio, non perché non mi piaccia l’approccio amichevole, ma per una sorta di pregiudizio (ben riposto, se me lo si concede) sul rapporto tra società islamiche e omosessualità. Sulla mia omosessualità non mi piace mentire né glissare né comunque tacere, e so per esperienza che la facile confidenza tra estranei nelle società patriarcali prevede spesso domande dirette sullo stato civile. I marocchini, con la loro cortesia estrema ma distaccata, mi hanno fatto un enorme piacere liberandomi dall’incombenza di non svendere il mio orgoglio alla loro religione. Peccato però: l’islam con la sua morale del cazzo, è proprio il caso di dirlo, ha alzato un muro invalicabile tra me e la società marocchina, che mi è piaciuta e che ammiro, ma per la luna di miele tra me e loro se ne parlerà tra un cinquecento anni, quando avranno il loro illuminismo locale, se lo avranno, e si conquisteranno quel minimo sindacale di laicità che perfino in un paese in mano al clero come l’Italia mi consente di non fare la fine di quelli che si legano a una povera cretina, la ingravidano un paio di volte e passano il resto della vita a collezionare cazzi in incognito nei cessi degli autogrill.
Non ho comunque resistito alla tentazione di installare Grindr sul telefono per una piccola e irrilevante indagine sociologica a Marrakesh: tra gli innumerevoli turisti online su quell’allegro troiaio ci sono anche parecchi uomini del posto, ovviamente senza foto del volto. Del resto il Maghreb e la Turchia sono abbastanza rinomati come mete di turismo sessuale frocio, ma vallo a spiegare a certi musulmani che mi hanno giurato e spergiurato che nei loro paesi di origine non esiste l’omosessualità che, si sa, è una specialità occidentale.
La donna marocchina? Si sa cosa penso del velo, della moralità islamica univoca, degli uomini trendy accompagnati da donne infagottate dalla testa ai piedi. Solamente osservando la vita in giro, ho ricavato l’impressione che la donna in marocco goda di un rispetto profondo ma, appunto, solo se rimane nel suo ruolo di madre di famiglia dalla moralità ineccepibile. In genere mi si obietta che accade lo stesso nell’occidente cosiddetto cristiano ma, per favore, facciamone una questione di misure e di possibilità di liberarsi da certi ruoli, perché tra tutte le donne marocchine che si sentono tutelate, protette e rispettate in quel ruolo che la morale ha stabilito per loro, ci sono anche quelle la cui vita è sicuramente resa un’inferno (a meno che non mi si venga a dire che in Marocco non esistono le lesbiche, per esempio), e perciò non posso che avere un’opinione negativa sulla condizione delle donne marocchine.
Al di là dell’aspetto religioso, sono comunque venuto via con un giudizio positivo sulla società marocchina. Ho apprezzato soprattutto il profondo rispetto per le persone anziane, o comunque l’abitudine dei più giovani di passare parecchio tempo con loro, cosa che noi abbiamo perso una cinquantina di anni fa.

Parliando di cose più materiali, il cibo mi è piaciuto pur trovandolo un po’ monotono. In lungo e in largo per il Marocco non c’è molta scelta, i menu dei ristoranti offrono sempre le stesse pochissime pietanze, che però sono molto buone. Il piatto nazionale è il tajine che, appunto, è un piatto nel vero senso della parola, di terracotta, nel quale viene cotto direttamente il cibo, quasi sempre carne e verdure. I dolci sono buonissimi e, come ho già scritto in un precedente post, hanno spazzato via il pregiudizio che avevo sui dolciumi appiccicaticci dei paesi arabi. Riguardo all’igiene di ristoranti, chioschi e caffetterie, diciamo che di peli apparentemente pubici che saltano fuori dal cartoccio di pasticcini alle mandorle comprati per strada non è mai morto nessuno, o solo pochi individui che la natura ha disgraziatamente dotato di un sistema immunitario inefficiente, ma affrontare la cosa dal punto di vista asettico di chi chiamerebbe una ASL a far chiudere un locale per molto meno, be’, fa il suo effetto stomachevole, ma solo per i primi giorni, ché poi ci si abitua a tutto: al cameriere che vedi da lontano schiaffare le patate fritte nel piatto prendendole con le mani, al cuoco sdentato che fuma e si gratta il culo mentre ti cuoce il cous cous, alla pecora al mercato che sbava sul mucchio di mele in vendita senza che il mercataro faccia una piega. Già al terzo giorno trovi tutto questo divertente e ti rilassi sgranocchiando la tua lattuga al batterio fecale. Di certo posso garantire che non si è realizzata la premonizione della Rough Guide che turba gli animi dei visitatori occidentali in Marocco dando per garantita la dissenteria: noialtri non l’abbiamo avuta, e di certo non siamo andati per il sottile, siccome abbiamo mangiato con gusto il cibo offertoci dalle mani nude più sudicie che io abbia mai visto nel settore della gastronomia di mezzo mondo. Quindi non datemi dello schizzinoso, ho solo registrato la differenza dei loro standard igienici e la sto riportando qui.
Il caffé comunque è straordinariamente buono.

Guidare i Marocco è una pacchia. Le strade, tutte le strade, da quelle provinciali all’autostrada, sono tenute in eccellente stato, con una segnaletica chiara e bilingue (arabo e francese). I limiti di velocità sono sensati, vale a dire che non ti costringono ad andare a passo d’uomo su strade dove appare evidente la possibilità di andare un po’ più veloci, come invece accade spesso in Italia. Il limite in autostrada è 120 all’ora, ed è quasi sempre quello, anche su due corsie con molte curve. Io, che sono un automobilista storicamente disubbidiente sulla velocità, sono quasi sempre rimasto entro i limiti senza soffrirne.
Gli automobilisti sono ragionevolmente indisciplinati, nel senso che in Marocco non vige l’anarchia stradale napoletana, e generalmente si può contare su un discreto rispetto delle regole, ma senza quell’eccesso tedesco per cui un semaforo rosso inchioda i pedoni al suolo anche su una stradina di campagna deserta e silenziosa. Ecco, quelle cose lì no, e passano anche in auto col rosso, con molta cautela, se l’unica cosa in movimento all’incrocio è la proverbiale palla di rami fatta rotolare dal vento.
È capitato frequentemente che gli automobilisti della corsia opposta ci lampeggiassero in sequenza, e noi lì a chiederci quale fosse il problema, se la nostra auto per qualche motivo li preoccupasse, o che minchia ci stessero segnalando di sbagliato riguardo alla nostra guida. Poi, una volta presa la multa per eccesso di velocità, si è svelato l’arcano: ci facevano il favore di segnalarci la presenza della polizia a rilevare la velocità. Ma che gentili. Ad averlo saputo prima…
Se qualcuno dovesse arrivare su questo post via Google cercando informazioni per un eventuale viaggio in macchina in Marocco, ecco qualche dritta che semplificherà le cose:
Uno: mai fidarsi dei tempi di percorrenza calcolati su Google Maps. Anche guidando sempre al limite di velocità e senza pause, va calcolato per ogni percorso un trenta per cento di tempo in più.
Due: fare sempre il pieno in autostrada o in centro città. Capita spesso che i distributori delle strade provinciali abbiano terminato la scorta di benzina e vendano solo gasolio.
Tre: guidando da Marrakech a Ouarzazate o viceversa, fare il pieno prima di lasciare la città. Sulle montagne dell’Atlante si guida per oltre cinque ore senza incontrare un solo distributore (e non fermarsi manco nei negozietti di souvenir lungo la strada: quei minerali e fossili sono tutti falsi. La parte asburgica della coppia viaggiante sta ancora rosicando per un finto fossile che si è fatto rifilare durante un momento di distrazione della parte borbonica).
Quattro: affrontare l’autostrada con una buona scorta di spiccioli. Il pedaggio si paga molte volte lungo il percorso e nessuna carta di credito viene accettata.

La connettività va molto meglio di quanto si possa prevedere. Ogni Riad ha sempre una rete WiFi gratuita per i propri clienti. Fuori dai Riad sono rarissime le caffetterie che offrono connessione, ma con un po’ di pazienza le si scova in ogni città. Per quanto riguarda la rete 3G, quando sono all’estero evito gli alti costi del roaming procurandomi una sim dati prepagata locale. Questa sarebbe in Marocco la soluzione perfetta, date le tariffe bassissime e la copertura eccellente, solo che i due scemi a cui questo post si riferisce, entrambi a digiuno di arabo e con conoscenze del francese ridicole, hanno riscosso un nulla di fatto nel tentativo di attivare la sim al telefono con l’operatore durante una conversazione del genere di Totò, Peppino e la malafemmina.

Parliamo dei prezzi: il sospetto che avevo riguardo a due sistemi tariffari diversi per gente del posto e gli stranieri si è rivelato infondato, e mi dispiace essere stato così sospettoso, ma vengo da una regione italiana dove è prassi. Con un sopralluogo in un ipermercato alla periferia di Fes abbiamo constatato un concetto molto semplice: ciò che viene prodotto in Marocco viene quasi regalato, ciò che viene importato costa pure più che in Europa, solo che il Marocco produce ben pochi beni di consumo, e gli scaffali sono pieni di prodotti importati, soprattutto francesi. Il Marocco è da circa dieci anni in crescita economica ed è dotato di infrastrutture molto più moderne di quelle che l’immaginario occidentale si aspetta da un paese dell’Africa mediterranea, ma la persona marocchina guadagna in media ancora 350 euro al mese. Non voglio parlare di povertà, perché di povertà vera e propria non ne ho vista, e sicuramente il marocchino medio non si percepisce povero, ma si tratta di una società visibilmente non consumista e generalmente priva di innumerevoli piccoli lussi che noi diamo per scontati. Per intenderci, hanno lo stile di vita dell’Italia degli anni ’50, e intendo stile dei consumi, perché bisogni moderni come telefonia mobile e internet sono comunque presenti. Per questo fatico un po’ a capire la presenza diffusa di enormi e moderni ipermercati francesi fuori le grandi città che offrono la stessa miriade di prodotti in vendita da noi ma a prezzi perfino più alti. Una visita a un grande ipermercato va comunque fatta, un po’ perché tra questo e il negozietto piccolo e polveroso non esiste (o almeno non siamo stati in grado di trovare) la via di mezzo del supermercato cittadino, un po’ perché è interessante osservare come la gente del luogo fa la fila alle casse, cioè non facendola affatto, assembrandosi in massa in un groviglio di carrelli e cercando di infilarsi in ogni anfratto possibile. Non credevo che esistessero popoli in grado di perfezionare la capacità napoletana di destabilizzare la spontaneità e la naturalezza con cui in certi luoghi ci si dovrebbe mettere in fila.
Vissuto da turisti, comunque, il Marocco è estremamente economico. Ogni riad in cui siamo stati è costato in media 50 euro a notte per la doppia e supera tutti gli equivalenti alberghi occidentali per comfort e servizio. Mangiare fuori è anche molto economico, anche se le porzioni sono tutt’altro che enormi, ma ci si sazia con poca spesa. Gli ingressi a musei, siti archeologici e monumenti costano in media dieci dirham, poco meno di un euro.
Nei souk e nei posti più turistici si possono fare le famose trattative e, con un po’ di bravura e fermezza, si può abbattere il prezzo iniziale anche fino al dieci per cento. Si passa da cento a dieci dirham fingendo di essere solo marginalmente interessati all’oggetto della trattativa. È una pratica che però non mi piace molto, anche perché il prezzo iniziale proposto dal venditore è già ragionevole dal nostro punto di vista, quindi non ne abbiamo fatto quasi uso. Nel souk di Marrakech però può essere divertente farlo per i souvenir-paccottiglia, ingaggiando una vera e propria competizione col venditore che consiste nel provare chi è più bravo a fingere disinteresse: il turista a comprare l’oggetto o il negoziante a venderlo.
Riguardo ai ragazzi che si propongono insistentemente come guide, non chiedono poi un onorario particolarmente elevato, quindi si può tagliare la testa al toro e ingaggiarne uno. Per due motivi: sono comunque preparati e sanno spiegare bene molte curiosità che la guida cartacea non riporta, e poi si gode del meraviglioso vantaggio di essere stati ormai accalappiati da uno di loro, il ché significa che tutti gli altri smetteranno di rompere il cazzo. Ne abbiamo ingaggiato uno a Fes, si chiamava Omar, aveva circa quindici anni e parlava perfino un discreto italiano. Visitando la conceria delle pelli ha spiegato dettagli tecnici che non avremmo mai appreso senza di lui, col risultato che ha avuto un compenso pure più alto di quello da lui richiesto. A soli quindici anni, senza mai aver messo piede fuori Fes e con la scuola abbandonata ormai da anni, oltre all’arabo e al francese parlava anche inglese, italiano e spagnolo, imparati svolgendo questa attività. Con un’occhiata alle condizioni generali di lavoro in una regione come quella di Fes, si può tranquillamente affermare che Omar si è conquistato da solo un posticino di lavoro di tutto rispetto. Direi che dovrebbe migliorare un po’ le sue capacità imprenditoriali, perché i cinquanta dirham che chiede sono nulla in confronto a quello che offre, ma suppongo che la concorrenza nel settore delle guide abusive di Fes sia decisamente alta.

