Appena stato in vacanza negli USA centro-occidentali. Più che una vacanza si è trattato di una marcia serrata per visitare quante più cose possibili nelle tre settimane concesse.
È stata la mia prima volta negli States e proverò a scriverci su qualcosa di approfondito nei prossimi giorni. Nel frattempo, qualcuna delle impressioni più forti, le prime cose che mi vengono in mente dovendo scrivere un post in fretta. Non si prenda niente sul didascalico, sono solo impressioni in ordine sparso di un provinciale che non aveva mai visto l’America, e se qualcuno vuole smentire o confermare, lo faccia.

Numero uno: gli americani vivono nel terrore dei carboidrati, e lo combattono ingozzandosi di proteine e grassi saturi. Tuttavia l’esercito di obesi che secondo la mitologia corrente dovrebbe caratterizzare il popolo americano, non l’ho visto. Anzi, gente in formissima. Per dire, qui a Francoforte vedo molti più ciccioni di quanti ne ho visti nelle città americane, e questa impressione è stata condivisa da chi ha viaggiato con me. Dalla regia però mi dicono che i famosi obesi gravi americani sono effettivamente numerosi ma stanno chiusi in casa. Con una nota di tristezza, invece, devo aggiungere che la vera marea di obesi l’ho vista tra gli indiani della riserva Navajo in Arizona.

Numero due: dall’Europa sono atterrato direttamente a Seattle, la quale è stata il mio primissimo contatto con le genti americani in loco. Mi aspettavo uno choc culturale che non c’è stato. A parte qualche campetto di baseball in periferia e il passaggio di qualcuno dei famosi scuolabus gialli, mi sembrava di respirare aria europea in tutto e per tutto, architettura a parte. Sempre dalla regia, però, mi fanno notare che sono stato tratto in inganno dalla mia visione superficiale da turista. Permanendo a lungo sul luogo, si comincia a convivere, per esempio, con l’idea che la propria vicina di scrivania al lavoro abbia sempre una pistola nella borsa e la consideri una cosa normalissima. Lo choc culturale (si fa per dire, stiamo parlando di semplice constatazione di uno stile di vita diverso da quello europeo) l’ho avuto in seguito a Las Vegas e in alcune cittadine dello Utah. Ci tornerò su.

Numero tre: gli Stati Uniti, almeno quelli che ho visitato io, e ci metto anche Vancouver, che è stata la meta canadese di una giornata fuori porta durante la permanenza a Seattle, sono disseminati di Fiat 500 (quella nuova). Le ho viste nel dedalo metropolitano di Los Angeles e nel deserto in Arizona. Ovviamente non rappresentano alcun vantaggio economico per l’Italia (le 500 americane sono prodotte lì, o in Messico, comunque non in Italia), ma le ho viste come parte di un’affezione per l’italianità che, laggiú oltre l’Atlantico, è percepita positivamente ed è trendy. Gli americani con la 500 comprano un simbolo, non un’automobile. Anche perché altrimenti la Fiat 500 negli USA non avrebbe alcun senso pratico, neanche nelle grandi metropoli.

Numero quattro: il cibo negli States è venduto e pubblicizzato in maniera meno chiara e più ingannevole che da noi. Le tabelle nutrizionali sulle confezioni, poi, non si riferiscono mai alla quantità di 100 grammi, ma alla “porzione”, che è un concetto arbitrario e inutile. C’è molto più uso di grassi idrogenati: sono ovunque, nell’elenco degli ingredienti di troppi prodotti. Devo dire però che, esattamente come è molto più facile mangiare schifezze e junk food da quelle parti, è anche più facile mangiare sano. Mai stato un problema l’approvvigionamento di verdure fresche da mangiare subito, e l’abbondanza di ristoranti vegani (non sono vegano, io) e “salad bar” ha risolto un giorno sì e uno no i sensi di colpa dovuti all’alternanza con hamburger enormi accompagnati da montagne di patate fritte e tutte le schifezze dolci e salate viste nei supermercati e di cui non si poteva proprio fare a meno.
Io, quando mangio fuori in Italia, non riesco mai a stare leggero come ci sono riuscito in America.
Ah, e poi il latte totalmente scremato. L’ho visto e ho pensato “che americanata”, per poi ricordarmi che c’è anche in Italia. In Germania non si vende, mi ero completamente dimenticato della sua esistenza.

