La possibilità dell’arrivo di Starbucks in Italia è un argomento proposto in tutte le salse possibili, ma io mai aperto bocca al riguardo perché, fino a poco tempo fa, negli Starbucks disseminati per mezza Europa avevo messo piede solo per usufruire della lodevole possibilità, analoga a quella offerta da McDonald’s, di andare al cesso senza sentirmi in dovere di consumare qualcosa. Da McDonald’s però ci mangio anche il McFlurry, e con piacere, mentre i prezzi da infarto di Starbucks sono sempre stati una barriera contro qualsiasi cedimento all’idea di provare ‘sto frappuccino. Perfino durante il mio quasi anno di residenza londinese, laddove le alternative di qualità migliore scarseggiano, sono entrato da Starbucks solo per degnare il locale di una mia minzione, e neanche spesso, siccome ebbi modo di scoprire che molte caffetterie avevano la porta del cesso sbloccabile solo digitando un codice stampato sullo scontrino, e dopo un po’ mi stufai di appropriarmi di scontrini lasciati su tavoli non ancora sparecchiati nella speranza che i clienti appena sloggiati non li avessero già adoperati per le loro legittime funzioni corporali (perché, secondo Starbucks, anche da cliente pagante hai diritto a una sola pisciata).
Poi è successo che, per un periodo limitato all’inizio di quest’anno, ho onorato della mia presenza pressoché fissa uno Starbucks vicino casa a Francoforte. Avevo appena traslocato, e di riattivare la linea telefonica, internet compresa, la Telekom non ne ha voluto sapere per un mese. Così, invece di elargire un patrimonio alla stessa Telekom per una connessione mobile temporanea, in quella manciata di settimane mi sono spesso accomodato per un’oretta serale da Starbucks con l’idea iniziale di scroccare la connessione gratuita consumando un semplice espresso (€ 1,90), che però si è rivelato essere ciofeca nauseabonda e imbevibile, e quindi ho provato un po’ di questi beveroni chiamati con nomi che sembrano una presa per il culo della lingua dantesca (a proposito della lingua italiana in mano alle catene di caffetterie straniere, volevo dire, e lo dico ora se no mi scordo, che Coffee Fellows, una catena tedesca concorrente di Starbucks, ha lanciato nientepopodimeno che il frappiato). Comunque, appena la Telekom ha riconnesso casa mia col resto del mondo, per me Starbucks è tornato a essere ciò che è sempre stato nei decenni che hanno preceduto il mio trasloco: una catena di vespasiani gratuiti e discretamente puliti. Per altre funzioni è improbabile che io rimetta piede in una di quelle caffetterie, siccome la ritualità starbucksiana della consumazione del caffé non è affatto nelle mie corde: caffè preparato da ragazzi lentissimi e senza esperienza, attese spesso estenuanti distribuite in due fasi – una fila per pagare e una per ricevere il proprio caffè – per poi correre il rischio di rimanere con la propria tazza in piedi, perché spesso è dato verificare solo a caffè ottenuto che non ci sono più posti liberi, e senza alcun bancone a cui potersi appoggiare. Non so se avete presente quell’esperienza di girovagare all’interno di un McDonald’s affollato alla ricerca di un tavolo libero mentre reggete il vassoio col vostro pranzo. Ecco, l’esperienza analoga ma con una tazza di qualcosa che nel frattempo sta diventando gelida è frustrante e demotivante. Alla fine, comunque, il discrimine maggiore tra me e Starbucks è banalmente la qualità dell’espresso, mia droga irrinunciabile, che in quelle caffetterie purtroppo è talmente disgustoso da non rientrare neanche in quella categoria di espressi imbevibili che butti comunque giù quando il bisogno di caffeina chiede di prevalere sulla soddisfazione del palato.
In Italia, dicono, non arriverà mai. Sarà. Intanto però sono appena arrivato a Napoli dove ho notato la comparsa qua e là, in punti turisticamente strategici, di un paio di imitazioni locali di Starbucks, alcune anche spudoratamente plagianti, segno che il modello di business ha un terreno forse fertile su cui è stato già gettato un seme per quanto pezzotto, e proprio nella città dove il caffè espresso è oggetto di culto. In questi pseudostarbucks napoletani entri e trovi una pletora di muffin, ciambelle e biscotti americani, e manco una sfogliatella, manco ‘nu babbà. Non ho avuto modo (né desiderio) di consumarvi alcunché, quindi non saprei dire se i cappuccini vengono serviti in quei bicchieroni di cartone con coperchio di plastica munito di pertugio da cui suggere la calda bevanda (avverto in bocca l’aroma della plastica riscaldata al solo descrivere questa oscenità).
Questi pezzotti di Starbucks apriranno le frontiere italiane ai veri Starbucks? Il libero mercato che sogno ovunque mi porrebbe in difesa della possibilità di Starbucks di invadere e saturare l’Italia, e nel contempo desidero che ciò non avvenga mai. Alla cattiva qualità dell’espresso (sottolineo nauseabonda), aggiungo il dramma di omologare vie commerciali e isole pedonali per renderle identiche in ogni angolo del mondo occidentale (cosa che riscontro con una certa amarezza in Germania), per non parlare dei prezzi: il cappuccino di Starbucks, quello piccolo, costa la bellezza di settemila lire, cifra che neanche riconvertita in euro e tenendo conto dell’inflazione rimane entro i limiti della ragionevolezza.
In realtà, uno dei motivi principali della mia antipatia per il marchio Starbuck è un grande, fedelissimo amore per il coffee style italiano, una delle caratteristiche culturali del nostro popolo più ammirate all’estero, ed è quella cosa a cui Starbucks dice di ispirarsi costituendone invece l’antitesi. Francoforte sarebbe per me un posto migliore se ci fosse uno, dico un solo bar all’italiana, dove entri da solo o in compagnia e nel giro di trenta secondi ricevi direttamente al banco un espresso fatto da chi usa la macchina con l’attenzione e la cura di chi sa guidare una locomotiva con esperienza pluridecennale, e te ne vai drogato, soddisfatto e contento di non essere stato sequestrato con la necessità di attendere e sedersi da qualche parte. Giuro: è la cosa che mi pregusto maggiormente all’avvicinarsi di una delle mie periodiche discese partenopee.
Non mi piace il tuo caffé ma sono disposto a morire perché tu abbia la possibilità di venderlo dove ti pare, disse Voltaire, eppure avvertirei il crepitio di una sorta di rottura nel profondo del mio cuore il giorno in cui uno Starbucks aprisse a Napoli.