Il dies natalis solis invicti ce lo siamo fatto soli come cani, in due, in una Francoforte spopolata, abbandonata da chiunque di nostra conoscenza già entro il 19 dicembre, a dimostrazione del fatto che questa città non esiste, non è mai esistita, o almeno dai bombardamenti degli alleati non esiste più: è solo un centro direzionale circondato da alloggi per i settecentomila pendolari che fingono di risiedervi. Non potevo chiedere di meglio, siccome agli eccessi disturbanti della maratona gastronomica napoletana dal 24 al 26 abbiamo potuto sostituire una semplice cenetta a base di antipasto di verdurine grigliate e come primo un risottino alla pescatora, e il 25 a ora di pranzo io stavo in palestra, o meglio nella palestra dei miei sogni finalmente materializzatasi nella vita reale: deserta e silenziosa.
Il 26 siamo saltati in  macchina: Innsbruck, Bolzano, Verona e Pordenone.
Metà del percorso autostradale in Germania è stato fatto in un incolonnamento perpetuo: da Francoforte siamo arrivati a Norimberga con una velocità media di quaranta chilometri orari. Da Norimberga a Salisburgo via Monaco, invece, allargatasi l’autostrada a tre corsie, ho potuto sperimentare finalmente i famosi limiti di velocità tedeschi, ovvero i non-limiti, essendo la Germania l’unico paese al mondo senza limiti di velocità in autostrada (ma solo su tre corsie, non in prossimità di centri abitati e in assenza di cantieri o meteo sfavorevole), e questo è ciò che ho da dire al riguardo: in due ore e mezza abbiamo beccato tre incidenti importanti con relative macchine accartocciate, per non parlare degli innumerevoli stronzi che ti si piantano a 180 all’ora coi fari a un metro dal tuo culo lampeggiandoti istericamente per invitarti a spicciarti col sorpasso del camion articolato che pure sta viaggiando a 150 circa e per giunta nevica! E io che credevo che questi stronzi fossero una specialità napoletana, neanche italiana, ho dovuto invece constatare che la Germania manco difetta in tal senso.
Finalmente a Innsbruck. Io ho una sensazione strana ogni volta che metto piede in Austria. Boh, è che la gente è più sciolta e socievole, per non dire che è più affettuosa, ché poi non è questa grande impresa essere più sciolti, socievoli e affettuosi dei tedeschi, ci riescono perfino gli scandinavi, eppure ‘sto fatto del continuum linguistico che non è accompagnato da un continuum culturale mi spiazza, e ogni volta devo spicconare un po’ di quel pregiudizio che mi fa fare salti indietro aspettandomi le solite freddezze d’animo che dal lago di Costanza in su inficiano ogni mio tentativo di tornare ai beati anni in cui vivevo una vera e propria luna di miele col popolo tedesco. In ogni modo, gli austriaci sono certamente più disciplinati alla guida.
Bolzano: non ci ero mai stato, la volevo vedere, e col senno di poi dico che me la potevo pure risparmiare. A chi viene da Innsbruck appare piccola e provinciale, seppure con un centro storico più bello. Tuttavia, a poco più di un’ora di autostrada dalla capitale tirolese, e per giunta ancora parte di quel continuum linguistico, Bolzano è l’ennesimo salto culturale. Non mi è sembrata un punto di fusione delle due culture, ma un luogo di compenetrazione irrisolta, dove semplicemente vivono alcune persone che parlano tedesco e altre che parlano italiano. Entrando e uscendo da un negozio o da un caffè o dall’albergo, a seconda dell’etnia degli esseri umani che ci lavoravano dentro, mi è sembrato di cambiare ogni volta paese. Suppongo debba essere la caratteristica di qualsiasi altro luogo con una condizione simile, anche se la francofiamminga Bruxelles non mi ha dato la stessa impressione, ma metto in conto la possibilità di star esprimendo un grosso abbaglio, avendo visitato Bolzano frettolosamente in una giornata e mezza, di cui buona parte passata nel museo archeologico a vedere tutte le robine congelate che aveva indosso la mummia del Similaun (a proposito: splendido esempio di allestimento di un intero ambaradàn museale – e quindi del relativo sfruttamento turistico – sulla base di elementi estremamente esigui benché interessantissimi; vi ho intravisto l’approccio tedesco, doverosamente confrontato con il pressocché infinito patrimonio archeologico di Napoli e dintorni che, con l’esclusione di Pompei e Ercolano, giace più o meno ignorato).
Certo è che, a dispetto dei numeri ufficiali, la cultura e la lingua tedesche mi sono sembrate prevalere. Siamo andati al cinema: la maggior parte dei film era in tedesco. Inoltre, nella hall del cinema c’era uno scaffale enorme per il book crossing, da cui si poteva attingere a piacimento: ebbene, quasi tutti libri erano in tedesco, con una scelta di tutto rispetto, mentre in italiano c’era Tendenza Veronica di Maria Latella, che ovviamente ho preso e ora sono informatissimo sulla vita della Lario.
Verona: che meraviglia di città. Non aggiungo altro, se non che non siamo stati in grado di trovare un ufficio di informazioni turistiche aperto, e quello di lato all’Arena aveva un avviso bilingue sulla porta per informare che era chiuso fino a data da destinarsi a causa della messa in cassa integrazione dei dipendenti. Dico sul serio: ho provato un po’ di sollievo. Credevo che fosse solo Napoli a fare tali figure di merda coi turisti, invece è proprio un problema nazionale a cui dare carattere di male comune per poi trarne il proverbiale cinquanta per cento di gaudio. Per il resto, ripeto: che meraviglia di città, che profusione di bellezza, che gente cordiale e simpatica, e come ogni volta in una qualsiasi città italiana, mi assale uno sconforto angosciante di fronte alla necessità di abbinare quello che vedo – una bellezza straordinaria che dalle Alpi in su non hanno e non avranno mai – a quello che so: un paese che non riesce a riprendersi dai suoi malfunzionamenti, culturalmente corrotto, istituzionalmente incancrenito, allegramente impegnato in promozione e diffusione dell’ignoranza, tristemente destinato all’irrilevanza internazionale. Perché?
Pordenone: capodanno borbonico con amici napoletani (quindi relativa maratona gastronomica a cui credevo di essere scampato), corredato da una presenza asburgica. Data la doppia provenienza  napoletana e germanica dei convenuti, il menu aveva un po’ di qua e un po’ di là, tra provola di Sorrento e speck tirolese, struffoli e baumkuchen, più qualche esperimento fusion come un superbo piatto di weißwurst e friarielli.
Ritorno il 2 gennaio. Non si lascia mai l’Italia senza aver visitato un supermercato, anche se ormai in Germania si trova un po’ di tutta la produzione italiana. Mi serviva una sola cosa introvabile oltre l’arco alpino: la candeggina. Invece sono uscito dall’Ipercoop Meduna con formaggi e salumi in quantità tale da poter aprire un negozio di italienische delikatessen a Francoforte e vendere per un mese.

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