Tra qualche mese mi aspettano tre matrimoni di fila e un abito da cerimonia ancora perfetto ma in cui non entro più come prima, ragion per cui sono a dieta. Chiunque sia mai stato a dieta sa che è bene compiacersi dei risultati ottenuti, e per questo ultimamente butto spesso un’occhio sulle superfici riflettenti per avere qualche incoraggiante riscontro positivo dei sacrifici in corso.
Oggi, tornando dal lavoro, senza fermarmi, ho dato istintivamente un’occhiata fugace a me stesso riflesso nel vetro di una finestra del piano terra di un palazzo di uffici e sì, devo dire che l’incoraggiamento l’ho avuto. Ne ho gioito per un attimo, finché non si è aperta la finestra, quando ormai ero già passato oltre, e ne è venuta fuori una testa grassoccia e biondobarbuta che mi sbraitava qualcosa urlando con quel tono che noialtri fuori dalla Germania usiamo per giocare a fare i tedeschi incazzati, spesso senza essere neanche tanto consapevoli di quanto la nostra caricatura corrisponda alla realtà. Suppongo che mi stesse manifestando, nella solita maniera educatissima che si usa da queste parti, un certo disappunto per sentirsi osservati nell’esercizio del proprio lavoro, o almeno questo ho capito cogliendo di sfuggita un gruppetto di impiegate alle sue spalle che osservavano con accigliata approvazione. Poi non so: il mio tedesco non è affatto male, ma quando questa lingua viene usata per redarguire con forza, il mio orecchio percepisce solo un fastidioso latrato e si rifiuta di decodificare.
Ho pensato a un certo Robert che ho conosciuto sabato sera qui a Francoforte, nella piazza del paese durante i festeggiamenti del gay pride, e che mi chiedeva con estrema curiosità se a me, italiano, piacessero i tedeschi (nel senso culturale, non quello sessuale, meglio specificare vista la location). Non è stata la prima volta che mi sono sentito porre questa domanda, e la sua ricorrenza dice già molto su quanto poco i tedeschi piacciano a sé stessi, ma cosa si vuole che io potessi rispondere a un emerito sconosciuto, seppure simpaticissimo e pure carino, se non qualcosa di estremamente diplomatico che potesse suonare come una dichiarazione di odio o di amore a seconda di ciò che lui voleva sentirsi dire? Ci sono cose dei tedeschi che adoro, caro Robert, e altre che detesto, così come degli italiani ci sono cose che adoro e altre che detesto. Non so cosa vuoi farti confermare con questa tua domanda, se il tuo amore o il tuo disamore per il tuo popolo, ma io per sicurezza ti butto lì che i tedeschi si possono amare e non amare a seconda di fattori che alla fine è troppo complicato spiegarti davanti a una birra (va be’, io avevo una Coca Zero, per la dieta), in una piazza affollata, mentre due drag queen starnazzano sul palco. Quindi, Robert, devi accontentarti della chiosa diplomatica con cui solitamente concludo la mia risposta a domande come la tua: “in Germania vivo bene”, e in fondo è la verità sacrosanta, ma un giorno il destino ci farà incontrare di nuovo in una situazione in cui avrò più tempo, e scandaglierò il tuo rapporto con il tuo stesso popolo per capire se posso metterti a parte dei miei veri sentimenti verso i tedeschi presi come società e non come singoli individui. Allora ti spiegherò com’è che il più grosso ostacolo a una vera e propria luna di miele tra me e i crucchi sia questo enorme squilibrio delle loro reazioni agli errori altrui. Nel qual caso mi farai notare tu stesso, o forse no, che questo squilibrio è il prezzo da pagare per la maggior parte dei motivi che mi spingono a dire “in Germania vivo bene”, e io per carità non lo negherò, ma ti confesserò che ogni volta mi trovo a chiedermi se tutto l’ambaradan della vita facile qua in Germania lo valga, quel prezzo.