Lo scorso agosto sono stato in Giappone e da allora avevo questo post conservato in forma di bozza, senza riuscire a trovare il tempo di rivederlo, correggerlo e pubblicarlo. E così il post, da che era scritto in tempo reale durante la permanenza nipponica, si è un po’ attempato, e ho dovuto trasformare tutti i tempi verbali per adeguarli al racconto di una cosa che nel frattempo si è allontanata nel passato.

Sono stato a Kyoto, Nara e Tokyo.

Ci sono arrivato parecchio impreparato come turista, contrariamente alla meticolosità con cui di solito mi documento su ogni dettaglio del paese che mi appresto a visitare. Si è trattato in fondo di un viaggio di lavoro di una settimana a cui ho aggiunto una settimana di ferie dato che, trovandomi lì per la prima volta, pareva proprio il caso di visitare anche qualcosa. Così, alla fine degli impegni lavorativi, chi era con me se n’è tornato a Francoforte e io sono rimasto per una settimana da solo in mezzo a 120 milioni di persone che non capivo e da cui non ero capito (su ‘sta storia della lingua torno tra qualche riga).
Sono stato aiutato non solo dalla Lonely Planet acquistata al volo, ma anche da alcuni colleghi pratici di faccende giapponesi che da Francoforte, in barba al fuso orario, mi hanno seguito e indirizzato assiduamente su Whatsapp, in un gruppo di supporto appositamente creato, indicandomi cosa visitare, come arrivarci, cosa preferire, e anche litigando tra loro su quali siti accantonare dato il tempo limitato. Sono stati fantastici.
Ne sono venuto via con la conclusione che io ai giapponesi voglio tanto bene ma, per quanto possa essere affascinato dalla loro cultura, nel loro paese non vivrei mai.

Non parlerò molto di Tokyo: è una megalopoli dalle caratteristiche decisamente globalizzate. Non potrei aggiungere niente a quello che si sa già diffusamente, né voglio fare una lista dei luoghi e dei monumenti che ho visitato. Voglio però dire che, di tutti i grattacieli e le torri su cui si può salire per una vista dall’alto, quella che ho trovato davvero fantastica è la Mori Tower a Roppongi Hills. Salire sul tetto poco prima del crepuscolo e rimanerci tutto il tempo necessario per il passaggio dal panorama diurno a quello notturno è una delle cose più belle che ho fatto a Tokyo.

Veniamo a Kyoto.

Dispone di un patrimonio storico e artistico immenso, e io ho l’impressione che in quei tre giorni, pur avendo visto tutte le cose più importanti, ho solo grattato la superficie. A chi deve visitare Kyoto e ha interesse per monumenti, architettura antica, santuari shintoisti e templi buddisti, direi senza dubbio che ci vogliono almeno – ma proprio come minimo sindacale – cinque giorni, dei quali uno da trascorrere a Nara, che è a mezz’ora di treno e non va trascurata.
E forse è meglio tenere presente che ottobre sarebbe il mese ideale, così si assiste allo spettacolo del foliage nei giardini zen, e se uno è sensibile al caldo sfugge anche all’afa estiva giapponese coi suoi trenta, trentacinque gradi che altrove sopporti bene e lì si percepiscono come quarantacinque per un’umidità pazzesca, quella che ti incolla i vestiti addosso.

Kyoto da sola vale un volo di undici ore, e ora, col proverbiale senno di poi, penso che avrei fatto meglio a restarci per tutto il tempo, rimandando Tokyo a un altro viaggio.
Oh, non voglio mettere in competizione Kyoto e Tokyo. Sono due città diverse e imparagonabili. Kyoto, nonostante il milione di abitanti, ha un’atmosfera raccolta e dolcemente provinciale, con uno stile di vita abbastanza rilassato. Tokyo è una metropoli sconfinata e frenetica, ha ben tredici milioni di abitanti e ovunque ti trovi li percepisci tutti. Resta il fatto che sono venuto via da Tokyo con la sensazione che quattro giorni siano stati sufficienti, mentre Kyoto mi ha lasciato un enorme dubbio sulla necessità di un soggiorno più lungo.

