L’anno scorso ho preso una donna delle pulizie, che la lingua tedesca taglia corto e chiama putzfrau, donna più la radice verbale di putzen, pulire, come se noi dicessimo pulidonna, definizione che avrebbe quel vago riferimento a una specie di wonder woman.
La mia putzfrau però era serba e non parlava una parola di qualsiasi lingua che non fosse il serbo. Se le dicevi putzfrau capiva che ti stavi riferendo al suo ruolo, ma poi non andava molto oltre. Bisognava chiamare il marito per comunicare con lei, anche se lei era davanti a te.
Non l’ho voluta io, sia ben chiaro, ché dell’igiene casalinga ho un’ossessione delirante come chiunque sia stato allevato da una madre napoletana, e siccome si è in due adulti in una casa che tutto sommato non è la reggia di Caserta, quel poco di zozzimma che si crea qua e là va via facile e in due minuti. Ho perfino il piano cottura elettrico in vetroceramica, ché trovare un appartamento a Francoforte con la cucina allacciata al gas è un miracolo difficile da verificarsi, tanto che conosco una napoletana, qui a Francoforte, che ha scelto deliberatamente di mettersela comunque, la cucina a gas, in un appartamento che tecnicamente non lo consente, per poi stare appresso a ‘ste bombole di metano che ti finiscono di domenica, ma va be’: volevo solo dire che il piano cottura in vetroceramica si pulisce in un attimo con una sola passata di Cif, e quando hai scoperto questa cosa dici che non vuoi più vedere un fornello a gas in vita tua. Quindi a che mi serviva la putzfrau?
Ora, dicevo, con la putzfrau si comunicava per interposta persona, cioé il marito, anche se lei era in carne e ossa a un metro da te e il marito era reperibile solo telefonicamente. Questo però lo sapevo per sentito dire, perché io la putzfrau non l’avevo mai vista, avendo io e lei turni di lavoro contemporanei e in luoghi diversi e lontani. Inoltre, siccome io l’interposto marito manco lo conoscevo, per le mie comunicazioni con ella dovevo interporre a sua volta la parte asburgica della coppia convivente, colui il quale ha assunto la putzfrau di cui stiamo parlando perché in preda ai sensi di colpa prodottisi per reazione al suddetto delirium pulens della parte borbonica, che – va detto per onestà – ha tenuto a rassicurare diplomaticamente l’asburgico della non sussistenza del fatto, essendo consapevole della presenza di un’ossessione atipica per le genti d’oltralpe, e avendo quindi ripetuto a oltranza che l’unico compito assegnatogli era un’asburgica alzata di piedi sul divano all’arrivo della borbonica passata di mocio. Ma niente da fare, perché poi ho saputo che l’asburgico ha una lontana ascendenza prussiana da parte di madre che inibisce in parte l’elasticità mentale garantita della parte stiriano-viennese, e quindi la mia ossessione borbonica dell’igiene ha fomentato e rintuzzato quella germanica sua del senso del dovere e della condivisione equa dei ruoli. Ruolo che, appunto, è stato dato per il cinquanta per cento asburgico in appalto alla putzfrau serba, la quale però si è allargata spontaneamente al novantanove per cento, lasciando a me una borbonica passata serale di Cif sul piano cottura in vetroceramica e nient’altro. Io da solo contro le loro intese austrobalcaniche. Se austriaci e serbi se la fossero intesa così bene già un centinaio di anni fa, l’Europa si sarebbe risparmiata una guerra mondiale, l’arciduca Francesco Ferdinando sarebbe arrivato a regnare sulla federazione che sognava, e Eva Klotz oggi starebbe contenta a governare vacche su un pascolo alpino con un bel passaporto austriaco nella tasca del suo dirndl.
Insomma: necessitando la comunicazione con la putzfrau di ben due terze parti, risultava che la stessa comunicazione era scoraggiata e avveniva di rado, o praticamente mai. Una volta alla settimana tornavo dal lavoro e trovavo la casa tirata a lucido, e tutto quello che sapevo è che una donna serba che non avevo mai visto e di cui or ora manco mi ricordo il nome (mi è stato detto, giuro che mi è stato detto) era venuta e aveva fatto tutto. Tranne che per l’intero mese di gennaio, quando è andata in Serbia con marito e figlio per festeggiare il natale ortodosso con le famiglie di origine ancora lì residenti, siccome la chiesa serba a suo tempo si chiamò fuori dalla frattura temporale imposta da Gregorio XIII.
Cinque settimane per festeggiare il natale. ‘Tacci sua.
Ebbene, in quelle cinque settimane di ritorno allo status quo ante putzfrau non sono riuscito più a invocare il demone borbonico delle pulizie che albergava nel mio animo napoletano. Sparito. Forse tornato a Napoli, lasciando a me una casa da tenere nascosta all’ufficio di igiene per evitare sigilli ed evacuazioni gestite da agenti in scafandro bianco. Manco la passata di Cif sul piano cottura in vetroceramica avevo più la forza di fare, da quando la putzfrau mi aveva aperto gli occhi sul tempo che impiegavo pulendo e che poi ho felicemente impiegato facendo altro.
Poi fu sera e fu mattina, e la putzfrau tornò. La casa ricominciò a essere pulita e io fui felice. Solo per qualche mese, finché la putzfrau non si è definitivamente congedata per sopraggiunta gravidanza. Insomma, il natale lo aveva festeggiato proprio a regola d’arte…
Qui in Germania c’è Helpling. Ci avevo pensato, a farmi venire qualche studentessa sfruttata a pulirmi casa per 13 euro all’ora, dei quali la studentessa intascherebbe a stento la metà. Poi ho scoperto che per 13 euro all’ora ti mandano la studentessa sfruttata solo a passare il mocio sul pavimento e lo swiffer sui mobili. Se vuoi che ti pulisca le finestre e ti stiri le camicie so’ soldi extra da sganciare. Qualcosa come 60 euro per tre ore, e se ti fai due conti scopri che sarebbe più economico traslocare ogni due mesi in una casa pulita.
Ho ripreso con mestizia a passare il Cif sul piano di cottura in vetroceramica. Esso splende di nuovo, e lentamente il resto della casa è tornato all’asetticità borbonica. Quando però ho finito di passare lo straccio, e tutto brilla, avverto tristemente che, per l’abbandono della putzfrau, sto passando attraverso le fasi di un lutto. Leggete I giorni dell’abbandono della Ferrante, e capirete come mi sento.