Tornerei in Marocco? Sì, e di corsa, ma a condizioni diverse da quelle di questo viaggio. La traversata mediterranea è stata sicuramente interessante ma ha sottratto troppo tempo alla permanenza in Marocco. Ci tornerei per vedere altri luoghi, visitare meglio la regione di Ouarzazate e spingermi fino al confine sahariano con l’Algeria, da dove parte lo storico percorso per Timbuctu (un cartello avvisa che ci vogliono 51 giorni di cammello).
Oltre ovviamente alle architetture, all’atmosfera, al clima e alla bellezza in generale, c’è una cosa del Marocco a cui ora penso con un po’ di nostalgia: gli asini. Quando ero piccolo, i paesini del Molise e dell’Abruzzo erano pieni di asinelli, poi all’improvviso tutti scomparsi e sostituiti da Ape e veicoli vari. Erano anni che non vedevo così tanti musi miti e docili di asini.

Di ritorno da Ouarzazate, su una strada provinciale alle porte di Marrakech, tengo premuto un po’ troppo l’acceleratore e veniamo fermati dalla polizia per essere andati a 80 chilometri all’ora dove il limite era di 60. Colpa mia, che mi sono abituato subito ai limiti di velocità marocchini mediamente più elevati che da noi, e non avevo visto il limite ridotto su quella strada. Il poliziotto giovane è irremovibile: 500 dirham di multa, che sono poco meno di 50 euro. Il poliziotto anziano, invece, prende in mano la situazione e a modo suo è flessibile: ci chiede se siamo turisti e cosa abbiamo visitato, poi ci fa lo sconto, si intasca 100 dirham, non ci fa il verbale e si accommiata con una calorosa pacca sulla mia spalla. Penalmente parlando si tratta di peculato, e sono sicuro che in Marocco come in qualsiasi altro paese civile si possa essere perseguiti per essersi appropriati, da pubblico ufficiale nelle proprie funzioni, di denaro destinato allo stato, ma mi guardo bene dal fare il paladino della giustizia in un posto di cui conosco poco o niente le consuetudini in circostanze del genere, quindi pago e ricambio con tante grazie alla pacca sulla spalla.
Subito dopo, appena entrati a Marrakech, ci basta passare due volte per una stessa strada per essere immediatamente individuati come le galline dalle uova d’oro: i turisti in difficoltà! Perciò un signore distinto in giacca e cravatta a bordo di un ciclomotore comincia a ronzarci intorno offrendo il suo aiuto con l’insistenza discreta e sopportabile di una mosca da letame che non smette di svolazzare davanti al viso. Ci porta dove eravamo diretti, ovvero al nostro Riad dietro l’angolo dove saremmo arrivati autonomamente se non ci avesse sfiancato la sua insistenza, e le trattative per il suo compenso partono da 20 dirham offerti da noi contro 100 dirham pretesi da lui, per infine accordarci su un 50 dirham, vale a dire quasi 5 euro.
Per il resto della giornata, in giro per la città, decidiamo di avere le palle piene di queste zecche cavalline e di ignorare ogni offerta di aiuto. In cambio ne ricaviamo un bel po’ di insulti in francese o pessimo inglese che girano tutti attorno al concetto di “occidentali di merda”. Un tale mi ha perfino dato del “fottuto inglese”. Passi per il “fottuto”, ma a certe offese c’è un limite…
Questi episodi sintetizzano il Marocco vissuto da turisti. Rispettati, quasi venerati (il poliziotto, pur infrangendo la legge, ha inteso farci un favore mostrandoci la sua benevolenza verso di noi in quanto turisti) finché hanno denaro da mollare a destra e a sinistra, ma maltrattati e offesi se decidono di serrare un po’ il portafoglio e mettere fine a questa emorragia di mance pretese.
Sulla città di Marrakech dovrei tacere per non dire molte cose che, quando vengono dette di Napoli, mi spingono a far tuonare anatemi del tipo “non avete capito un cazzo”. È probabile che io di Marrakech non abbia capito un cazzo ma, data la presenza massiccia di turisti, il souk che sembra la versione mediorientale del mercatino di Camden Town, il carattere qui esageratamente molesto di quelli che vedono te turista come una macchinetta caca-dirham, ne sono venuto via con una sensazione non particolarmente gradevole e, caso raro nelle mie visite a grandi città, nessun desiderio di ripetere l’esperienza, mentre sto già verificando i miei piani futuri per vedere quando sarà possibile tornare a Fes, Essaouira e Ouarzazate, sicuramente aggiungendo al tour altre città che in questa occasione sono rimaste escluse.
Marrakech è un grande casino che di per sè sarebbe anche interessante (per una questione di abitudine mi trovo molto a mio agio nelle città caotiche e disorganizzate), e ha monumenti di grande rilievo, ragion per cui sono soddisfatto e contento di esserci stato. Semplicemente, una volta basta e avanza. Un po’ perché l’esperienza di essere trattati come distributori automatici di dirham a ogni passo, e dico veramente a ogni passo, è sgradevole ed esasperante, un po’ perché il folklore del suo souk, dei mercati e dei negozi di artigianato, è stato così svenduto all’industria del turismo che appare evidente di star passeggiando in un’immensa marchetta, tra paccottiglia prodotta in serie e artigianato da quattro soldi e di pessimo gusto. In tal senso, le città minori del Marocco sanno essere di gran lunga più autentiche e interessanti.
Marrakech è però una metropoli a tutti gli effetti, e in quanto tale ospita un po’ di tutto. La sera, a scorazzare sui ciclomotori, qui ci sono anche un paio di ragazze, che hanno stesso cipiglio ed eccessivo make-up delle cosiddette vrenzole napoletane. Le si distingue solo per il velo in testa. A proposito del velo, a Marrakech si vedono i due estremi che altrove sono rari: sia donne a capo scoperto, sia donne integralmente coperte dal niqab, ma in generale la stragrande maggioranza di loro (direi un buon 98 per cento) indossa il tradizionale hijab. Le poche donne a capo scoperto e le molte turiste occidentali con una discreta metratura quadra di pelle esposta al sole vengono squadrate e analizzate con interesse particolarmente sfacciato da parecchi uomini del posto, che si limitano a osservare senza mai molestare, ma dalla loro espressione sembrano quasi venire nelle mutande, e da qui si comprende la propensione delle donne musulmane a mettere in evidenza il minor numero possibile di forme anatomiche per non sentirsi letteralmente nude, rivendicando però il precetto religioso! È invece un circolo vizioso che con l’islam ha poco a che fare (il velo esisteva nelle culture arabe preislamiche), oltre che la dimostrazione che la religione – ogni religione – tende a riciclare qualsiasi uso o consuetudine preesistente che le faccia comodo per assumerlo come precetto. La mia conclusione è che i precetti religiosi sono concettualmente delle stronzate, anche se non avevo bisogno di andare in un paese musulmano per arrivarci: il cattolicesimo che ho in casa basta e avanza.