Cosa ho visto? L’antico quartiere di Gion, tutto il centro cittadino (compreso il Nishimi market) e qualche quartiere periferico, il Tetsugaku-no-michi (il “sentiero della filosofia”), Fushimi Inari-taishaTōfuku-jiKinkaku-jiGinkaku-ji, Nanzen-ji e una pletora di santuari shintoisti minori. Ho dovuto tagliare fuori dal programma alcuni siti importanti come il castello Nijo e il palazzo imperiale, siccome il tempo non ha questa particolarità di potersi dilatare, almeno non secondo le leggi della fisica in vigore in questo universo.
A Nara – tappa obbligatissima di qualsiasi turista si trovi nella regione del Kansai – ho visitato ovviamente Todai-ji, Kofuku-ji, Kasuga-taisha e tutto quello che c’è di monumentale nel bellissimo parco, dove ho passato la maggior parte del tempo a fare sciò ai cerbiatti che hanno sviluppato un’indole tendente al rompicoglioni, per non dire allo stalking, a causa della libertà con cui ai turisti è permesso dare loro da mangiare.

Per chi non parla il giapponese (quindi per me), a Kyoto la lingua non è un problema nell’interazione con marchingegni elettronici, distributori automatici di biglietti, segnaletica orientativa nelle stazioni ferroviarie, menu di ristoranti ecc., perché tutto è molto intuitivo e spesso anche in inglese, e tutti i ristoranti espongono in vetrina fedelissime riproduzioni (in plastica o cera) delle pietanze che servono. È invece un problema nell’interazione con esseri umani: l’inglese è parlato pochissimo e male, perfino in posti dove ti aspetteresti senza dubbio di poterlo usare. Stando alla mia esperienza, nelle biglietterie dei siti storici, negli uffici di informazioni turistiche o ferroviarie, e se va bene nelle reception degli alberghi, al personale hanno insegnato un campionario di espressioni standard e domande-risposte in inglese relative alla routine del loro lavoro, ma se fai una domanda che loro non si aspettano, non vieni capito. Se miracolosamente vieni capito, non hanno strumenti lessicali per risponderti, o magari ti rispondono in qualche modo e tu non capisci una minchia. Quello che può sembrare un dramma del turista a digiuno di giapponese però è un problema molto limitato, perché tutto è strutturato e organizzato in modo da permetterti di cavartela da solo sempre e comunque.
Non faccio una colpa di questa miserabile anglofonia ai giapponesi (da che pulpito, poi, potrei farla sapendo quanto e come viene parlato l’inglese in Italia…). Hanno una lingua isolata, estremamente lontana da qualsiasi altra lingua, e ho potuto constatare personalmente quanto sia difficile per loro imparare una lingua straniera pur vivendo nel paese dove è parlata. Figurarsi quali progressi ci si può aspettare da quei giapponesi che l’inglese lo studiano lì in Giappone. Ho visto però che la conoscenza locale dell’inglese migliora in maniera inversamente proporzionale all’età. La persona giapponese che mi ha parlato con l’inglese migliore durante tutta la mia permanenza è stata una bambina di circa dieci anni, che mi ha fermato davanti al Kofuku-ji di Nara e mi ha fatto delle domande per un sondaggio coi turisti che stava facendo per la scuola.

I costi sono parecchio contenuti. Il Giappone ha ‘sta fama di paese costosissimo per il turista, e invece io ho trovato Kyoto molto economica. Venendo dalla Germania, non ho trovato niente che fosse più costoso che a Francoforte, fatta eccezione per il cibo fresco nei supermercati, decisamente più caro. Una corsa singola sui mezzi pubblici di Kyoto costa circa 1,70 Euro (a Francoforte 2,60), un espresso in media 1,50 (a Francoforte non te la cavi con meno di 1,90), gli ingressi in musei e in siti storici sono tutti intorno ai 3,50 euro. Gli alberghi mi sono sembrati anche relativamente economici, per non parlare della ristorazione, che è di straordinaria qualità e costa pochissimo. L’ultima sera ho cenato con tredici euro – bevanda inclusa – in un ristorante teppan, mentre le cene coi colleghi in ristoranti medio-alti sono venute sui quaranta euro, molto meno di quanto costerebbe un ristorante dello stesso tenore in Italia. Lo Shinkansen “Nozomi” da Kyoto a Tokyo mi è costato 100 euro per la sola andata, ma ho coperto in due ore un percorso di oltre 500 chilometri, comodamente seduto in una seconda classe che mi è parsa un tantino più accogliente e spaziosa perfino della prima classe degli ICE tedeschi, ugualmente costosi.

