I tedeschi sono un popolo strano, talmente strano che esiste una sorta di manualistica sull’interazione con loro, sulle comparazioni tra la loro cultura e le altre, sulle loro particolarità sociologiche. Un piccolo numero di pubblicazioni non accademiche ma divulgative e popolari, raggruppabili sotto la definizione di “Germans for dummies”, mettiamola così.
Siccome il tema mi interessa particolarmente, come forse qualche abbonato ai miei feed avrà vagamente notato, mi sono procurato Italiani e tedeschi: Aspetti di comunicazione interculturale, di Donatella Brogelli Hafer e Cora Gengaroli-Bauer (Ed. Carocci, disponibile su Amazon), due italiane stabilmente residenti in Germania che promettono, attraverso questo piccolo (e costoso: 21 Euro) saggio, di interpretare e spiegare i differenti punti di vista sui vari contrasti tra la società italiana e quella tedesca, e quindi di fornire le basi per il superamento dei reciproci pregiudizi.
Data la mole di letture arretrate e il tempo che scarseggia, sto dedicando a questo libro solo i dieci minuti che quotidianamente passo in metropolitana per andare al lavoro, quindi mi occorrerà un po’ di tempo per leggerlo tutto, ma mi piacerebbe comunque comentarlo qui capitolo per capitolo.

Devo dire che le premesse non lasciano presagire molto di buono, o di oggettivo, siccome già dal primo capitolo traspare un vago pensiero di fondo secondo cui l’Italia sarebbe un posto migliore se si germanizzasse un po’. Infatti, nel paragone delle caratteristiche, abitudini e tradizioni delle due società, le autrici si concedono un po’ di durezza in più, e a volte anche leggera canzonatura, nei confronti del nostro paese. La sensazione iniziale è che il libro, sebbene opera di due autrici italiane, sia l’espressione di un punto di vista tedesco sui rapporti tra le due società. Oppure, se deve essere considerato come punto di vista italiano, sembra quello di una posizione minoritaria autoinflitta, e la cosa mi fa storcere il naso.
D’altro canto, senza rendersene conto, Brogelli e Gengaroli si tradiscono su qualcosa di molto importante che riguarda il popolo germanico: insistendo particolarmente sull’impazienza tedesca per certe caratteristiche della società italiana, e utilizzando molto frequentemente espressioni del tipo “…e questa cosa fa innervosire i tedeschi”, ammettono in maniera evidentemente inconsapevole ciò che tutti quelli che hanno dimestichezza coi tedeschi si dicono in privato ma che, per correttezza politica, non affermano mai nel pubblico, e cioè che sono un popolo insofferente e facilmente incline all’aggressività, se visto come società e non come somma di individui.