Mi sono detto: valichiamo la catena montuosa dell’Atlante e andiamo a vedere qualche posto selvaggio alle propaggini occidentali del Sahara, ché sarà una figata pazzesca.
E infatti, dopo cinque ore di pericolosi tornanti a oltre duemila metri di quota sulle montagne, ci ritroviamo a Ouarzazate, tra set cinematografici, musei del cinema, location di svariati film tra cui “The hills have eyes” e, scopro con colpevole ritardo, la casbah dove si è tenuto il reality show italiano “La fattoria”. Non che mi aspettassi di ritrovarmi a dormire su pelli di montone nell’accampamento di una tribù di nomadi berberi, sia ben chiaro, e sapevo pure che Ouarzazate è tutto sommato una cittadina popolosa e in un certo senso moderna, nonché famosa per alcuni film che vi sono stati girati, ma dopo l’idea maturata a Fes e Essaouira di un Marocco romanticamente sudicio e pezzente, fa sicuramente un po’ strano ritrovarsi in questa specie di Hollywood de noantri dove io italiano vengo salutato dai negozianti al grido di “Scamarcio!”, essendo il cinema vitale per questa città e avendo quindi Scamarcio sostituito gli svariati calciatori che solitamente vengono citati a turno in circostanze fastidiosamente equivalenti. Poi qualcuno mi spiegherà perché proprio Scamarcio.
Ma non voglio dare l’impressione che Ouarzazate non mi sia piaciuta. Anzi, direi che andarci è stata la cosa migliore che potessimo fare, e che adesso che ne siamo venuti via e alloggiamo in una Marrakech di cui davvero si poteva saggiamente fare a meno, di Ouarzazate mi è rimasta una nostalgia immediata che mi fa consultare mentalmente il calendario per verificare come e quando tornarci per dedicarle più tempo.
Innanzitutto per il viaggio. Arrivarci è stata un’esperienza sfiancate ma tanto soddisfacente: dalle spiagge dell’Atlantico al deserto passando tra cime montuose già macchiate qua e là di neve. I fianchi orientali dell’Atlante scendono lentamente conferendo quasi impercettibilità al drastico cambio di paesaggio, che passa dai brividi dell’alta montagna all’arsura di quel paesaggio desertico che si riconosce immediatamente come il celebre circuito di rincorse di Wile E. Coyote e Road Runner. Il cambio da un paesaggio all’altro è così diluito in ore e ore di discesa tra curve e tornanti che quasi non ci si fa caso, e ci si ritrova nel deserto senza ricordarsi quando e come vi si è messo piede. Il tutto tra panorami mozzafiato, distese enormi, distanze inconcepibili, atmosfere fantastiche.
La regione di Ouarzazate ha parzialmente realizzato un mio antico sogno che i fondamentalisti islamici hanno recentemente falciato via del tutto: visitare il nord del Mali e precisamente Timbuctù, che attualmente è controllata da Al Quaida. Le cattedrali di fango e paglia per cui Timbuctù fu nominata patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO sono caratteristiche di tutto il nordovest del Sahara, e la parte di deserto che entra nel territorio marocchino ne è piena. La più celebre, anche essa patrimonio UNESCO, è la kasbah di Ait Ben Haddou, che grazie alla prestigiosa nomina è abbastanza curata e facilmente raggiungibile, mentre nel resto della sconfinata regione ci sono decine e decine di kasbah minori e pressocchè ignorate  che abbiamo esplorato con somma soddisfazione e che ho inserito subito tra i luoghi più affascinanti in cui abbia messo piede. Oltre alla faccenda architettonica, la regione ovviamente si distingue anche per gli spettacolari paesaggi, e ha scalzato i fiordi norvegesi dal primo posto della mia personale classifica dei paesaggi più belli che ho visto dal vivo.
Il capoluogo della regione, Ouarzazate, è una città che non ti aspetti venendo dal di là dell’Atlante. L’asservimento all’industria del cinema hollywoodiano ed europeo si traduce anche nell’opportunità di dover ospitare parecchi stranieri in soggiorno di lavoro e quindi poco disposti a sopportare i disagi del folklore locale. Di conseguenza la città appare più pulita e meglio organizzata e i negozianti sono un po’ meno rompicoglioni, ma solo un po’, perché come in qualsiasi altro angolo del Marocco, anche a Ouarzazate non si è liberi di posare lo sguardo su una qualsiasi minchiata esposta da qualche parte senza essere letteralmente assaliti dal negoziante ed essere costretti ad entrare, valutare e soppesare tutta la mercanzia presente.
La sera, davanti a una tajine di agnello e prugne in un ristorante della piazza principale della città, osservo una scena che a una prima occhiata sembra la stessa identica vista in tantissime città italiane, soprattutto del sud: decine e decine di ragazzi che occupano la piazza, socializzano, bevono bibite (niente alcool), scorazzano in motorino portando in giro culetti adolescenziali ben evidenziati da jeans alla moda. Poi mi rendo conto di una sostanziale differenza tra questa scena e una equivalente della provincia italiana: qui sono tutti maschi, non c’è neanche una ragazza in una piazza gremita di adolescenti, fatta eccezione per due o tre ragazzine a passeggio coi genitori. Questi paesi musulmani sono sicuramente l’inferno sulla faccia della terra per gli omosessuali adulti e bisognosi dei più elementari diritti civili, ma devono essere anche un pacchia per gli omosessuali adolescenti, che vivono senza la concorrenza della fica un’età in cui le prime esperienze sessuali si fanno a ogni costo, anche quello di sfidare la più morbosa, severa e fascista delle morali religiose.

Rivoli di sangue lungo i vicoli, inquietanti roghi di teste di montone, pelli di pecora ancora sanguinanti ammucchiate agli angoli delle strade, fumo e odore di morte e carne bruciata che ti entrano fin dentro le ossa. Non potevo chiedere di meglio per il nostro arrivo a Essaouira.
E’ la festa di Id al-adha, ricorrenza musulmana molto sentita. Celebra la storiellina biblica di Abramo e suo figlio Ismaele e la loro giornataccia in balia di un dio uterino che prima vuole il sacrificio umano e poi no, fermi tutti, ho scherzato, quel montone là andrà più che bene.
Camminiamo per le bianche strade di Essaouira in una fumeta di morte e orrore, con ‘ste teste di capra che hanno un ché di demoniaco mentre crepitano sulle graticole e alcuni bambini le percuotono con dei bastoni. E siccome tutto questo non basta, d’improvviso ci si mette anche il richiamo del muezzin. Dicono che ogni famiglia sacrifichi un ovino per persona, ma con la compiacenza di Allah si possono aggregare più familiari con lo stesso animale se questo è particolarmente grande. I gatti, o per meglio dire le centinaia di miliardi di gatti che popolano questa città, osservano sonnacchiosi tutta la faccenda. Li vedo troppo tranquilli e poco attenti a quello che succede: devono aver già avuto la loro parte.
Insomma, Essaouira avrebbe tutte le potenzialità per abbassarsi al ruolo di una Capri o una Taormina del Maghreb, e loro invece ci fanno questa macabra mattanza che dona alla città un aroma di sangue fresco e carne carbonizzata. Come non apprezzare il popolo marocchino?
Ci si innamora di Essaouira a prima vista, ecco. Non è niente di particolare, non ha i monumenti di rilievo che rendono Fes spettacolare, non è dotata di architettura interessante, soprattutto non di molta architettura islamica, essendo l’intera cittadella opera di un francese, e inoltre essendo stata a maggioranza ebraica fino a metà del secolo scorso. Anzi, nel suo insieme non sembrerebbe altro che la versione estesa di un qualsiasi centro storico fortificato sulla costa pugliese, per esempio Giovinazzo. Il bello di Essaouira è che, prima che l’alta borghesia dell’Africa mediterranea decida di volere la sua Portofino e di stabilirla qui, questa cittadella fortificata sul mare è esattamente come il mare esige: povera, maleodorante, corrosa da vento, salsedine e merda di gabbiano, e piena di gatti.
Oh, ma non crediate: i turisti d’assalto ci sono già, perché Essaouira, patrimonio mondiale dell’umanità, è comunque un luogo troppo affascinante per sfuggirvi. Dentro la cittadella è pieno di riad i cui interni raffinatissimi fanno a cazzotti con il sudiciume delle strade, mentre fuori le mura ci sono molti hotel di lusso. Ma non solo: avere l’aspetto anche solo vagamente occidentale qui ti espone alla snervante offerta di hashish e erba ogni tre metri. Quindi affrettatevi a visitare questa meravigliosa crosta di salsedine fortificata prima che il tempo e il danaro riescano a renderla il solito salottino stomachevole.

La medina di Fes, patrimonio UNESCO, è un enorme labirinto sudicio in cui perdersi è snervante, perché pieno di lunghi e tortuosi vicoli ciechi che terminano in qualche proprietà privata in cui, puntualmente, trovi una vecchia incartapecorita che ti intima in arabo di tornare indietro. Sembra  un mondo poverissimo, cristallizzato cento anni fa, dove si convive con galline, asini e pecore. Io un immaginario del genere l’ho trovato solo nella descrizione della Matera di ottant’anni fa in Cristo si è fermato a Eboli di Levi. Se sparissero i giovani (esclusivamente uomini) vestiti all’occidentale, tutto apparirebbe come materializzato dall’inizio del secolo scorso per opera di una macchina del tempo. E’ esattamente così che mi sono sempre figurato il sudiciume del centro storico di Napoli sotto i Borbone, quello che spinse l’amministrazione sabauda a ricorrere al cosiddetto risanamento (che risanò ben poco, si limitò a far scomparire chiese gotiche e chiostri rinascimentali), e guarda caso scopro su Wikipedia che Fes è gemellata con Napoli, anche se la notizia di questo gemellaggio non è riportata altrove, e quindi andrebbe verificata.
Visitiamo prima la parte meno turistica della medina, quella a sud, senza monumenti di rilievo, e quindi senza turisti in giro. Nei vicoli strettissimi devi continuamente appiattirti lungo i muri polverosi di tufo giallo per lasciar passare piccole carovane di due o tre asini stracarichi, e negli scurissimi e microscopici antri che vi si aprono scopri mestieri la cui tradizione in occidente è stata spazzata via nel giro di poche decine di anni: arrotini, ciabattini, carbonari, quasi sempre anzianissimi, che lavorano in ambienti sporchi e malsani. Ma anche luridi negozietti  di prodotti che nella società consumistica non avrebbero mercato. Per dire: ho visto un negozietto che, tra gli altri prodotti in vendita, aveva una vasta scelta di dentiere usate.
Già in questa zona ti passa la voglia di soffermarti un po’ più del necessario a osservare qualcosa con interesse, perché divieni immediatamente bersaglio di ragazzi che insistono in maniera snervante per portarti in giro a visitare la città. Molto spesso lo fanno con astuzia: ti passano vicino e ti invitano a seguirli come se loro fossero diretti a tale monumento per questioni private, e se ti vuoi accodare, o turista disorientato, sono lieti di farti questa cortesia, salvo poi esigere un compenso che definire esoso è eufemistico, e quindi via alle trattative che possono anche portare a vere insolenze da parte di questi stronzetti.
La parte più “turistica” (qui le virgolette sono d’obbligo) col suo caotico souk non è molto diversa se non per la presenza di monumenti di rilievo, qualche occidentale in giro (pochissimi in verità) e sudici chioschi di cibo di cui, se fosse preparato secondo gli standard igienici occidentali, ci si potrebbe rimpinzare a cuor leggero, ma l’impressione generale è che sia opportuno avere un sistema immunitario a prova di escherichia coli. Ci facciamo comunque attrarre dai dolciumi, il cui leit motiv sembra un po’ quello degli struffoli napoletani: roba fritta e poi ripassata nel miele, con in più l’onnipresenza della frutta secca in tutte le combinazioni possibili. Niente male davvero, detto da uno che aveva il pregiudizio sui dolciumi appiccicosi del mondo islamico e a cui ‘sta porcheria  della baklava non è mai andata giù. Ho solo avuto bisogno di qualche secondo per accettare l’idea che quei dolci fossero stati presi con le mani nude e visibilmente sporche dal venditore, ma va be’, il problema è mio e della civiltà occidentale che mi ha abituato ad un mondo asettico.
Ovviamente devono vigere sistemi di prezzi diversi per la gente del posto e per i turisti, altrimenti non si spiega il costo di certi prodotti (acqua, bibite locali, qualsiasi cosa in qualsiasi negozietto sperduto) nell’ambito di una povertà così diffusa. Insomma, il turista è anche qui qualcuno da spennare dalla testa ai piedi, anche se di turisti in giro ne ho visti davvero pochi, quasi nessuno a parte un paio di coppie di americani e una piccola comitiva di quattro sciure attempate di Amburgo con cui abbiamo dovuto dividere il tavolo in un ristorante della medina (noi abbiamo preso un eccellente couscous, le sciure invece ogni sorta di verdura cruda, in barba alla promessa di dissenteria che la mia Rough Guide garantisce col suo tipico allarmismo).
I monumenti, antichissimi e quasi tutti nascosti nel caotico disordine della medina e soprattutto del souk, sono di una bellezza da versarci lacrime per la commozione. La moschea Karaouine (visitabile solo ficcando il naso poco oltre il portone d’ingresso, che è interdetto ai cosiddetti infedeli, figurarsi a noi poveri froci), la madrassa Ettarin e la vecchia università sono gioielli architettonici che niente hanno da invidiare all’Alhambra di Granada. Soprattutto la madrassa Ettarin, dove ci si chiude tra gli arabeschi dell’architettura moresca in un silenzio che sembrerebbe impossibile creare a pochi metri dal casino del souk lì fuori. E in genere tutta la medina è piena di piccole e malandate moschee visitabili solo esternamente ma che rendono l’idea della grandiosità di questa città durante il suo massimo sviluppo ai tempi del sultanato merinide.
La vita qui a Fes è molto “napoletana”, nel senso che si vive parecchio per strada e i vicoli sono pieni di bambini che giocano rumorosamente, anche se, a differenza di Napoli e a dispetto dell’enorme povertà di Fes, la criminalità è quasi inesistente e la sicurezza personale non è affatto un problema. Non devono avere molte prospettive, però, ‘sti bambini che giocano nei vicoli, a parte sperare di agganciarsi ai turisti e scucirgli laute mance per portarli in giro. Vedendo le condizioni di lavoro, soprattutto nella famosa concia delle pelli di Fes, non ci si stupisce dell’emigrazione di massa che caratterizza questa città.
Vorrei rimanere qui ancora qualche giorno, perché la Medina è enorme e si va via con la sensazione di essersi persi cose importanti.

