Nel 2013 non c’è nulla di più anacronistico del canone della televisione, che serve a finanziare dei media che molti non utilizzano più.
Passo sempre per snob quando affermo di non guardare mai la TV, ma non è per snobismo che mi astengo dall’accendere quell’elettrodomestico. L’offerta  televisiva comprende certamente anche ottimi prodotti culturali, soprattutto qui in Germania. Io, però, preferisco altri mezzi per l’approvvigionamento culturale, internet per prima, e credo di aver acceso la TV in casa mia solo un paio di volte in cinque anni di residenza tedesca, fatta eccezione per quando la uso come periferica della Play Station.
Per non parlare della radio. Mai ascoltata, neanche in macchina.
Ebbene, il canone televisivo in Germania tra qualche giorno diventa obbligatorio per ogni residenza, indipendentemente dal fatto di possedere o no un’apparecchio, e nessuno più dovrà stare attento a chi fa entrare in casa (i funzionari della TV di stato qui le escogitano di tutte per entrarti in casa e provare che possiedi un televisore) perché il solo fatto di risiedere presso un domicilio tedesco attribuirà il dovere di pagare questa tassa.
Si tratta di ben diciotto euro mensili estorti per finanziare un servizio di cui non si usufruisce e che, si badi bene, raddoppiano a trentasei euro per le coppie conviventi e non sposate, essendo riconosciute unicamente come residenze indipendenti nello stesso appartamento.
Vengono eliminate anche le eccezioni che fino ad ora hanno permesso a qualcuno di evitare questo salasso, come i disoccupati, per esempio.
I miei concittadini che ancora godono del lusso di risiedere in Italia si lamentano delle accise che gravano sul carburante per motivi esilaranti, ma qui in Germania dal mio stipendio vengono detratte svariate piccole cifre per ragioni assurde, come la cosiddetta “tassa di solidarietà” che pago mensilmente per permettere ai tedeschi dell’ex Germania del’Est di riprendersi dal crollo del Comunismo, avvenuto la bellezza di ventiquattro anni fa. Ora mi toccherà pagare diciotto euro al mese (ma si vocifera di un arrotondamento a venti) non solo per sostenere i costi dei programmi televisivi culturali, ma anche per perpetuare la presenza in video degli onnipresenti dell’etere tedesco: Thomas Gottschalk con i suoi outfit osceni e Michelle Hunzicker con i suoi neuroni diversamente abili.
Ciò che però mi fa roteare vorticosamente l’apparato riproduttivo è la passività con cui il bilancio economico di ogni tedesco ha accolto questo provvedimento tra le sue terga. Un provvedimento che in Italia occuperebbe le prime pagine dei giornali e metterebbe in assetto di guerra tutte le associazioni di consumatori. Tra i tedeschi, silenzio tombale.