Numero cinque: ritiro gli strali lanciati contro Starbucks qualche mese fa. In lungo e in largo per gli Stati Uniti occidentali, Starbucks era l’unica opportunità di avere un espresso decente, e di gran lunga migliore dell’espresso servito negli Starbucks qui in Germania. Ne consegue che è colpa dei tedeschi: come i ristoratori italiani in Germania si piegano al gusto dei tedeschi e cucinano schifezze, così gli Starbucks crucchi servono un espresso di merda, non fa una piega. Nota a margine: appena approdato nel primo Starbucks, la mia richiesta di avere l’espresso in una tazzina per espresso, come sarebbe lecito, ha gettato nel panico l’intero staff del locale. In seguito ho avuto modo di apprendere che gli Starbuck da quelle parti usano esclusivamente quei bicchieroni monouso anche per le consumazioni “to stay”, la qual cosa però aprirebbe un dibattito sull’enigma della domanda “da consumare qui o da portare via?”, siccome la risposta, quale che sia, non cambia di una virgola il prezzo né il modo in cui viene servita la bevanda.

Numero sei: i treni merci che attraversano deserti, canyon e cittadine di provincia. Era dai tempi di Paris, Texas di Wim Wenders che volevo vederli. Lunghissimi, maestosi, meravigliosi. Una volta ho contato tutte le vetture di un treno merci chilometrico: quattro locomotive e centotrenta vagoni.

Numero sette: consumismo estremo, oceani di prodotti monouso, cibo e beni di consumo venduti perlopiù in confezioni formato caserma. Il latte si compra in taniche, il colluttorio Listerine in bottiglioni enormi mai visti in Europa.

Numero otto: la società multietnica come piace a me. Un popolo coi geni provenienti da ogni angolo della terra, in cui tutti, perfino quelli che non sono nati su suolo statunitense, si identificano come americani. L’esatto opposto del modello di multietnicità della Germania, dove perfino gli immigrati di seconda e terza generazione si rifiutano di definirsi tedeschi.

Numero nove: la vita difficile dei fumatori, me compreso. A parte il Nevada, dove il fumo è più tollerato e le sigarette costano poco meno che in Europa, altrove negli USA la vita dei fumatori è oggetto di una vera e propria persecuzione. Dal prezzo delle sigarette (quasi 13 dollari per le Marlboro in Illinois) alla difficoltà di trovare un posto dove poter fumare in santa pace senza che qualcuno si lamenti o ti guardi in cagnesco. Perfino per strada è difficile, siccome ti vietano di fumare entro tot metri dall’entrata di un negozio o di un locale. Giusto disincentivare il fumo, ma lì rasentano l’isteria.

Numero dieci: la gentilezza delle persone, che non necessariamente significa rispetto, intendiamoci, ma quella profusione di ringraziamenti, sorrisi, saluti, quell’essere così helpful e non solo nell’esercizio del proprio lavoro. Osservando il tutto da estraneo devi faticare parecchio per ricordarti che questa gente così cordiale e amorevole è la stessa che considera normali pena di morte e libera diffusione delle armi da fuoco. Mi è capitato in un paio di occasioni di cedere all’istinto, acquisito purtroppo in Germania, di negare un piccolo gesto di cortesia, di non cedere il passo, o di rivolgermi a qualcuno in una maniera che per gli standard locali è considerata brusca, e mi sono sentito immediatamente come un arrogante destabilizzatore delle loro convenzioni sociali.

Numero undici, e questa è la cosa che mi ha colpito maggiormente: un diffuso e generale senso del dovere. Tutti, ma proprio tutti impegnati a svolgere nel migliore e più efficiente dei modi il loro lavoro, qualunque esso sia. Sarà perché possono perderlo con facilità estrema…