Il clima… boh, posso parlare per quello estivo. Ero stato ampiamente preparato all’inferno dell’afa estiva giapponese, ma ero stato messo in guardia da tedeschi, gente che quando viene colpita da un raggio di sole ha le convulsioni e si incenerisce. Il caldo è rovente, senza dubbio, e l’umidità è molta e fa percepire una temperatura decisamente più alta di quella reale. Tutto comunque sopportabile per chi viene dal sud. Anzi, a me ‘sto clima giapponese mi ha regalato per una settimana questa cosa bellissima del poter uscire di sera il più possibile scoperto, avvolto dal calore estivo. In Germania te lo scordi pure a luglio.
È buona norma portarsi comunque una felpa con cappuccio se si prevede di trascorrere più di un certo tempo in un qualsiasi mezzo di trasporto pubblico, dove la climatizzazione rasenta spesso il concetto di tormenta antartica e la cervicale è messa a dura prova da tempeste di ghiaccio e apocalittiche bufere siberiane sputate fuori dai bocchettoni dell’aria condizionata.

La persona fumatrice in Giappone è soggetta a una persecuzione che non ho mai visto altrove. Già a Chicago mi sembrava esagerato vietare alla gente di fumare entro 15 piedi dall’ingresso dei negozi. A Kyoto invece è completamente vietato fumare per strada in alcuni quartieri centrali, e negli altri è permesso solo in aree limitate e difficili da trovare. Di sera vedi qualche disperato vecchietto giapponese nascosto in un vicolo che si fuma una sigaretta con l’aria di chi sta commettendo un crimine (in effetti lo sta commettendo). Tu invece, italiano legalitario che all’estero si attiene scrupolosamente alle norme locali, non puoi fare altro che aspettare di imbatterti in uno dei pochissimi caffè con saletta fumatori, e pur di farti una sigaretta ti tracanni un espresso controvoglia.
Ma io capisco tutto questo. I quartieri in cui il divieto è totale sono quelli coi marciapiedi più affollati, e io ho ricordi infastiditi di chi mi fumava accanto per le strade affollate di Napoli durante quei beati nove anni in cui non toccai una sigaretta. Quindi, anche se percepisco una decisa frustrazione come fumatore, mi sta bene. Ma allora perché ci sono distributori automatici di sigarette ovunque?
E comunque anche le sigarette costano meno che in Germania o Italia.

La gente… un garbo, un’ossequiosità mai visti altrove. Inchini, salamelecchi e profusione di sorrisi, ma soprattutto un sacco di persone molto amichevoli.
La sera, durante le uscite coi colleghi appena conosciuti, in un gruppo di gente dove con due sole persone potevo godere di una lingua in comune (tutti gli altri giapponesi non erano in grado di proferire neanche il più elementare vocabolo in inglese, e stiamo parlando di laureati impiegati in una multinazionale…), li vedevi tutti fare sforzi sovrumani per mantenere un contatto comunicativo con me, per farmi sentire coinvolto nella conversazione generale, e per non farmi sentire a disagio. Nonostante l’assenza di una lingua comune ci sono riusciti, e io non mi sono annoiato neanche un po’. Un’esperienza antitetica alle mie (sempre più rare) uscite di gruppo con tedeschi, gente di cui parlo pure la lingua.
E tuttavia…
Quei rigidissimi formalismi, quegli inderogabili doveri sociali, ma soprattutto quel concetto di disonore che si applica in maniera (per noi occidentali) sproporzionata a ogni misero sbaglio e può diventare uno stigma sociale enorme, pur riconoscendoli come i fattori che rendono la società giapponese così ordinata e produttiva, mi causano una dermatite e svariati altri fenomeni psicosomatici alla sola idea di trascorrere in Giappone un periodo più o meno lungo che abbia fini diversi da quelli turistici.
Scritto con massimi ammirazione e rispetto: non è una società in cui vivrei bene. Di più, non riesco a immaginarmi come vi si possa vivere bene non essendoci nati e quindi non essendo stati educati fin dall’infanzia a una enorme sproporzione nell’equilibrio tra percepire sé stessi individualmente e come elementi di una società.
Mi permetto di portare a sostegno di questa mia percezione la testimonianza di molti giapponesi di mia conoscenza residenti a Francoforte, che non saranno rilevanti come campione statistico, ma sono comunque un fenomeno che va registrato: non passa loro manco per l’anticamera del cervello l’idea di tornare a vivere in Giappone, viziati come sono dalla rilassatezza delle regole sociali tedesche (tedesche! ho detto tutto!) e soprattutto dal mondo del lavoro europeo che si compenetra meno, infinitamente meno, con la vita privata.

