Due giorni fa ho visitato Auschwitz e Birkenau. Un proposito che avevo in mente da anni. Ma non voglio parlare di Auschwitz, almeno non ora. Piuttosto voglio scrivere qui un paio di considerazioni veloci che ho fatto tra me e me visitando i due campi, soprattutto davanti alla montagna di scarpe piccolissime rimaste dagli indumenti che i bambini, anche loro, dovevano lasciare in uno spogliatoio prima di accedere alle camere a gas.

“Unsere Mütter, unsere Väter” (Le nostre madri, i nostri padri) è una serie televisiva tedesca di poche puntate andata in onda durante lo scorso marzo in Germania e in Austria. La trama racconta di cinque amici  che si incontrano a Berlino nell’estate del 1941, alla vigilia dell’attacco tedesco alla Russia, per salutarsi col proposito di reincontrarsi tutti insieme a natale dello stesso anno, ma a causa della guerra non riusciranno a rivedersi prima del 1945.

Io non l’ho vista ma, come accennato da qualche giornale italiano, in Polonia la serie ha generato polemiche così accese da far tremare i lampadari anche in sedi diplomatiche e governative, a causa di una rappresentazione poco lusinghiera della resistenza polacca, descritta come antisemita e collaborazionista nella persecuzione e nello sterminio degli ebrei. Apriti cielo: su tutti i media polacchi è divampata un’accusa generale alla Germania di revisionismo e ignoranza storica, e lamentele ufficiali sono state fatte alla TV di stato tedesca da parte dell’ambasciata polacca a Berlino.
Una situazione difficile da giudicare. Certo è che l’antisemitismo non è stato un’invenzione tedesca, ma imperversava nell’Europa dell’Est già prima che arrivassero i nazisti a perfezionarlo con uno sterminio metodico e spietato. Certo è anche che le popolazioni civili, non tanto in Polonia quanto nei paesi baltici e in Ucraina, all’inizio dell’invasione tedesca e prima che la “soluzione finale” prendesse il via con la sua comprovata sistematicità, collaborarono fino a formare vere e proprie milizie di supporto ai tedeschi nel rastrellamento degli ebrei e nelle fucilazioni di massa.
Ancora più certo però – e di questo va preso atto – è che, nell’elaborazione della colpa di una mostruosità che il ‘900 europeo non si meritava, la Germania è stata messa alla gogna anche da chi invece avrebbe dovuto condividere l’espiazione della genesi del nazismo: DDR e soprattutto Austria. Proprio quest’ultima diede natali, formazione e sostegno ad alcuni dei nazisti più sanguinari (Hitler stesso, e poi il famigerato e crudele Amon Göth, Franz Stangl, Jürgen Wagner, Walter Reder, Franz Reichleitner, Karl Rahm e via elencando), ma nel dopoguerra è allegramente saltata sul carro dei paesi che il nazismo lo hanno subito. In aggiunta a ciò, elaborazioni blande e rifiuto di ritenersi responsabili o almeno conniventi nella persecuzione degli ebrei sono stati fatti da altri paesi non direttamente coinvolti nella progettazione dello sterminio, Italia per prima.
Questo, ovvero l’isolamento della Germania nell’investitura di tale mostruosa responsabilità, ha creato un enorme senso di colpa collettivo nelle prime due generazioni di tedeschi successive alla caduta del nazismo, per poi causare una reazione opposta e contraria a partire dalla terza generazione, fatta di tedeschi che, pur ripugnati dall’ideologia nazista e dall’Olocausto, ne rifiutano il senso di responsabilità nazionale. Oggi è pressocché impossibile aprire gli argomenti nazismo e Olocausto con un giovane tedesco senza trovarsi di fronte a refrattarietà e insofferenza per il tema.

La conseguenza che io reputo grave è che i giovani tedeschi tendono a decontestualizzare la cosa, e più ci si allontana temporalmente dall’Olocausto, più lo considerano uno dei tanti genocidi che caratterizzano la storia dell’umanità da sempre. Passa cioè in secondo piano quello che a parer mio è l’elemento più raccapricciante: il fatto che il nazismo sia nato e sviluppatosi in un periodo della storia tedesca – la Repubblica di Weimar – che a dispetto delle crisi politiche si distingueva per fermento culturale e scientifico e clima di libertà e modernità. A rischio di essere frainteso, devo dire che la colpa dello sterminio di milioni di uomini, donne e bambini nei modi più crudeli che si possano immaginare (ma anche che non si possono lontanamente immaginare se si è a digiuno di testimonianze sui metodi delle SS nell’Europa dell’Est) ha una valenza incredibilmente diversa se attribuita a un popolo culturalmente arretrato o a uomini cresciuti e formati in buone famiglie di quella Germania, cioè in una società dotata di strumenti culturali più che sufficienti a evitare lo sviluppo di certe ideologie e dei drammi che ne conseguono.

E, come affermava Primo Levi, dimenticarsi del contesto in cui si sono sviluppati il nazismo e il progetto e la messa in atto di uno sterminio così abominevole, significa aprire le porte all’avvento di ideologie simili.

Tenere ben presente questo dettaglio è stato produttivo e utile per capire in pieno l’orrore di Auschwitz durante la visita al campo.

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