Meglio che mi sbrighi con questo paio di conclusioni che volevo scrivere sul viaggio in Marocco, ché con l’età che avanza e i neuroni che tirano avanti a forza di fischi e pernacchi, si corre il rischio che mi dimentichi tutto.
Per fortuna, comunque, la glaciazione in cui mi dicevano fosse piombata la Germania si è attenuata immediatamente prima del ritorno a Francoforte, perciò la nostalgia del Marocco si è stemperata in un paio di giornate tutto sommato miti. Ciò non toglie che nella perfetta e marziale crucconia mi manchi un po’ quel disordine autodisciplinato, quel caos industrioso e improduttivo alla napoletana che in Marocco è moltiplicato per dieci dal punto di vista ottico e acustico ma, a differenza di Napoli, dà meno impressione di essere preoccupante per la sicurezza personale.

Ma  andiamo con ordine.

La cultura dell’ospitalità mi è sembrata più buona che nei paesi occidentali. Io ho sempre creduto che la qualità, la pulizia e il servizio degli alberghi siano inversamente proporzionali alla ricchezza del paese in cui ci si trova, e il Marocco non fa eccezione, perché l’estrema cura degli interni dei riad e la calma e il silenzio che vi regnano fanno attrito col mondo marocchino appena varcata l’uscita in strada, dove caos e sporcizia prevalgono. I piccoli ed economicissimi riad marocchini a conduzione familiare si distinguono per una pulizia immacolata, per un arredamento in tema con il design arabo e curato maniacalmente nei più piccoli dettagli, per un’accoglienza gentilissima ma per fortuna mai “calorosa”. Molti di questi riad sono all’interno di palazzine di architettura islamica (è il caso dei riad in cui abbiamo alloggiato a Fes e Marrakech) i cui interni e soprattutto il cortile sembrano essersi materializzati da un racconto di Sheherazade o, se vogliamo, rievocano in piccolo le atmosfere da mille e una notte dell’Alhambra di Granada.
La colazione è sempre buonissima, e per fortuna parca e servita al tavolo, perché la società marocchina non è ancora abbastanza consumista da riuscire a concepire la colazione a buffet degli alberghi occidentali, la quale a volte mi sembra una corsa all’approvvigionamento che spinge a ingurgitare più del necessario solo per rientrare nella spesa.