Sul cibo ci sarebbe molto da dire, ma cosa posso aggiungere io a quello che della cucina giapponese – ampiamente conosciuta e celebrata – si sa già?
Innanzitutto direi che il turista vegetariano, per non parlare di quello vegano, ha vita dura in Giappone. Qui e lì ho visto qualche ristorante vegetariano, ma con un offerta molto limitata. Altrove, anche il più semplice ramen di soli udon e verdure è immerso in un brodo di carne di maiale.
Inoltre mi è sembrato che i giapponesi condividano con le popolazioni mediterranee una certa ritualità dei pasti, portandola ad altissimi livelli. Mentre i tedeschi mi hanno abituato (visivamente, perché personalmente non mi sono adeguato) a una certa anarchia del nutrirsi, con assenza di orari e luoghi specifici, in Giappone lo street food è limitatissimo e mangiare per strada è una cosa fuori dall’ordinario, per non dire che consumare un qualsiasi alimento nei mezzi pubblici è proprio vietato. Ci si siede a tavola e si mangia in maniera composta. Punto.
Tanto leggera la cucina giapponese comunque non è: fritture diffusissime, brodi e carni molto grassi. Ci sono però pochi carboidrati (non mangiano pane, e la quantità di riso o di spaghetti in una porzione di ramen è decisamente minore che in un nostro piatto di pasta), quasi del tutto assenti i formaggi, e i dessert sono molto leggeri e poco dolci. Addirittura le bibite fredde sono poco o per niente zuccherate: il loro te freddo – adorato e consumatissimo – è a base di te verde senza alcuna aggiunta di zucchero, quindi caloricamente irrilevante.
Fatto sta che a Kyoto sono tutti magri, gli unici rotoli di lardo li ho visti sui fianchi dei turisti occidentali.
Hanno l’aspettativa di vita più alta del mondo e non so dire se dipenda dalla loro alimentazione, ma questa mi è sembrata senza dubbio più sana di quella occidentale, e credo – se ho capito bene – che debba anche bilanciare il pochissimo tempo che dedicano allo sport: tra orari di lavoro assurdi e doveri sociali vari, non so come possano dedicare un paio d’ore a uno sport durante la settimana.
Infine: dal punto di vista gastronomico, il Giappone è il paese ideale da visitare in solitaria. Molti, moltissimi ristoranti sono fatti a posta per accogliere proprio clienti singoli. Quando mi è capitato di viaggiare da solo altrove, ad esempio una settimana in Andalusia anni fa, ricordo che andare a cena in un ristorante da solo era un po’ imbarazzante perché cosa stranissima per gli usi locali. Problema assolutamente non postosi in Giappone: ti ritrovi a risucchiare rumorosamente udon da solo al banco del ristorante insieme a giapponesi altrettanto soli, e non ti senti un pesce fuor d’acqua.

Ci tornerei?
Hai voglia. Domani stesso. Tantissimi sono i luoghi in Giappone che vorrei visitare, e la loro cultura mi affascina da morire, pur percependola come qualcosa di enormemente distante da me.

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