Grandi Navi Veloci. Diciamolo, il nome dell’azienda proprietaria della tinozza, che adesso scopro avere perfino una pagina individuale su Wikipedia in quanto “dispone di 360 cabine con servizi, ristorante à la carte, bar, un negozio, un cinema, piscina con lido bar, idromassaggio, sala giochi”, dove però non si specifica che tutto questo è gravato da un invecchiamento apparente di 40 anni (a dispetto degli appena 20 anni di vita della nave), molti dei servizi elencati non sono più disponibili, e i camerieri del ristorante à la carte si mettono svogliatamente al lavoro con l’idea di poter maltrattare un po’ a piacimento i passeggeri marocchini, evidentemente percepiti come una sorta di profughi. Non che mi freghi qualcosa, anzi la trasandatezza di questa imbarcazione ha corrisposto con precisione con le mie aspettative, ho solo un appunto da fare sulla demenza di un’operatrice del loro call center, che mi ha dato un’orario di sbarco a Tangeri sbagliato di sei ore in meno, e quando è una voce dall’interno dell’azienda a darti certe informazioni non ti poni il problema di andare a fare verifiche in rete. Uno sbarco con sei ore di ritardo sulla tabella di marcia, quindi, con tutte le sue conseguenze sulla consegna dell’auto a noleggio e la corsa che si è svolta in notturna fino a Fes. Ma avevamo deciso di non pernottare a Tangeri? Veniamo dalla Germania, i cambi di programma non ci piacciono, andiamo avanti col piano A.
Dunque il primissimo approccio con il Marocco è su una buia autostrada costiera fino a poco dopo Tangeri, per poi proseguire un qualcosa come quattro ore su un’ancora più buia e desolatissima strada provinciale a una corsia per senso di marcia, dove auto e camion sfrecciano a velocità supersonica senza premurarsi di spegnere gli abbaglianti per non farti schizzare via le retine dalle orbite. Segaioli. Io, oltre a venire dalla Germania, sono di Napoli, ho passato anni a guidare sul Doppio Senso, sull’Asse Mediano, SULLA DOMIZIANA, dico. Ce ne vuole per mettermi paura. Il secondo approccio è stato il giovane e bellissimo poliziotto che ci ferma per un controllo e che, appurato che siamo turisti incapaci di proferire verbo in arabo né in francese, si affanna in un miscuglio anglo-franco-ispanico a dirci che no, non c’è bisogno di tirare fuori i documenti, e quando siete nel sud visitate questo posto, poi quest’altro, e fate bene ad andare a Fes, che è bellissima, buon viaggio e arrivederci.
Dunque a Fes. Arriviamo nel cuore della notte: nessuno in giro, la nostra mappa che non corrisponde alla realtà, i nomi delle strade scritti solo in arabo. Teoricamente un dramma epocale, se non che scopriamo subito la caratteristica delle città marocchine: la persona occidentale non ha neanche una manciata di secondi a disposizione per realizzare di essere in difficoltà, ché subito si materializza uno dei giovanotti locali (nel nostro caso un tale Mohammed Couscous, e giuro che ha detto proprio “Couscous, come quello che si mangia”) che ti guida nel dedalo della Medina fino alla destinazione desiderata, ovviamente pretendendo lauta mancia su cui bisogna trattare fino allo stremo per non essere spolpati. E’ nella reazione a circostanze del genere che mi piace osservare le differenze culturali che vengono fuori tra la parte borbonica e la parte asburgica della coppia viaggiante.

Uno arriva a Barcellona e non può visitarla, nel senso che non può sbarcare momentaneamente dalla tinozza galleggiante che lo sta portando da Genova a Tangeri via, appunto, Barcellona. Fortuna che ci sono già stato, ma non mi sarebbe dispiaciuto rivedere non dico il Barrio Gotico, ché sarebbe chiedere troppo, ma almeno i dintorni del porto, fosse solo per comprare una bottiglia di acqua minerale a un prezzo più umano di quello mafioso imposto sulla nave.
Nave che non è una crociera, non è un transatlantico non è neanche quel traghetto spassoso che trasporta la gente da Stoccolma a Helsinki e sulla quale ci si diverte da matti. No, è un traghettone un po’ malandato, di quelli che hanno avuto tempi migliori e hanno gettato la spugna di fronte all’ipotesi di poterne avere ancora di buoni. Mi sa che ‘sta bagnarola non rivedrà mai più un cantiere per essere messa un po’ a nuovo.
E’ di una compagnia italiana, ma di italiani se ne vedono ben pochi, anche tra il personale, a parte la simpatica cassiera napoletana del piccolo negozietto di bordo che vorrebbe essere una specie di bazar da non luogo ma non riesce ad andare oltre l’aspetto tristanzuolo di un’edicola sfornita. Mi presento alla cassa con Gente e Gioa. Non che volessi il Financial Times, ma davvero non c’è altro da leggere come alternativa alla Simone De Beauvoir che mi sono portato dietro.
La nave è piena di famiglie marocchine. La maggior parte di loro ha una cabina economica, una specie di cubicolo senza finestra, e infatti i corridoi sono pieni di bambini che vi giocano non potendolo fare al chiuso di quei loculi. Quasi tutti gli uomini che viaggiano senza famiglia invece hanno solo la poltrona, biìvaccano fumando seduti lungo il bordo della piscina vuota e dormono accampati sulle rampe di scale con le coperte che si sono portati dietro. Mi ricordano la stessa cosa fatta da me sulla suddetta nave tra la Svezia e la Finlandia, da adolescente in interrail con pochi soldi, ma gli stati d’animo delle due esperienze sono imparagonabili.
C’è anche una piccola comitiva di turisti tedeschi dall’accento bavarese, che non so come diamine siano finiti su questo rottame. Sul ponte durante questo breve scalo a Barcellona sento uno di loro parlare al telefono sicuro di non essere capito da nessuno. Dice con disappunto a qualcuno che la nave è piena di “primitivi”. Certe dannazioni germaniche ti seguono ovunque tu vada, non c’è scampo.
Non potendo abbandonare la nave durante lo scalo, la si esplora un po’ a casaccio. Il garage è pieno di auto stracariche dentro e sopra di pacchi e mercanzia varia, e alcune sono così piene che non si capisce come siano riusciti a chiuderle. Si tratti di doni per i parenti in patria o di prodotti di prima necessità per uso personale, c’è una costante che accomuna quasi tutte le auto di queste famiglie marocchine: sono piene di confezioni di rotoli da cucina e carta igienica. Mi sono appuntato in mente il proposito di verificare in Marocco i prezzi di questi due prodotti.
Ancora esplorando salta fuori la piccola moschea, che un tempo deve essere stato il cinemino di questa bagnarola. Mi guardo bene dal metterci piede, ma la porta è spalancata e vedo che dentro c’è gente che prega o è seduta lungo le pareti con un libro aperto sulle gambe, suppongo quello stesso libro che non si può recensire male senza che un’ambasciata occidentale in un paese arabo venga assaltata e messa a ferro e fuoco. Be’, la stragrande maggioranza dei passeggeri di questa nave è marocchina, a occhio e croce direi un buon novantacinque per cento, quindi già prima di mettere piede in Marocco si sta un po’ sperimentando la full immersion islamica, e la si sta sperimentando da coppia gay che si autocensura, reprime e mimetizza per evitare non dico problemi, ma quanto meno spiacevoli occhiatacce e la sensazione, francamente, è assai spiacevole. Appena sbarcati in Marocco cercherò di verificare se non si tratti di un’eccessiva autorepressione, e quindi abbia fatto bene a derogare al mio proposito storico di non mettere mai piede in un paese musulmano per principio e per amor proprio, o se era meglio andare a fare un giro in macchina per il Peloponneso come prevedeva un’ipotesi alternativa per queste vacanze.
Non essendo la nave uno di quei carrozzoni tutto intrattenimento e animazione, la traversata scorre noiosa e concentrata sulla lettura della Beauvoir, che giunge velocemente a termine con un leggero carico di stizza per ‘sta cretina dell’io narrante, che architetta automortificanti strategie e si strugge e si contorce l’animo per il destino che la pone come possibile opzione di un uomo che non riesce (ma in realtà non vuole) prendere una decisione, e tu pensi che se invece lei si sottraesse a questo status e rivendicasse il diritto (ma in questo caso quasi un dovere verso sé stessa) di farla lei, la scelta, l’umanità avrebbe uno struggimento amoroso e una prodotto editoriale banale in meno. Per l’automortificazione che accompagna un amore che sta scivolando via dalle mani ci siamo passati un po’ tutti, ma l’aspetto luttuoso della faccenda l’ho trovato meglio raccontato altrove. Qui, se non altro, spicca magistralmente raccontata la vigliaccheria di chi non sa fare scelte.
Per il resto della traversata ho “La conservazione metodica del dolore” di tale Ivano Porpora, il cui titolo sembra studiato a tavolino per ammiccare agli amanti di Gadda. Non mi faccio fare fesso, lo posseggo perché non so uscire con le mani in mano da un luogo dove ci sono libri in vendita, e questo l’ho preso via dalla catasta di una bancarella di libri usati a Genova. Lo leggo e ci torno sopra.
Oltre che leggere, qui non si può fare altro che assistere alla proiezione di film in francese con sottotitoli in arabo, o guardare il mare. Un paio di ore fa ho visto due delfini saltare fuori dall’acqua sullo sfondo della Sierra Nevada all’orizzonte. Questo spettacolo da solo ha dato un valore immenso alla scelta di prendere ‘sta nave invece di volare.