Dicevo: del popolo marocchino ho gradito l’estrema gentilezza senza il cosiddetto “calore” che in genere mi aspetto dalle genti mediterranee. Fatta eccezione per i rompicoglioni per strada che vogliono spillare soldi ai turisti, i marocchini sono gente che dà molta importanza alle buone maniere e alla cortesia, ma sono anche molto distaccati, almeno con gli stranieri, e io non potevo chiedere di meglio, non perché non mi piaccia l’approccio amichevole, ma per una sorta di pregiudizio (ben riposto, se me lo si concede) sul rapporto tra società islamiche e omosessualità. Sulla mia omosessualità non mi piace mentire né glissare né comunque tacere, e so per esperienza che la facile confidenza tra estranei nelle società patriarcali prevede spesso domande dirette sullo stato civile. I marocchini, con la loro cortesia estrema ma distaccata, mi hanno fatto un enorme piacere liberandomi dall’incombenza di non svendere il mio orgoglio alla loro religione. Peccato però: l’islam con la sua morale del cazzo, è proprio il caso di dirlo, ha alzato un muro invalicabile tra me e la società marocchina, che mi è piaciuta e che ammiro, ma per la luna di miele tra me e loro se ne parlerà tra un cinquecento anni, quando avranno il loro illuminismo locale, se lo avranno, e si conquisteranno quel minimo sindacale di laicità che perfino in un paese in mano al clero come l’Italia mi consente di non fare la fine di quelli che si legano a una povera cretina, la ingravidano un paio di volte e passano il resto della vita a collezionare cazzi in incognito nei cessi degli autogrill.
Non ho comunque resistito alla tentazione di installare Grindr sul telefono per una piccola e irrilevante indagine sociologica a Marrakesh: tra gli innumerevoli turisti online su quell’allegro troiaio ci sono anche parecchi uomini del posto, ovviamente senza foto del volto. Del resto il Maghreb e la Turchia sono abbastanza rinomati come mete di turismo sessuale frocio, ma vallo a spiegare a certi musulmani che mi hanno giurato e spergiurato che nei loro paesi di origine non esiste l’omosessualità che, si sa, è una specialità occidentale.
La donna marocchina? Si sa cosa penso del velo, della moralità islamica univoca, degli uomini trendy accompagnati da donne infagottate dalla testa ai piedi. Solamente osservando la vita in giro, ho ricavato l’impressione che la donna in marocco goda di un rispetto profondo ma, appunto, solo se rimane nel suo ruolo di madre di famiglia dalla moralità ineccepibile. In genere mi si obietta che accade lo stesso nell’occidente cosiddetto cristiano ma, per favore, facciamone una questione di misure e di possibilità di liberarsi da certi ruoli, perché tra tutte le donne marocchine che si sentono tutelate, protette e rispettate in quel ruolo che la morale ha stabilito per loro, ci sono anche quelle la cui vita è sicuramente resa un’inferno (a meno che non mi si venga a dire che in Marocco non esistono le lesbiche, per esempio), e perciò non posso che avere un’opinione negativa sulla condizione delle donne marocchine.
Al di là dell’aspetto religioso, sono comunque venuto via con un giudizio positivo sulla società marocchina. Ho apprezzato soprattutto il profondo rispetto per le persone anziane, o comunque l’abitudine dei più giovani di passare parecchio tempo con loro, cosa che noi abbiamo perso una cinquantina di anni fa.

Parliando di cose più materiali, il cibo mi è piaciuto pur trovandolo un po’ monotono. In lungo e in largo per il Marocco non c’è molta scelta, i menu dei ristoranti offrono sempre le stesse pochissime pietanze, che però sono molto buone. Il piatto nazionale è il tajine che, appunto, è un piatto nel vero senso della parola, di terracotta, nel quale viene cotto direttamente il cibo, quasi sempre carne e verdure. I dolci sono buonissimi e, come ho già scritto in un precedente post, hanno spazzato via il pregiudizio che avevo sui dolciumi appiccicaticci dei paesi arabi. Riguardo all’igiene di ristoranti, chioschi e caffetterie, diciamo che di peli apparentemente pubici che saltano fuori dal cartoccio di pasticcini alle mandorle comprati per strada non è mai morto nessuno, o solo pochi individui che la natura ha disgraziatamente dotato di un sistema immunitario inefficiente, ma affrontare la cosa dal punto di vista asettico di chi chiamerebbe una ASL a far chiudere un locale per molto meno, be’, fa il suo effetto stomachevole, ma solo per i primi giorni, ché poi ci si abitua a tutto: al cameriere che vedi da lontano schiaffare le patate fritte nel piatto prendendole con le mani, al cuoco sdentato che fuma e si gratta il culo mentre ti cuoce il cous cous, alla pecora al mercato che sbava sul mucchio di mele in vendita senza che il mercataro faccia una piega. Già al terzo giorno trovi tutto questo divertente e ti rilassi sgranocchiando la tua lattuga al batterio fecale. Di certo posso garantire che non si è realizzata la premonizione della Rough Guide che turba gli animi dei visitatori occidentali in Marocco dando per garantita la dissenteria: noialtri non l’abbiamo avuta, e di certo non siamo andati per il sottile, siccome abbiamo mangiato con gusto il cibo offertoci dalle mani nude più sudicie che io abbia mai visto nel settore della gastronomia di mezzo mondo. Quindi non datemi dello schizzinoso, ho solo registrato la differenza dei loro standard igienici e la sto riportando qui.
Il caffé comunque è straordinariamente buono.

