Giggino è fiero del flusso di turisti di cui pare stia godendo Napoli ultimamente, e allora gliene ho portati due in più da Berlino. Due tedeschi giovani e istruiti, carichi di entusiasmo, aspettative e curiosità verso Napoli, la sua storia e i suoi monumenti.

Li porto agli scavi archeologici della basilica di San Lorenzo Maggiore, scegliamo la guida in inglese e ci affidano a due studentesse dell’Orientale (impegnate in studi che niente hanno a che fare con l’archeologia) che stanno lì a fare una specie di tirocinio a paga zero, simpatiche e dotate di molto senso di responsabilità e buona volontà ma evidentemente non all’altezza del compito, e in grado a stento di esprimersi in inglese. Dopo devo riassumere un po’ l’ambaradan ai tedeschi, e non perché abbia capito io cosa hanno detto le guide, ma perché già conosco la storia e le particolarità degli scavi.

Li porto al duomo, e alle due del pomeriggio la basilica paleocristiana di Santa Restituta, quella che contiene il primo battistero dell’occidente cristiano, è già chiusa, per la delusione nostra e di altri turisti che si devono accontentare di leggere solo sulle loro guide di questo monumento come di tanti altri.

Li porto a prendere la metropolitana nuova, le cosiddette stazioni dell’arte, e tutto funziona una chiavica, treni vetusti e stracolmi che passano ogni otto minuti (il nostro Giggino va fiero della frequenza di otto minuti, che a lui sembra un traguardo di cui essere fieri, e che però è inaccettabile nell’ora di punta di una metropoli, e qualcuno dovrebbe riferirglielo), segnaletica e mappe che non corrispondono alla realtà e non riportano tracciato e stazioni in servizio già da mesi.

Li porto a Santa Chiara e vorrei non averlo mai fatto, perché in nessun luogo al mondo si lascia che un monumento vecchio di settecento anni venga imbrattato così pesantemente con graffiti. In nessun luogo al mondo tranne Napoli, e io me ne vergogno fino a desiderare di scomparire.

Li porto al museo di Capodimonte e lì comincio a desiderare che la crosta terrestre si squarci e mi risucchi nelle sue viscere sottraendomi e un’immane vergogna. Niente di niente che rispetti anche solo minimamente gli standard che un importante museo europeo dovrebbe avere. Già all’ingresso, tra biglietteria e negozio, sembra di entrare in un museo irrilevante di un paese del terzo mondo. E poi interi settori chiusi senza preavviso, addirittura l’intero settore del ‘600 e ‘700 napoletano (Giordano, Ribera, Gentileschi) chiuso per “riallestimento” mentre, attraverso una porta a vetri, nel buio delle sale si vedono le opere che stanno lì, potenzialmente fruibili e ben lontane da qualsiasi cosa che possa essere definita riallestimento. Raduno tutta la diplomazia di cui sono capace e faccio educatamente presente, all’uomo e alla donna che sono in biglietteria, che la situazione è vergognosa, e da lui ricavo risposte arroganti alla “che vuoi sapere tu del perché quelle sale sono chiuse”, mentre lei cerca di difendere la posizione della direzione ma si vede lontano un miglio che nel profondo di sé si vergogna e vorrebbe anche lei essere risucchiata nello stesso crepaccio che sto invocando io. Il culmine è stato “se ci telefonava potevamo organizzarci”, perché in genere è così, no? Prima di visitare Louvre, Prado, Uffizi, National Gallery uno telefona, chiede quali sale sono chiuse per mancanza di personale e se si può godere personalmente di un’apertura di stramacchio. A Capodimonte, tra Tiziano e Caravaggio, Goya e Bruegel, Giordano e Ribera, funziona così. Viene spontaneo chiedersi se la signora Linda Martino, direttrice di Capodimonte, abbia mai messo piede in un museo, uno vero, per vedere come funziona.

Li porto alla Reggia di Caserta, patrimonio UNESCO, e scopro che non c’è più la possibilità di pagare un ingresso ridotto per la sola visita al parco. A tutti, anche ai turisti che vengono da altri continenti, è imposta una sola possibilità: il biglietto annuale di dieci euro. Paghiamo, entriamo, e i cortili del sontuoso palazzo borbonico sono pieni di venditori abusivi che offrono ai turisti merci contraffatte e guide scadenti. Per non parlare del parco stesso, da cui sembra che, assieme ai Borboni, centocinquanta anni fa furono sloggiati anche i giardinieri che non vi hanno mai più rimesso piede. In compenso, i cani randagi sono sempre lì a girare indisturbati.

Li porto alla Reggia di Portici, la sontuosa dimora reale vesuviana voluta da Carlo III. Dopo aver seguito un’indicazione per una fantomatica biglietteria che non esiste, ci ritroviamo, senza aver incontrato anima viva, direttamente negli ambienti barocchi che si trovano in una situazione di degrado totale, al punto di sembrare abbandonati da decenni. L’atmosfera è postapocalittica. Tutto è accatastato su tutto, non si capisce dove finisce il museo e dove comincia la facoltà di agraria, nessuno in giro a controllare, a me viene da pensare che noi tre siamo gli unici esseri viventi in tutto l’edificio. A un certo punto ci ritroviamo, senza volerlo, nella biblioteca della facoltà, tra volumi antichissimi che avremmo potuto trafugare indisturbati se fossimo stati altro genere di gente.

Li porto sul Vesuvio, e la strada che risale il vulcano, da Portici fin su all’ingresso per la cima, è un immondo percorso costeggiato da rifiuti di ogni genere. Su una strada battuta ogni giorno da eserciti di turisti stranieri, conveniamo che nessuno di noi tre ha mai visto una roba del genere manco nei paesi più poveri mai visitati. E stiamo parlando di un parco nazionale. Stiamo parlando di un paesaggio che a suo tempo fu decantato da Leopardi.

Li lascio un giorno da soli, e mi rendo conto di quale cosa difficile sia spiegare a uno straniero come si prende il bus a Napoli. “Guardate che la fermata lì non c’è, cioè c’è, ma non è fisicamente lì, bisogna saperlo, e no, il biglietto non si compra sul bus, bisogna comprarlo altrove, solo che in questa zona non lo vende nessuno, bisogna andare da un tabaccaio a due isolati da qui, e a proposito, nel bus non vengono annunciate le fermate, dovete capire voi qual’è la vostra, sul display nel bus appare solo il numero verde per chiamare l’azienda dei trasporti pubblici, e mi dispiace, ma non ci sono orari, dovete stare lì alla fermata e quando passa, passa…”

Li porto a Capodichino e li vedo imbarcarsi sconvolti dalla bellezza di un patrimonio unico al mondo e dal modo disinvoltamente vergognoso con cui alla città intera pare che non ne freghi un cazzo di lasciarlo in rovina.

In tutto questo, la mia più grande frustrazione è sapere che pochi a Napoli hanno i giusti termini di paragone per rendersi conto che gli standard locali di gestione del patrimonio e accoglienza dei turisti non sono all’altezza manco di una baraccopoli bengalese. Molti a Napoli, invece, se la cantano e se la suonano credendo di vivere in una città superiore al resto del mondo per arte e bellezza, senza sapere che il resto del mondo la guarda con commiserazione, e spesso anche con schifo.