A Napoli in bicicletta si andava meglio prima, quando non c’erano le piste ciclabili. Si pedalava a bordo della carreggiata, i sampietrini ti facevano vibrare tutto l’ambaradan e riattivavano la circolazione sanguigna quando prendevi velocità sulla calata di Capodichino. E poi va be’, si finiva ogni tanto al pronto soccorso non sempre per la scarsa disciplina degli automobilisti ma più per lo stato postapocalittico che caratterizza il manto delle strade di Napoli, ve lo dice uno che ha esperienza di tre punti di sutura per essere rotolato, lui e la bicicletta in un groviglio di carne umana e ferraglia, lungo la discesa della Doganella.
A parte la pista ciclabile vera e propria sul lungomare “liberato”, con segnaletica orizzontale con tutti i crismi e ciclisti a novanta gradi per l’inculata di vederla sparire la sera sotto le macchine parcheggiate, la pista ciclabile a Napoli oggi è il disegnino di una bicicletta posto a intervalli regolari sui marciapiedi delle strade centrali, coi vigili che hanno preso la novità con uno slancio di entusiasmo un po’ eccessivo e redarguiscono chiunque osi pedalare alla vecchia maniera: sulla strada e non sul marciapiede a scampanellare per farsi largo tra i pedoni. Il risultato è che si vede qualche bicicletta in più in giro grazie alla campagna di incoraggiamento di De Magistris ma, se pedalare a Napoli prima era difficile, oggi è un’esperienza archiviabile come sport estremo.
Chi ha pensato, progettato e realizzato le piste ciclabili a Napoli, non ha mai visitato prima una città dotata di piste ciclabili, ne sono sicuro.

Dovrei parlare di Graz ma prima apro una breve parentesi sui controlli dell’aeroporto di Francoforte, che sono meticolosi, estenuanti, rigorosissimi, e tira fuori il portatile, e allarga le braccia, e leva ‘sta scarpa, e togli ‘sta cintura, e ‘sta crema idratante non te la faccio passare manco se mi preghi in ginocchio, e poi ci siamo accorti solo a destinazione di essere riusciti a imbarcare in cabina, senza volerlo, dimenticato in un recondito meandro di uno zaino, uno di quei coltelloni svizzeri di una quindicina di centimetri che col pulsantino apposito fanno scattare fuori qualsiasi tipo di lama, arma bianca o oggetto atto a fendere e/o contundere. Mi sarebbe piaciuto accorgermi durante il volo di possedere tale materiale offensivo, e tirarlo fuori davanti alla hostess per sbucciarmi la mela con la naturalezza di chi sta facendo la cosa più normale del mondo.
Dopo la parentesi aeroportuale, ne apro un’altra brevissima: scopro solo ora che Graz, la città più incantevole tra quelle da me visitate recentemente, è gemellata con la tedesca Darmstadt, che nelle mie memorie si è impressa come la quintessenza dello squallore scesa sulla faccia della terra e fattasi città.
Chiuse tutte le parentesi, rimane da dire solamente che il centro storico di Graz, che è parecchio esteso, è una Vienna in miniatura ed è tenuto come una bomboniera dall’amministrazione cittadina. È un tripudio di edifici asburgici che la vale tutta, la nomina a patrimonio Unesco. L’atmosfera che si respira tra le stradine di Graz è molto meno provinciale di quanto ci si potrebbe aspettare dalla piccola capitale di una delle regioni meno cruciali della Mitteleuropa, anzi a me è parso di girare per una sorta di micrometropoli a suo modo multietnica e dalla cultura spiccatamente urbana. Poi, a viverci, chi sa: l’Austria non viennese non brilla certo per progressismo e laicità, e io sono sicuro che da residente finirei per sentirmici asfissiato, a Graz, ma da turista ho goduto di una piccola Vienna soleggiata, abitata da milanesi (un attimo che ci torno, su questo “abitata da milanesi”) e immersa nell’atmosfera di una Montmartre che, in un paio di vicoli più stretti, riesce quasi a diventare atmosfera caprese (ma va detto che Graz si è giocata tutto questo appeal metropolitano con la cafonata provinciale di dedicare lo stadio cittadino al governatore ancora vivente della California Arnold Schwarzenegger, nato in un paese lì vicino, un po’ come se Sassari dedicasse una piazza a Elisabetta Canalis).
Eppure questa città, che è la seconda dell’Austria per grandezza, per dotazione museale e – aggiungo come parere personale – per bellezza dopo Vienna (mi manca Linz, ma dicono non sia un granché), stranamente non produce lo stesso richiamo turistico delle sue connazionali Salisburgo e Innsbruck, che però godono di maggiore vicinanza a Italia e Germania, da dove i loro turisti provengono.
Come scrivevo l’anno scorso riguardo a Vienna, anche il resto dell’Austria dimostra ulteriormente che esiste gente di madrelingua tedesca che sa fare scelte oculate di mattina davanti a un armadio aperto, cosa difficile da credere per chi ha dimestichezza con la Germania e i tedeschi, ormai lanciati a ruota libera con le giacche a vento Jack Wolfskin e le scarpe da trekking per ogni occasione. A Graz però si va un po’ oltre il compromesso viennese, e mi è parso che la maniacalità con cui viene curato il proprio aspetto, dalle scarpe ai capelli, raggiunga livelli esasperati che altrove ho riscontrato solo a Milano. Mentre la sciura di Francoforte scende a prendersi un caffé in piazza conciata come se stesse andando a unirsi a una cordata di Messner per la conquista della cima del Nanga Parbat, quella di Graz esce di casa solo con la Birkin di Hermés e assicurandosi che non siano passati più di due giorni dall’ultima visita dal parrucchiere. Entrambi gli estremi, la totale mancanza di buon gusto e l’ossessione per esso, non mi piacciono ma, se non altro, questo culto del buon gusto si riflette positivamente nelle maniere, nell’ospitalità, nelle interazioni quotidiane.
Non saprei come commentare il tedesco della Stiria. È praticamente viennese, ma con le vocali alterate che fino ad ora avevo sentito solo nel tedesco altoatesino di quella befana separatista di Eva Klotz. L’ho sentito dalla bocca di gente simpatica, ospitale, calorosa, e perciò ne ho un pregiudizio positivo e adesso lo adoro.

Dopo il dovuto discorso sul ristorante italiano in Germania, vorrei aggiungere che i nostri connazionali qui hanno un tempio dove il culto del loro orgoglio nazionalistico viene celebrato con cadenza almeno settimanale: è il supermercato italiano.
Fatte salve le salumerie italiane, piccoli negozi con prodotti nostrani che per ora ho visto solo a Berlino, e che in genere vendono a prezzi insani, in ogni città tedesca che si rispetti c’è almeno un grande supermercato italiano dove i nostalgici della madrepatria possono fare incetta di prodotti italici pressocché introvabili nei supermercati tedeschi: particolari formati di pasta, determinati salumi e formaggi, gli agognati biscotti per la colazione e altri prodotti quasi del tutto sconosciuti alle popolazioni germaniche.
Entrare in un supermercato italiano in Germania significa affrontare un’esperienza di spaesamento: mica si entra in un GS, in un Conad o un Esselunga. Io un luogo come il supermercato italiano in Germania ce l’ho nei ricordi di quando ero piccolo, anzi piccolissimo, quando mio nonno aveva un ingrosso di alimentari a Napoli e i suoi magazzini erano alti, scuri e silenziosi, con la merce accatastata in barba a qualsiasi strategia di marketing, qualsiasi condizionamento o stimolo all’acquisto. Il supermercato italiano in Germania è un luogo consacrato al pragmatismo e al silenzio. Sembra incredibile potervi fare la spesa senza essere indotti ad avere una crisi isterica dallo stillicidio del motivetto di REWE, la catena di supermercati più diffusa in Germania.
Una cosa però va detta: l’Italia ha operato sulla Germania una lenta ma costante gentrification alimentare, e quindi i prodotti dei marchi italiani più importanti sono facilmente reperibili in qualsiasi supermercato tedesco. Il processo è ancora in corso, perché oltre ai marchi globali come Barilla, Buitoni, Lavazza eccetera, compaiono sempre più marchi minori. In un supermercato tedesco ordinario si può fare insomma una spesa del tutto italiana,  ragion per cui al supermercato italiano di Francoforte, nascosto in una traversa della Hanauer Landstrasse nella periferia orientale, teoricamente vado solo per i vini (ci ho trovato un vino sannita che già oltre i confini della Campania è difficile da reperire: il solopaca, di una casa vinicola di Guardia Sanframondi).
Salvo poi, trovandomi in loco, farmi venire una sindrome da shopping compulsivo in versione nostalgica e presentarmi alla cassa con una montagna di stronzate inutili e ipercaloriche, ché a vederle lì, su uno scaffale lontano dalla madrepatria e circondate da milioni di chilometri quadrati di Crucconia, senti la voce di santa Francesca Saveria Cabrini, protettrice degli emigranti, che ti sussurra: “Vuoi davvero aspettare di essere in Italia prima di poter addentare un salame napoletano, o dei taralli pugliesi, o una scamorza molisana, o una pasta di mandorle siciliana?”

Il tedesco medio si sente sempre in dovere di consigliare entusiasticamente a te, italiano, un ristorante italiano dove andare a sentirti a casa. Crede che tu non mangi altro che spaghettibolognese, spaghettipesto, pizzanapoli, e pastascampi, e che la tua sopravvivenza in Germania dipenda dalla dimestichezza con cui sai mappare la città individuando strategicamente tutti i ristoranti dove tali prelibatezze sono esattamente come in patria. Peccato che in patria non hai mai visto spaghettibolognese in un piatto, e che quanto un tedesco ti dice “scampi” sta intendendo semplicemente dei grossi gamberi, che qui vengono chiamati scampi ovunque, anche in quei ristoranti che cercano di darsi un tono da guida michelin. Finché non valica le Alpi, un tedesco non ha mai visto e non sa come sia fatto un vero scampo, e tuttavia pastascampi con ‘sti gamberoni è il pezzo forte immancabile di ogni ristorante italiano. Mi sono sempre chiesto come reagisce il tedesco che per la prima volta in Italia ordina un piatto di linguine con gli scampi e si vede arrivare questo crostaceo decapode dal carapace che sembra di titanio e che ha dentro così poca parte edibile: sicuramente rimpiange il gamberone, che sazia di più e rientra nella spesa.
Perciò, quando un tedesco appena presentatomi finisce a suggerirmi calorosamente – e capita sempre – di andare a cenare in tale posto dove la pizza è come a Napoli e dove spaghettipesto sono proprio al dente, mi immagino questo solito postaccio con le pareti costellate di foto in bianco e nero della bellaitalia ai tempi della dolcevita e quel paio di scenette pietose immancabili nei ristoranti italiani in Germania ma che non ho mai visto in Italia, come la forma intera di grana in bella vista da cui il cameriere ti gratta compiaciuto il formaggio, ovviamente dopo averti servito un piattino ricolmo di olio di oliva in cui pucciare il pane come aperitivo e prima di accompagnare il conto anche a luglio con l’omaggio di una vecchia romagna alla quale non viene risparmiata la cafonata della fiamma.
Io dico che sì, ci andrò, grazie del consiglio, mi hai proprio salvato la vita, e penso che da quando vivo in Germania sono stato in ristoranti italiani solo in quelle occasioni di gruppo in cui non avevo potere decisionale, e non perché io sia snob, ma perché fuori io preferisco mangiare tedesco, ché la cucina crucca ha le sue tradizioni di tutto rispetto e sa sorprendere con piatti di una prelibatezza commovente. Le mie tradizioni, i miei amarcord gastronomici in mano a ristoratori improvvisati per un’utenza incapace di distinguere un piatto di pasta al dente da un cumulo di vinavil rappreso no, proprio no. Non vedere i tedeschi mangiare italiano fa parte di un difficoltoso programma strategico che ho allestito per arrivare a volere bene a questo popolo.

