Dunque sono andato al Consolato Generale d’Italia a Francoforte. Mi sono detto: devo fa’ due documenti, vorrei pure votare comodamente qui a Francoforte caso mai cadesse Letta, e sto qua dal 2008 e sto pure infrangendo la legge, quindi mi faccio questa benedetta iscrizione all’AIRE che sarebbe obbligatoria.
Quindi sono andato. Provvisto di tutta la documentazione richiesta sul sito, ovvero documento, modulo di richiesta appositamente compilato, e il certificato di iscrizione (Meldebescheinigung) all’anagrafe del comune di Francoforte OPPURE autocertificazione della residenza in Germania (ma io, essendo ossessivo-compulsivo, li avevo entrambi).
Ora, giravano voci sinistre sul Consolato Generale d’Italia, mi dicevano “non andare!”, perché è una via di mezzo tra viaggio a ritroso nel tempo e discesa dantesca negli inferi della burocrazia ottusa, questo più o meno il succo delle diverse voci dei poveri espatriati che hanno avuto bisogno di documenti, passaporti, immatricolazioni di auto italiane eccetera. Ma io ho bisogno, ho davvero bisogno di questa iscrizione all’AIRE, ribattevo io, mi semplificherebbe un paio di cose, vorrei tornare a votare alle politiche dopo vent’anni di astensione, senza neanche sapere adesso chi voterei nel caso, ma vorrei rientrare in questa partecipazione democratica senza dover prendere un volo per Napoli, dicevo, e poi vorrei poter fare qui un passaporto, un documento, un rinnovo di patente senza smobilitare conoscenze napoletane per ottenere le scartoffie nell’arco di quelle brevi permanenze su suolo partenopeo. E dicendo questo, ho preso appuntamento meravigliandomi e compiacendomi per la chiarezza delle informazioni sul sito del consolato e la possibilità di prenotare l’appuntamento semplicemente con un clic, ed ero così compiaciuto che non ho voluto irritarmi per i ristrettissimi orari di apertura al pubblico laddove Francoforte mi ha abituato bene con i suoi uffici pubblici, TUTTI gli uffici pubblici, che in alcuni giorni della settimana aprono all’alba o chiudono in serata per venire incontro alla gente che lavora. Tre ore di permesso al lavoro e mi tolgo il pensiero, mi sono detto.
E sono andato. Mi accoglie un impiegato con accento siciliano che ha l’aria e l’aspetto di chi vive in una segreta e ne esce solo di notte, prende la mia documentazione e dice che non è valida.
Dice: “L’autocertificazione non la accettiamo”.
E io: “Ma sul sito del consolato è scritto il contrario“.
E lui: “Ah sì? No, comunque non va bene, e poi questo Meldebescheinigung è del 2008, è troppo vecchio, ne serve uno più recente”.
Io: “Non c’è scritto neanche questo sul sito, e comunque il Meldebescheinigung non ha scadenza, a LEI che importa quando è stato rilasciato?”
Lui: “Eh, ma noi che ne sappiamo se dal 2008 ad oggi TU non hai cambiato indirizzo? Ne serve uno più recente”.
Io: “Più recente di quanto?”
Lui: “Che ne so, qualche mese”.
Io: “Se le portavo un Meldebescheinigung di tre mesi fa nessuno poteva garantirle che da allora a oggi non abbia cambiato indirizzo, quindi dal punto di vista logico un Meldebescheinigung del 2008 e uno del 2013 per lei non devono essere diversi. E comunque perché non lo scrivete sul sito?”
Si alza pensieroso con le mie scartoffie in mano e sparisce in una stanza dove lo sento parlare con una collega. Poi ricompare, e mi chiede di mettere la mia firma sul Meldebescheinigung dove la sua collega ha aggiunto a penna “Dichiaro che i dati riportati sono ancora validi”. I dati di un documento valido. Come se su una patente rilasciata cinque anni fa qualcuno ti chiedesse di scrivere “dichiaro che è ancora valida” e di firmarla.