Il primo capitolo entra subito nel vivo toccando il punto più dolente del rapporto tra italiani e tedeschi: il concetto di tempo e tutto ciò che ne consegue (la puntualità, l’ottimizzazione del tempo, il suo utilizzo ecc.). Vengono definiti due rapporti con lo scorrere del tempo distinti per ognuna delle due società: monocronia per i tedeschi e policronia per gli italiani, ovvero il tempo suddiviso in compartimenti stagni in un caso, fluido e aperto nell’altro caso.
I tedeschi sono monocronici in quanto hanno bisogno di affrontare lo scorrere del tempo suddividendolo, scomponendolo e assegnando a ogni suo segmento una precisa funzione o pianificazione, senza riversamenti tra un segmento e l’altro. Gli italiani invece sono policronici in quanto intendono il tempo come una serie di vasi comunicanti dalla capacità non ben definita, il cui contenuto può spostarsi alla bisogna e mescolarsi. La conclusione è che per i tedeschi è bene sapersi occupare di una sola cosa per volta e portarla a termine entro i termini previsti, ed è male dedicarsi a più cose contemporaneamente, mentre per gli italiani è vero esattamente il contrario, siccome percepiscono rigidità improduttiva laddove si è incapaci di gestire più cose allo stesso tempo.
Dal punto di vista dell’efficienza sembrerebbe quello tedesco il modello vincente, ma ha una controindicazione su cui le due autrici del libro tacciono. La gestione del tempo così rigida e irregimentata è responsabile di una caratteristica della società tedesca che viene presto notata da chi vi entra in contatto: l’incapacità di affrontare gli imprevisti, di fronte ai quali i tedeschi pretendono di andare avanti con il programma prestabilito o applicare le procedure standard, e quindi, quando non vanno letteralmente in tilt, creano situazioni che agli italiani appaiono strane e insensate. Non parlo certo di grandi imprevisti come catastrofi naturali o fallimenti di aziende, la cui gestione riguarda di più il campo della prudenza e della preparazione, cose in cui i tedeschi sono attentissimi. Parlo invece dei piccoli imprevisti della vita quotidiana: un’appuntamento mancato, un ritardo, un cambio di programma, imprevisti lavorativi, un’improvvisata. In un commento a un post precedente ho citato un’episodio (realmente accaduto) in cui l’amica tedesca si è offerta di dare un passaggio in macchina a fine serata, ma solo fino a casa sua, poi si è dovuto proseguire a piedi per un tratto che in macchina le avrebbe rubato cinque minuti comprensivi del ritorno. È un esempio straordinario di questa incapacità di reagire ai piccoli cambiamenti di programma o a qualunque accidente che dall’esterno intervenga a minacciare l’ordine dei segmenti in cui il tempo viene minuziosamente organizzato: lei aveva programmato di essere a casa alla tot ora, percorrendo tot chilometri lungo tale percorso, e nonostante la sua tabella di marcia successiva non prevedesse altro che starsene a casa e infilarsi nel letto, da ciò non l’hanno smossa nemmeno quelle che per noialtri sono le più elementari norme di cortesia tra amici.
Al contrario, la gestione italiana del tempo appare completamente inefficiente agli occhi tedeschi, e per molti versi lo è, ma conferisce la capacità di saper modellare procedure, programmi e pianificazioni attorno a qualsiasi imprevisto.
Il mio parere al riguardo è che entrambe le gestioni del tempo siano, nelle loro rispettive metà campo, efficienti e inefficienti per aspetti diversi e speculari, e che il problema si crei quando devono interagire o intrecciarsi. Qui a Francoforte si trova la sede tedesca di una grande multinazionale italiana (una delle più importanti nell’industria alimentare, non dico il nome ma è facile da capire, via…) dove lavorano sia italiani che tedeschi. Ebbene, a tutti i neoassunti viene fatto un breve training sul concetto di tempo nelle due diverse società, onde evitare che ai dipendenti tedeschi venga un travaso di bile per ogni meeting che comincia con dieci minuti di ritardo, o che a quelli italiani venga la cosiddetta “ansia da appuntamento” sapendo che qualcuno può avere un travaso di bile se un meeting non comincia puntuale.
La vita sociale, che molto spesso inciampa in imprevisti e casualità, a parer mio risente delle rispettive gestioni del tempo, e soprattutto della capacità o meno di cambiare programma o gestire più programmi allo stesso tempo.

Ho trovato interessante la piccola parte del capitolo dedicata al rapporto tra tempo e silenzio, e alla dinsinvoltura con cui i tedeschi affrontano lunghi silenzi anche in compagnia di qualcuno, mentre per gli italiani si tratta di situazioni imbarazzanti in cui si sforzano di trovare qualcosa da dire pur di non rimanere muti. L’ho trovata interessante in quanto osservazione simile a quella fatta da me tante volte, ma purtroppo al riguardo, come per molte altre cose, Brogelli e Gengaroli sono estremamente parche di analisi e si limitano solo ad elencare questa tra tutte le altre particolarità che rendono contrastato il rapporto tra italiani e tedeschi.