Nella scelta del luogo dove realizzare il nuovo aeroporto di Napoli, quello che dovrà sostituire Capodichino, ci si è messi davvero d’impegno per trovare un giusto compromesso tra distanza dal capoluogo, lontananza da centri abitati e raggiungibilità.
Grazzanise dista 50 chilometri da Napoli e , vista da Google Map, pare il punto della provincia di Caserta più distante da qualsiasi autostrada, ferrovia, strada provinciale, mulattiera, sentiero. I problemi di Malpensa non hanno insegnato niente.

Ah, dimenticavo una piccola nota a margine: vista da Google Map, Grazzanise pare anche graziosamente inserita in quell’amena area del territorio campano (Castel Volturno, Cancello Arnone, Casal di Principe, San Cipriano, Villa Literno eccetera) in cui il potere della camorra è sfacciato, enorme, senza limiti e senza la concorrenza di quello dello stato.

Se il Regno Unito è costellato di caffetterie che si spacciano per italiane (Costa) o comunque millantano un improbabile coffee style italiano (Nero), ciò che mi fa raccapriccio in Germania invece è la profusione enorme di marche tedesche di abbigliamento, scarpe, accessori e cosmetici che fingono di essere italiane. Si tratta di prodotti di scarsa qualità, spesso inguardabili, concepiti esclusivamente per il mercato tedesco di cui devono soddisfare taglie e gusti (un po’ diversi da quelli italiani, e decisamente discutibili), e che per vendere si appropriano indebitamente dello stereotipo di tradizione e esperienza italiane nel settore. Un po’ come se la Fiat fondasse un marchio di berline di lusso e gli desse nome, logo e connotati tedeschi, ma mantendo rifiniture della qualità di una Panda.
I reparti di abbigliamento dei grandi magazzini Karstadt e Galeria Kaufhof sono i luoghi migliori dove avere una panoramica su questi marchi che, al di là del logo italicheggiante spesso decorato coi colori della bandiera italiana, sono completamente crucchi per quanto riguarda proprietà e design, e cinesi o turchi per la manifattura: Bruno Banani, Marc O’Polo, Bugatti, Passigatti, Donna Carolina (per questo marchio hanno perfino registrato il dominio italiano, salvo poi che il sito è solo in tedesco), Fabiani Grande Moda, Carlo Comberti, Alberto Venturini e così via, per non parlare del caso emblematico della catena di bigiotterie Giorgio Martello, che sotto il logo ostenta anche la falsa provenienza “Milano” e sul sito ufficiale si spaccia per “marchio italiano di culto”, mentre è stato fondato nel 2004 dalla tedeschissima Jörg Hammer GmbH e non ha mai messo piede nel mercato italiano.
La qualità di questa roba, come ho detto, è pessima o comunque mai all’altezza dei prezzi che nome e fama scippati all’Italia consentono di imporre. I tedeschi però sono sicuri e straconvinti di star comprando prodotti italiani, e quindi la media qualitativa percepita di uno dei settori su cui maggiormente campa l’export italiano precipita verso l’abisso.
La Germania sa garantire produzioni di altissima qualità nei settori in cui ha lunga tradizione, ma nei settori intrapresi copiando esperienze altrui sorprende negativamente con una qualità infima. Come nell’industria alimentare, per esempio, dove hanno già cominciato da tempo a produrre schifezze buttandoci dentro un po’ di origano e pomodoro rancido in modo da potergli dare un marchio italiano creato dal nulla.

Nel medagliere storico di tutti i notiziari del mondo, la Germania occupa posizioni variabili, ma sempre poco sopra le 200 medaglie d’oro, qualcuna in più dell’Italia.
I giornali tedeschi invece si calcolano pure le medaglie della Germania Est e si considerano in terza posizione con 400 medaglie.
Insomma, secondo loro per scalare la classifica basta annettersi una nazione con abbastanza medaglie.

Francoforte vuole candidare due siti alla nomina di Patrimonio mondiale dell’umanità presso l’UNESCO. Si tratterebbe di materiale coi controfiocchi per la spocchia italiana del guardare dall’alto in basso i tedeschi riguardo al valore dei loro monumenti. In verità però qui non si vuole ridicolizzare il patrimonio artistico della Germania, che è di tutto rispetto, ma sottolineare la tendenza locale ad esagerare un po’ in certe valutazioni e, me lo si conceda, il provincialismo di una città che aspira ad essere considerata metropoli ma gna fa, e che ora si sta affannando per abbinare alla sua immagine di fredda città finanziaria anche una improbabile vocazione turistica (attualmente in centro sono in corso di smantellamento molti edifici orrendi dell’immediato dopoguerra perché si vuole ricostruire parte del centro storico medievale esattamente come era prima dei bombardamenti).
Poi va be’, se vogliamo discutere di cosa sia meglio tra l’esagerata autostima artistica della Germania e l’incuria in cui versa il patrimonio artistico italiano, preferirò sempre la via tedesca. Il discorso però è un altro: magari puntualizzare la megalomania germanica può aiutare a mettere a fuoco la disistima italica.

Vediamo un po’.

Il primo monumento è la Paulskirche, chiesa di San Paolo, costruita nella seconda metà del ‘700. Si trova in pieno centro, accanto al municipio. Nel 1848 vi si riunì per la prima volta il parlamento della Germania unita, fu poi letteralmente polverizzata (come tutto il centro di Francoforte) durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Ricostruita identica, sconsacrata, completamente vuota e spoglia, oggi viene usata solo in particolari occasioni. Vi si tiene la cerimonia di premiazione del prestigioso riconoscimento letterario “Friedenspreis des Deutschen Buchhandels” (qualche anno fa è stato conferito a Claudio Magris).
A detta della stampa locale, le possibilità che la Paulskirche diventi Patrimonio mondiale dell’umanità sono scarse. Insomma, è una ricostruzione (quindi un falso), per di più completamente vuota, dal valore artistico e architettonico pressocché nullo. Sarà anche importantissima per la storia locale, ma c’è un motivo se il riconoscimento è definito patrimonio “dell’umanità” e non “dei tedeschi”. Per ogni popolo è importante il luogo dove il suo parlamento si è riunito per la prima volta, quindi si creerebbe un precedente per cui ognuno di questi luoghi merita di essere riconosciuto come Patrimonio mondiale dell’umanità.

Il secondo è Heimatsiedlung, una piccola zona residenziale funzionalista del quartiere francofortese di Sachsenhausen progettata dall’architetto tedesco Ernst May e costruita a partire dal 1927. Una passeggiata su Street view per le strade dell’Heimatsiedlung rende bene l’idea di ciò di cui sto parlando. Questa è data come più probabile per la candidatura.

Diciamo la verità: fanno tenerezza, ‘sti tedeschi, quando se la cantano e se la suonano da soli sul valore di certi loro monumenti.
Ricordo un documentario della ARD (la Rai Uno tedesca) sull’architettura di Francoforte: mostrava in un’unica inquadratura il grattacielo della Deutsche Bank e la Alte Oper, che fu costruita nel 1880, rasa letteralmente al suolo durante i bombardamenti, ricostruita identica solo negli anni ’70, dopo quasi trent’anni in cui praticamente non è esistita, quindi un falso che più falso non si può, per altro copia di un edificio già di per sé relativamente recente per la storia dell’architettura. Ebbene, la voce fuori campo descriveva la scena dicendo “a Francoforte il contrasto tra antico e moderno è estremo“. Eggià.

Il mio bisnonno avrebbe voluto un funerale col tiro a quattro, perciò quando morì ricordo questo “problema del tiro a quattro”, col morto steso sul letto e il giro di telefonate per cercare un’impresa di pompe funebri che ancora offrisse tale pacchianata. Finì con un’alzata di spalle e un funerale normale, senza carrozza e senza necessità di dover seguire il feretro scansando la merda dei cavalli. Tanto è morto, lui non lo sa, dissero i parenti.
Mio nonno e mia nonna materni sono sepolti in due cimiteri diversi. Lui a Poggioreale, lei nella cappella di famiglia ad Arzano. Volevano essere sepolti insieme, ma ognuno dei due indicò un cimitero diverso, e ora giacciono separati in un eterno ma provvisorio riposo, in  attesa che la parte ancora vivente della famiglia sciolga la riserva, decida chi scontentare della defunta coppia e dare il via al trasferimento della salma ormai non più in grado di recalcitrare.
L’altra mia nonna, quella paterna, avrebbe desiderato la sepoltura definitiva, decisamente atipica nella tradizione funeraria meridionale che, archiviati i tempi della famosa scolatura del cadavere, prevede ancora oggi la cosiddetta doppia sepoltura (inumazione con successiva esumazione, pulitura delle ossa e sistemazione di queste in un loculo) oppure, per evitare troppe complicazioni, la tumulazione direttamente in loculo. Avrebbe desiderato anche essere sepolta con gli abiti indossati al momento della morte, fossero stati pure il pigiama, e un funerale religioso solo per i familiari. Lo so perché da ormai parecchi anni lasciava strategicamente  tra le sue cose dei biglietti con disposizioni precise per funerale e sepoltura. Ognuno di quei biglietti cominciava con “per la mia morte…”, ed ebbe modo di scriverne parecchi, perché iniziò a compilarli verso i sessant’anni ed è morta alla bellezza di novantotto anni. Si è beccata invece da fresca morta il supplizio della vestitura della salma, una cerimonia funebre più partecipata dei matrimoni dei suoi nipoti e, manco a dirlo, l’inumazione a cui tra qualche anno seguirà l’esumazione e la pulitura delle ossa. Quindi rito e sepoltura completamente diversi da quelli che per quarant’anni aveva diligentemente pianificato.
Della mia opinione su cosa fare del mio corpo, mia madre non ha mai voluto sentir parlare. Dice che l’ordine naturale delle cose prevede che non sarà lei a doversi occupare delle mie spoglie mortali. Eppure io ho disposizioni precise da dare, perché potrei crepare da un momento all’altro e in tal caso vorrei andarmene con discrezione, lasciando dietro di me il minor numero possibile di rotture di cazzo, al contrario dei miei avi coi loro capricci funebri. Mia madre ha sempre respinto ogni mio accenno alla cosa, ma lo sa bene cosa voglio: che si trovi il modo più pratico ed economico per sbarazzarsi della mia carcassa, qualunque esso sia, e morta lì (è proprio il caso di dirlo). L’unico vezzo post mortem che mi concedo, e che suppongo non debba comportare complicazione alcuna, è che la mia salma non venga utilizzata per carnevalate e aspersioni di risorse idriche che, per quanto benedette, mi farebbero girare i coglioni morto e buono. Niente funerale religioso, insomma, in linea con la distanza che da vivo ho messo tra me e la religione. Lo lascio scritto qui sul blog, va’, ci siete voi per testimoni, ché della mia famiglia non mi fido, visti i precedenti.
E se proprio devo esprimere un desiderio preciso, complicato e, se vogliamo, eccentrico, per rendere il mio riposo eterno un po’ più coerente con il mio passaggio terreno, un’anima buona potrebbe sfondare di lato la mia tomba e sistemarci dentro la casa di un gatto, come questa tomba che ho visto sabato scorso al cimitero di Montmartre a Parigi. Allora sì che fusa feline mi  renderebbero lieve la terra.

Nicole Minetti si vende, è solo una questione di prezzo.