Firmo e dico: “Guardi che ciò che la sua collega ha scritto e che io sto firmando in pratica trasforma questo Meldebescheinigung in un’autocertificazione, a questo punto poteva farsi bastare l’autocertificazione completa e ben scritta che le ho portato io.”
Non ha il tempo di rispondere, gli squilla il telefono: “Pronto? Ah ciao, stavo per chiamarti. Sì, tutto bene, oddio, il freddo qui a Francoforte… No, quello no… Ah sì… No, solo quella cisti, ma poi si è risolta… Ah tu scendi a fine mese? Vai con l’aereo? No, io in macchina… A saperlo ti davo un passaggio… Be sì, col cagnolino è meglio se andiamo in macchina… No, ma io qua sto momentaneamente… Sì sai, ci hanno mandato da Roma, io lavoro a Roma… Senti, per quell’ordine, fammelo come l’altra volta ma togli le scatolette di salmone… Sì sì, i croccantini lasciali…”
Avanti così per quasi una decina di minuti davanti a me che sono allibito in quanto trattenuto, nella mia urgenza di tornare al lavoro, dalla telefonata privata di un impiegato della Pubblica Amministrazione italiana e messo a parte di cose private di cui non può fregarmi di meno mentre sono lì per altri cazzi. Cerco di non innervosirmi, penso: “È la Germania che ti ha abituato bene, ricordati che per trent’anni della tua vita tutto questo è stato normale, è la Germania che ha alzato le tue aspettative sul senso di responsabilità altrui, non prendertela con questo omuncolo formato in un sistema dove la scena a cui stai assistendo non è surreale”.
Ma allo scoccare del decimo minuto decido che devo intervenire: “Mi scusi se la interrompo, ma io devo andare al lavoro”.
Lui mi guarda sorpreso. Non si risente dell’interruzione, no, è semplicemente sorpreso, allibito anche lui. Siamo entrambi reciprocamente allibiti, ed è in quel preciso momento, nella tensione di questo mutuo sbigottimento, che io vengo illuminato sulla via di Damasco e comincio a ritenere di non essere più parte del sistema Italia. Oddio sono crucco, ho pensato.
E da crucco decido che la situazione vale una protesta chiara e tonda, e dico: “Ma che diamine, LEI sta lavorando”.
E lui, dopo aver concluso in fretta la telefonata: “E mamma mia, a TE non capita mai di ricevere telefonate private al lavoro?”
Io: “NO!”, e tra me e me penso che costui mi sta obbligando a ragionare su qualcosa che ho sempre dato per scontato, e cioé che disattivo la suoneria per tutto il tempo in cui sono in ufficio, e che se ricevessi comunque telefonate private mentre sono impegnato in qualcosa con qualcun altro, il mio capo, che è giapponese, mi imporrebbe di fare seppuku al cospetto del consiglio di amministrazione.
Lui si reimmerge nella mia pratica, ammutolito, non contrariato, non risentito, semplicemente sbigottito. È la Germania, baby – vorrei dirgli – ti hanno mandato da Roma ma forse ti avrebbero dovuto spiegare meglio come si lavora qui. Ma poi realizzo il luogo dove sono, e mi ammutolisco, e sprofondo in un vago senso di tristezza come ogni volta che l’Italia mi manda messaggi in cui è impresso inequivocabilmente: “Hai fatto bene ad andartene”, mentre io vorrei sentirmi dire: “Torna, questo è il tuo posto”. E non accade mai. Quasi mai.
Fine della pratica. Mi saluta. Vorrei abbracciarlo, vorrei consolarlo e dirgli: “Non è colpa tua. Tu, la tua persona, il tuo ruolo, la tua etica professionale, siete sbagliati da cima a fondo ma non è colpa tua, e io ho fatto bene ad andarmene, perché con tutto questo non ho nulla a che fare”.
Uscendo dal consolato, nel momento esatto in cui ho messo piede fuori dall’edificio sulla Bockenheimer Landstrasse, ho sentito la Germania di nuovo attorno a me e avuto come l’impressione di tornare a casa.