Tradire deriva dal latino trado, consegnare. Il significato corrente in italiano è dovuto con ogni probabilità all’episodio evangelico della consegna di Gesù all’autorità da parte di Giuda. Di conseguenza, l’origine del verbo tradire conferisce all’azione il senso del venire meno a un patto di fiducia anche nell’accezione che a noi interessa nella fattispecie, quella di cornificare.
La traduzione tedesca di tradire in questa accezione è molto tecnica: fremdgehen, composto dall’aggettivo fremd (estraneo) e dal verbo gehen (andare). Mancando etimologicamente di ogni riferimento al senso di fiducia disattesa, può essere usato anche per definire una trombata extraconiugale avvenuta col consenso del partner in un contesto di cosiddetta relazione aperta, uso che non può essere fatto col corrispondente verbo italiano. Nel mio vocabolario improvvisato tedesco, ovvero quel piccolo patrimonio di invenzioni lessicali estemporanee che nei primi anni in Germania costruivo sul momento per uscire da qualche difficoltà linguistica durante una conversazione, avevo ricavato il sostantivo dal verbo, e così tradimento (sempre nell’accezione sessuale) fu da me creativamente espresso come Fremdgang, parola che però non esiste: si usa l’infinito sostantivato. Però, insomma, mi ero fatto capire: il bello del tedesco è che a volte puoi giocare di fantasia nella costruzione delle parole quando quelle corrette ti mancano, e sei evidentemente in errore ma vieni capito alla grande.

Mentire in italiano ha un etimologia davvero interessante: deriva dal latino mentior (mentire), che a sua volta deriva da mens (la mente).
In tedesco si dice lügen, deriva dall’alto tedesco antico liogan che ha lo stesso significato. Oltre non posso risalire, non sono un linguista, ma mi limito a notare che il protogermanico lioga significa contratto, il gotico liugan significa sposare, il latino lego significa legare. Eventuali considerazioni e conclusioni le lascio a chi è più esperto. Comunque il resto è collegato: in tedesco Lüge vuol dire bugia e Lügner bugiardo. Fin quasi al quinto anno di residenza su suolo tedesco non avevo mai usato nessuna di queste tre parole, né le avevo memorizzate incontrandole in qualche lettura. Dopo così tanta pratica della lingua mi sono ritrovato a un certo punto nell’imbarazzo di non saper dire bugiabugiardomentire, ma le possibili perifrasi non sono state poi così avvilenti. Dire una cosa non vera ha la sua dignità. Poi però ho imparato a usare il verbo giusto: lügen.

Deludere in italiano ha origine dal latino ludus (gioco). Interessante notare che il verbo latino deludo non significa deludere ma ingannare o prendersi gioco di qualcuno, e mi pare che il deludere italiano non ne abbia ereditato alcun senso di volontà. Si può deludere anche in buona fede.
In tedesco si dice enttäuschen, dal verbo täuschen (barattare, cambiare) più il prefisso ent-, che tecnicamente è privativo, ma in tedesco rende l’idea della sottrazione più che della privazione. Etimologicamente, quindi, è molto più vicino del verbo italiano al significato corrente. È un’altra di quelle parole che, pur svolazzando spesso nei pressi dei miei timpani, ho memorizzato solo dopo anni. L’ammissione di cosa usassi prima di memorizzarla, lo ammetto, è un po’ imbarazzante: quando lo scorrere veloce della conversazione non mi consentiva di allestire una perifrasi decente, ci piazzavo un bel disappoint inglese, che tutti capiscono. Ich bin sehr disappointed. Anzi, visto che tendo spesso all’enfasi: ich bin unglaublich disappointed. Ovvio, venivo puntualmente corretto, ma ci sono parole tedesche che vanno ripetute più e più volte prima che rimangano finalmente appiccicate a qualche neurone, figurarsi enttäuscht!
Ma non solo: ancora al settimo anno in Germania (l’anno scorso) ho avuto difficoltà residue nell’uso del sostantivo Enttäuschung, delusione. Siccome l’Enttäuschung tedesca condivide con il disappointment inglese non solo il significato di delusione, ma anche quelli di disappunto e essere contrariato, usavo sì Enttäuschung correttamente, ma con la sensazione di non riuscire a esprimere pienamente quel senso di triste avvilimento che nella delusione italiana è implicito. Recentemente mi è stato spiegato che l’Enttäuschung che necessiti di esprimere quel senso specifico nei confronti della persona che l’ha causata può essere accompagnata dall’aggettivo menschlich, umano. Was für eine menschliche Enttäuschung, e a questo punto l’avvilimento è comunicato pure meglio che in “che grande delusione”.

Checca è una parola italiana che non amo molto. Sulla sua etimologia brancolo nel buio (in rete trovo ipotesi poco convincenti, credo non ne abbia una alla quale sia interessante risalire). La uso poco, e nelle conversazioni con miei concittadini le preferisco il corrispettivo napoletano fecàto (mi raccomando, ché alla pronuncia del napoletano ci tengo: fə’catə), la cui origine pure mi è ignota, mi limito a notarne una vaga assonanza con l’inglese faggot, che ha più o meno lo stesso significato. Fecàto, esattamente come faggot, esprime molto più disprezzo di checca ed è difficile – ma non impossibile – adoperarlo senza farlo risultare offensivo.
In tedesco l’ho sbagliata per anni dicendo Schwuppe, fusione di Schwul (gay) e Puppe (bambola), che pure vuol dire checca, ma è slang che avevo appreso a Berlino e credevo fosse “Hochdeutsch“. Solo in seguito ho imparato la parola giusta di rilevanza pangermanica: Schwuchtel. Deriva dal verbo tedesco antico schwuchteln, che significava agitarsi, più precisamente ballare agitandosi, e quindi racchiude in sé anche l’accezione che in italiano va resa con l’aggiunta degli aggettivi sbattuta o isterica. Adoro questa parola. Posso usarla economizzando sugli aggettivi. Schwuchtel. Devo dire però che anche a questa preferisco di gran lunga fecàto. Si’ nu fecato ‘e sfaccimma (‘si ‘nu fə’catə ‘e ʃfa’tʧimmə).