Con Italo ho viaggiato il mese scorso da Milano a Napoli. Puntualissimo, velocissimo, pulitissimo, forse un po’ spartano in prima classe e costoso per il catering a bordo, e la connessione wi-fi non ha funzionato per l’intera tratta,  ma i prezzi sono convenienti se si prenota con un certo anticipo. Il viaggio è piacevole, e il panorama dai finestrini è sempre spettacolare, al contrario di qua in Germania dove le tratte ad alta velocità sono quasi sempre affossate o ombreggiate da file di fitta vegetazione. Dovessi di nuovo scegliere tra Frecciarossa e Italo, quest’ultimo avrà sempre la mia preferenza.
Italo fa dell’italianità il suo vanto. Treno a parte (francese), tutto riflette belpaese con orgoglio, dai colori aziendali agli stuzzichini, dal nome dell’azienda ai marchi coinvolti. Ma l’italianità di Italo ha raggiunto il suo apice oggi sul blog ufficiale, dove Montezemolo e compari ci sbattono in faccia con orgoglio che una laureata in lingue e letterature straniere fa la bibitara sul loro treno. Chi glielo dice, a Marta, che in Germania il suo lavoro lo fanno le diplomate dopo qualche settimana di training?

Tripadvisor è diventato ormai uno strumento indispensabile nella pianificazione dei miei viaggi e soggiorni, soprattutto per le foto degli utenti che sono utilissime a farsi un’idea degli alberghi, al contrario delle patinatissime e irrealistiche foto ufficiali degli albergatori. Le recensioni invece lasciano il tempo che trovano e vanno lette tra le righe: molta gente lancia livorosi strali per motivi del tutto futili, demolisce un albergo senza pietà perché il cuscino era troppo duro o smerda pubblicamente un ristorante per un piccolo errore nel conto. A volte poi questi strali sono generati da una mancata conoscenza di aspetti culturali locali (stranieri, per esempio, che recensiscono male le pizzerie storiche di Napoli perché la pizza non è croccante) o da ragioni infondate (gente che non ha ottenuto servizi che l’albergatore non è tenuto a fornire).
Qualche volta mi diverto a leggere le recensioni negative degli alberghi dove sono stato o dove starò. Devo dire che piú Tripadvisor diventa conosciuto e usato, piú sono numerosi i management degli alberghi che replicano personalmente alle recensioni negative, e non posso fare a meno di notare una costante: i management stranieri, pur rivendicando con estrema educazione la legittimità di scelte che il cliente non ha gradito, si scusano e invitano a essere messi alla prova con una seconda chance, mentre quelli italiani aggrediscono e polemizzano con il cliente che si è lamentato, a volte anche mandandolo a cacare. E sto scrivendo di alberghi a quattro stelle di un paese che sarebbe quasi nelle condizioni di aggrapparsi al turismo come ultima disperata spiaggia e avrebbe il dovere di fare dell’ospitalità un culto.

Ieri notte, in un lounge bar francofortese, due lesbiche al tavolino accanto sorseggiavano cappuccini accompagnati da biscotti. Una scena non del tutto inusuale in Germania che ha generato una discussione sulle diverse culture del caffé in Italia e nel resto d’Europa, e che mi ha ricordato una barista napoletana di via Scarlatti che reagì con divertito sbigottimento all’accoppiata del mio essere evidentemente napoletano e l’aver ordinato un “caffé americano” (mi chiese perfino se fossi sicuro di voler ordinare esattamente “quella cosa là”).
Sono molto affezionato al metodo italiano, nessuno mi vedrà mai bere un cappuccino in orari non previsti dalla tabella del caffé italica. Se però vedo qualcuno farlo, mi limito a chiedermi dove sia il gusto senza rompere i coglioni con la supponenza tipicamente italiana riguardo a caffé e alimentazione. Oddio, qualche volta in verità lo faccio, ma tra amici e per divertimento.
Detto questo, vorrei segnalare un post di Lee Marshall sull’argomento. Scrive: “In Italia credo che sia scritto nella costituzione che puoi entrare in un bar e avere il caffè servito al banco nell’arco di massimo sessanta secondi”. Ebbene, la possibilità di avere un espresso senza perdere tempo non solo è una delle cose che mi mancano di più in Germania, ma genera anche curiosi equivoci quando mi capita di portare stranieri, soprattutto tedeschi, in giro per Napoli. Io dico “prendiamoci un caffè”, e intendo esattamente quella cosa: entrare in un bar, ordinare un caffé, berlo al banco e pagare, il tutto risolto nel giro di due minuti. Puntualmente lo straniero capisce: “Sediamoci in un caffé e interrompiamo la visita alla città per almeno quaranta minuti”. Nel contesto napoletano davo così per scontato il mio significato che ci ho messo anni a capire perché la proposta di un caffé incontrasse così facilmente resistenze.

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È stato il primo e per ora unico romanzo che ho letto di Elena Ferrante, autrice di cui non avevo mai approfondito neanche minimamente la biografia. Infatti ho appreso solo a lettura finita che Ferrante non esiste, o almeno così pare, e che dietro questo pseudonimo si nasconde una persona già nota in ambito letterario. Si dice che possano essere il critico Goffredo Fofi o lo scrittore napoletano Domenico Starnone, nel qual caso non sarei affatto sorpreso, perché scegliersi un alter ego del sesso opposto è tutt’altro che una novità nella storia degli pseudonimi letterari, ma anche perché uno dei pensieri che ha accompagnato la mia lettura dei Giorni dell’abbandono è stato una specie di inconsapevole anticipazione di questa scoperta: la scrittura mi è parsa subito poco femminile, con la sua lucida e cruda analisi logica della disperazione sembra più quella di un uomo che conosce bene l’animo delle donne, e ho apprezzato questa capacità mentre credevo questo romanzo opera di una Ferrante in carne e ossa (ma l’apprezzamento potrebbe essere ancora valido, perché per ora nulla nega ufficialmente che dietro lo pseudonimo si nasconda una donna, o che Elena Ferrante esista davvero e per ragioni sue non si manifesti al pubblico).

L’io narrante è Olga, abbandonata improvvisamente dal marito Mario che dichiara “un vuoto di senso” e, senza che nulla lo facesse presagire, lascia lei, la casa e i due figli ancora piccoli. La narrazione scorre quindi scandita dalle varie fasi di elaborazione del lutto, cominciando da una breve negazione e soffermandosi ovviamente di più sulla fase della rabbia, che in Olga si manifesta con indifferenza o addirittura insofferenza per tutte le sue responsabilità quotidiane, compresi i propri doveri di madre che vive come fastidiosi satelliti attorno a un ombelico impegnato a scivolare verso la negazione di sé. Al lungo attraversamento del dolore di Olga non manca niente di ciò che caratterizza un abbandono del genere, sia riguardo agli stati d’animo (la ferita narcisistica, il distaccamento dalla realtà, i momenti di perdita di controllo), sia riguardo ai rapporti con gli altri (gli amici che mentono credendo di fare del bene, le persone – figli compresi – ridimensionate ad elementi di disturbo di un intero universo compresso improvvisamente in una sfera di dolore). La storia dispone anche di un elemento per così dire salvifico, il vicino di casa Carrano, unico rimasto nel condominio svuotato dalle vacanze di agosto, che dapprima viene usato (per non dire abusato) in malo modo da una Olga ormai lasciata a ruota libera nella sua follia del “non ho più niente da perdere”, ma poi, dopo che lei sarà riuscita a vederlo senza il filtro della sua disperazione, diventerà protagonista della fase di accettazione. Proprio in quella fase, quando ormai il peggio è passato, un dialogo tra Olga e Mario stabilisce definitamente per lei la riappropriazione di sé, riassegnandole innanzitutto la dignità del proprio dolore, e conferendo a lei e solo a lei la legittimità di parole come “un vuoto di senso”, cosa che Mario invece, pur avendo coniato l’espressione, ha solo visto dall’alto, per poi averne paura. «Tu no, tu non lo sai. Tu al massimo hai lanciato uno sguardo di sotto, ti sei spaventato e hai turato la falla col corpo di Carla».

Chiunque, da innamorato (perché Olga è ancora innamorata del marito), abbia vissuto un abbandono vi rivedrà tutte le fasi del lutto, una per una, descritte e analizzate come tappe obbligate, con gli stessi meccanismi e le stesse conseguenze. In più, quando Olga scopre il tradimento dietro l’abbandono di Mario (ecco cos’era il “vuoto di senso”), vi si rivive l’ossessione dolorosa e quasi folle di avere sempre davanti agli occhi l’immagine della persona amata che fa sesso con l’estraneo, l’intruso che ha avuto accesso a quanto di più intimo ed esclusivo ha caratterizzato la coppia.
Vi si riconosce anche la posizione opposta, quella di chi si reinventa la separazione interpretandola come un conflitto alla pari, cucendone addosso all’altra parte un ruolo complementare, accessorio e funzionale al proprio distacco, cosa che non è. La verità è che tutto quello che Olga desidera è capire, mentre tutto quello che Mario percepisce è un’intrusione illegittima nella nuova vita che sta costruendo insieme a Carla, una gnocca che per l’anagrafe potrebbe essergli figlia.

Chi invece non ha mai subito tale abbandono troverà la storia surreale e crederà eccessivo, per non dire da ricovero coatto in neurologia, il triste e disperato viaggio di Olga nell’automortificazione e nel distacco dalla realtà. Sono più o meno le stesse persone che consoleranno un amico nella posizione di Olga con il consueto “passerà”, senza capire che il problema è proprio quello: passerà. Il dolore, che altro non è che la conferma dell’amore provato, e a cui paradossalmente ci si aggrappa come all’ultima emanazione della coppia morente, toglierà le tende a poco a poco e si porterà via anche molte cose importanti, ma purtroppo è difficile comprendere che questa prospettiva, per quanto ottimistica, non interessa affatto alla persona che soffre per l’abbandono. Olga non vuole alternative al dolore, vuole solo Mario, e in quel momento può averlo solo sottoforma di dolore.
È un merito che riconosco a questo romanzo: aver analizzato e raccontato dal punto di vista interno uno stato d’animo che da fuori, ma a volte anche a posteriori da chi lo ha provato in prima persona, viene percepito come un patetico insieme di debolezze.
Lo fa però con uno stile narrativo alterno, che racconta magistralmente i momenti più bui del lutto, ma che diventa un po’ troppo frettoloso nel finale.

La citazione:

“Che complicato schiumoso miscuglio è una coppia. Sebbene la relazione si sfrangi e poi cessi, essa continua ad agire per vie segrete, non muore, non vuole morire”.

A Santiago volgiamo le spalle alle reliquie di San Giacomo Apostolo e inauguriamo una nuova versione light del celebre Cammino: al contrario e in auto, affrontando immediatamente un amletico conflitto tra navigatore satellitare, segnaletica stradale e percorso stampato da Google Maps: ognuno dei tre dice una cosa diversa. Con verifiche a posteriori si è realizzato che il percorso di Google Maps era quello più ovvio e breve, ma al momento ci si affida alla segnaletica stradale e prendiamo l’autostrada A54 “per Oviedo”, che però non porta a Oviedo, bensì finisce qualcosa come cinque chilometri dopo Santiago e ci lascia su strade provinciali in balia di questi cartelli “per Oviedo” che ti rincuorano, sì, ma mitigano a stento l’inquietudine del Tom Tom che rompe i coglioni con la petulante richiesta di fare inversione dove consentito. Finché, rientrando nel percorso di Google Maps che era l’unico ad avere ragione, imbocchiamo la A8, l’Autovia del Cantabrico, che è modernissima ma deserta. Tale desolazione feriale su un’autostrada coi controfiocchi rende ben chiaro il concetto di cui avevo avuto vaghe intuizioni in altri angoli della penisola iberica: gli spagnoli adorano dotarsi di infrastrutture ipergalattiche anche quando non servono a una beneamata minchia, per poi tenersele sottoutilizzate. Avranno costruito questa spettacolare autostrada per strappare i turisti automuniti come noi dalle strade provinciali interne e permettergli di macinare chilometri e chilometri godendo di vista mozzafiato sulla costa atlantica del Golfo di Biscaglia, ne sono certo.
E a proposito di infrastrutture ipergalattiche: voialtri che vi lamentate del ponte che Calatrava ha costruito a Venezia, guardate un po’ lo stesso genio di architetto cosa ha avuto il coraggio di costruire a Oviedo. La quintessenza dell’orrore fattasi edificio, un mastodontico cyber-rospo bianco eretto come una raccapricciante cattedrale postmoderna nel bel mezzo di una zona residenziale. Il “Palacio de Exposiciones y Congresos”, che ospita anche l’Ayre Hotel, visto da vicino fa così a cazzotti con tutto ciò che lo circonda che ti rammarichi di non aver messo in valigia anche quattro cariche di tritolo. Ci si può sottrarre al fascino di una costruzione così imbarazzante? No, e infatti in fase di programmazione del viaggio non ho voluto sentire ragioni: io devo capire, devo pernottare in questa roba qua. E là pernottiamo, scoprendo tra l’altro che dietro il bancone della reception lavorano gli unici due esseri umani del nordovest iberico in grado di parlare in inglese, così mi libero per un po’ dall’incombenza di esprimermi in quel miscuglio di italiano, spagnolo e coreografiche gesticolazioni che mi ha fatto sentire un idiota per un’intera settimana.
Oviedo conta poco più di duecentomila anime ma ha un aspetto così metropolitano che sembra di essere in una città da un milione di abitanti: strade larghissime, traffico frenetico e incolonnamenti, edifici residenziali alti come torri, rotonde enormi circondate da imponenti palazzi di uffici. Ma ciò che colpisce di più è l’atmosfera piacevolmente borghese: l’attenzione spagnola per decoro e pulizia urbani qui è esercitata con grande cura, la gente sembra molto più in forma e ben vestita, c’è verde a profusione in tutta la città.
Mi sono innamorato un po’ del piccolo centro storico di Oviedo, che è stato descritto da Woody Allen come uscito da una fiaba e non si può non dargli ragione. Case antiche di colori pastello si alternano a palazzetti rinascimentali e architetture romaniche e gotiche, tra cui spicca la Cattedrale di San Salvador. Anche qui, come a Santiago, si comprendono le dinamiche per cui, nonostante il record europeo di disoccupazione, nonostante la prospettiva di dover presto assaltare una banca insieme a una folla inferocita per riappropriarti del tuo legittimo contante, la vita ti appare dolce e piacevole per tutto il bello che ti circonda e senti interamente il privilegio di vivere lì dove i re asturiani impressero il loro nome nello stile architettonico.
Appena fuori Oviedo visitiamo i monumentos prerromanicos, le due chiesette asturiane (o ramirensi, come dicono gli spagnoli) di San Miguel del Lillo e Santa Maria del Naranco, quest’ultima nata come residenza e edificio conciliare di Ramiro I delle Asturie. Il flemmatico signore che fa da guida ovviamente non proferisce verbo alcuno in inglese, ma parla uno spagnolo così lento e cadenzato che ho capito quasi tutto, o almeno spero. Certe sciure francesi incartapecorite che erano nel gruppo invece non hanno capito un emerito cazzo, e siccome una di loro masticava un po’ di tedesco mi è toccato tradurre tutto, compreso quello che io stesso non ero sicuro di aver capito bene (la cariatide annuiva, ma il suo tedesco faceva troppo pena: mi sa che le sciure sono tornate a Tolosa convinte di aver visitato dei padiglioni barocchi dei Borboni).
Nonostante l’incanto delle chiesette preromaniche, della maestosa cattedrale gotica e del bellissimo centro storico, nonostante possa dire che Oviedo è una bellissima città, alla fine di tutto il viaggio è quella che meno mi fa sentire il suo richiamo per un ritorno appena possibile. Sarà per i prezzi, perché cenare fuori a Oviedo è forse l’unico vero motivo per andare ad assaltare una banca in Spagna, e quindi ‘sta fabada asturiana bisogna andarsela a cercare in qualche trattoria periferica, o sarà per quell’aria nel contempo metropolitana e borghese che mi fa pensare che a Oviedo ci vivrei proprio volentieri ma da turista una volta mi è bastata.

La Galizia non è Spagna, ha scritto qualcuno su un muro lungo la ferrovia che da Vigo porta a Santiago. E già, anche l’Alto Adige non è Italia, e la Scozia non è Regno Unito, e la Corsica non è Francia. Poi vogliono fare l’Unione Europea. Io della Spagna ho sempre avuto l’immagine brulla e riarsa che da Madrid in giù caratterizza il territorio, e che in Andalusia diventa un deserto rosso puntellato da milioni di ulivi. Perfino i picchi della Sierra Nevada non riescono ad erigersi al di sopra di una sensazione tanto mediterranea. La Galizia invece non è quella Spagna lì, almeno dal punto di vista paesaggistico, siccome la natura qui, anche sulle alture dell’entroterra, ti dice che il mare è l’oceano, che le correnti sono fredde, che le spiagge sono larghe e le onde si rovesciano e corrono sulla sabbia per decine e decine di metri.
Santiago accoglie con una gentilezza umile che non ci si aspetterebbe da un posto così turistico. Sarà perché è un turismo di nicchia, pellegrini devoti all’apostolo o tedeschi camminatori che hanno percorso tutto o parte del Cammino con la loro attrezzatura da trekking griffata Jack Wolfskin, ma sarà anche perché è una città universitaria, e quindi deve conciliare l’atmosfera spirituale di un’Assisi con la giovanilità di una Perugia. Fatto sta che i prezzi sono bassissimi per un luogo del genere, che la gentilezza della gente è disarmante, anche se l’inglese non lo parla nessuno, ma proprio nessuno, e che di marchette al turismo non se ne vedono, fatta eccezione per quel bastone del pellegrino con la conchiglia di plastica che viene venduto un po’ ovunque come souvenir. Penso a un posto dall’appeal turistico come Santiago in Italia e mi immagino piazzati ovunque figuranti travestiti da pellegrini medievali, camioncini strabordanti di souvenir-paccottiglia, bottiglie di mezzo litro d’acqua a tre euro l’una e menu turistici di pessima qualità (sostituendo i pellegrini medievali con i gladiatori ho appena descritto i dintorni del Colosseo, mi rendo conto).
L’idea di Santiago è quella di un luogo fuori dal tempo, dove la vita scorre con estrema dolcezza tra i vicoli medievali. Qui vinco i miei storici problemi con la capacità di essere sintetico e non aggiungo altro, perché nessuna parola scritta descriverebbe per bene il privilegio di esserci stato.
Ma parliamo ora del pulpo a la gallega, questa cosa che si ingurgita un po’ ovunque in Spagna ma che è tipica di questa regione. Polpo gigante cotto alla perfezione, tagliato sottile, innaffiato con olio di oliva di eccellente qualità e spolverato di paprika. È stato un po’ il leit motiv gastronomico di un’intera vacanza. Mi manca tanto. Dove sono le pulperie a Francoforte?

Boh, io non sapevo cosa dire a chi mi suggeriva di visitare Barcellona. L’avevo inserita in una piccola lista di città scartate a prescindere, luoghi che non mi interessano senza un preciso motivo, come Amsterdam. Mi chiedevano perché non volessi visitare Barcellona, e io rispondevo boh, ho altre priorità, pensando però segretamente al tipo di persona italiana media che vedo prendere e partire continuamente alla volta di Barcellona o Amsterdam, e forse era quello, forse era un’elaborazione inconscia del tipo: se piace ai tamarri non può piacere a me.
Avevo parzialmente ragione. Arrivati a Barcellona, alla reception dell’albergo economico ci dicono che devono spostarci in un altro albergo perché degli italiani (sic) hanno sfasciato la stanza che sarebbe toccata a noi, e non ce ne sono altre libere. Così, grazie ai tamarri italiani, ci godiamo un upgrade in albergo lussuoso senza costi aggiuntivi. Un solo pernottamento però, perché Barcellona è finita per caso nella pianificazione di un viaggio che inizialmente prevedeva altre mete. Quindi una sola giornata per visitarla, ma qui si è provetti e instancabili camminatori che non necessitano di pause, e perciò non ci si è fatto mancare niente: il Barrio Gotico, El Raval, la Barceloneta, il Teleferico, il Montjuïc, un paio di costruzioni moderniste e quella cosa orrenda che stanno costruendo da un secolo, un mattone ogni tre mesi, per la quale io condannerei Gaudí a una damnatio memoriae cancellando il suo nome da libri, monumenti e anagrafi catalane. L’impressione generale è che Barcellona ha la caratteristica napoletana di essere molte città in una sola, e mi ha dato conferma di quale luogo meraviglioso sarebbe Napoli se imparasse ad amarsi e a capire il suo immenso potenziale. Barcellona e Napoli sono due città che hanno avuto le stesse opportunità, olimpiadi a parte, ma una ha saputo coglierle e l’altra no.
Una giornata non basta a innamorarsi di una città, ma una fugace visita al Barrio Gotico da sola imprime una sensazione di poetica nostalgia che ti dice “devi tornare”, e infatti ci tornerò. Non so quando, ma ci tornerò. Non so perché, ho tolto Barcellona da quella lista nera quando ho visto le puttane bruttarelle e debosciate del Raval aggirarsi a due passi del porticato gotico dell’Hospital de la Santa Creu.

Voialtri vi state lamentando dei costi esorbitanti e della mancanza di sobrietà di questo palco che stanno allestendo a Bresso e che tra qualche giorno sarà calcato da Joseph Ratzinger con il suo stage name di Benedetto XVI. Dite che è perfino più megalomane di un palco simile che fu usato durante un tour mondiale dei Pink Floyd (e per forza che è più megalomane, il budget dei Pink Floyd mica poteva contare sull’otto per mille) e che mal si accompagna con lo spirito della funzione religiosa che il 3 giugno chiuderà l’Incontro Mondiale delle Famiglie 2012.
Io invece vi dico che la pontificia drag queen ci sta riservando una sorpresa. Farà il suo ingresso sul palco issato su una croce luminosa come la Ciccone, getterà in aria il camauro e darà il via a uno show che sarà pressocché così:

Perché che altro si può fare su quel palco? Dire urbi et orbi che gli ultimi saranno i primi e raccontare la storia del cammello, la cruna dell’ago eccetera? Ma no. Sono sicuro che il corpo di ballo formato per l’occasione da carmelitane scalze e padri passionisti sta provando in questi giorni i movimenti di Human Nature di Madonna.
Le famose scarpine di Prada questa volta avranno il tacco 12, contateci.

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