Guidare i Marocco è una pacchia. Le strade, tutte le strade, da quelle provinciali all’autostrada, sono tenute in eccellente stato, con una segnaletica chiara e bilingue (arabo e francese). I limiti di velocità sono sensati, vale a dire che non ti costringono ad andare a passo d’uomo su strade dove appare evidente la possibilità di andare un po’ più veloci, come invece accade spesso in Italia. Il limite in autostrada è 120 all’ora, ed è quasi sempre quello, anche su due corsie con molte curve. Io, che sono un automobilista storicamente disubbidiente sulla velocità, sono quasi sempre rimasto entro i limiti senza soffrirne.
Gli automobilisti sono ragionevolmente indisciplinati, nel senso che in Marocco non vige l’anarchia stradale napoletana, e generalmente si può contare su un discreto rispetto delle regole, ma senza quell’eccesso tedesco per cui un semaforo rosso inchioda i pedoni al suolo anche su una stradina di campagna deserta e silenziosa. Ecco, quelle cose lì no, e passano anche in auto col rosso, con molta cautela, se l’unica cosa in movimento all’incrocio è la proverbiale palla di rami fatta rotolare dal vento.
È capitato frequentemente che gli automobilisti della corsia opposta ci lampeggiassero in sequenza, e noi lì a chiederci quale fosse il problema, se la nostra auto per qualche motivo li preoccupasse, o che minchia ci stessero segnalando di sbagliato riguardo alla nostra guida. Poi, una volta presa la multa per eccesso di velocità, si è svelato l’arcano: ci facevano il favore di segnalarci la presenza della polizia a rilevare la velocità. Ma che gentili. Ad averlo saputo prima…
Se qualcuno dovesse arrivare su questo post via Google cercando informazioni per un eventuale viaggio in macchina in Marocco, ecco qualche dritta che semplificherà le cose:
Uno: mai fidarsi dei tempi di percorrenza calcolati su Google Maps. Anche guidando sempre al limite di velocità e senza pause, va calcolato per ogni percorso un trenta per cento di tempo in più.
Due: fare sempre il pieno in autostrada o in centro città. Capita spesso che i distributori delle strade provinciali abbiano terminato la scorta di benzina e vendano solo gasolio.
Tre: guidando da Marrakech a Ouarzazate o viceversa, fare il pieno prima di lasciare la città. Sulle montagne dell’Atlante si guida per oltre cinque ore senza incontrare un solo distributore (e non fermarsi manco nei negozietti di souvenir lungo la strada: quei minerali e fossili sono tutti falsi. La parte asburgica della coppia viaggiante sta ancora rosicando per un finto fossile che si è fatto rifilare durante un momento di distrazione della parte borbonica).
Quattro: affrontare l’autostrada con una buona scorta di spiccioli. Il pedaggio si paga molte volte lungo il percorso e nessuna carta di credito viene accettata.

La connettività va molto meglio di quanto si possa prevedere. Ogni Riad ha sempre una rete WiFi gratuita per i propri clienti. Fuori dai Riad sono rarissime le caffetterie che offrono connessione, ma con un po’ di pazienza le si scova in ogni città. Per quanto riguarda la rete 3G, quando sono all’estero evito gli alti costi del roaming procurandomi una sim dati prepagata locale. Questa sarebbe in Marocco la soluzione perfetta, date le tariffe bassissime e la copertura eccellente, solo che i due scemi a cui questo post si riferisce, entrambi a digiuno di arabo e con conoscenze del francese ridicole, hanno riscosso un nulla di fatto nel tentativo di attivare la sim al telefono con l’operatore durante una conversazione del genere di Totò, Peppino e la malafemmina.

Parliamo dei prezzi: il sospetto che avevo riguardo a due sistemi tariffari diversi per gente del posto e gli stranieri si è rivelato infondato, e mi dispiace essere stato così sospettoso, ma vengo da una regione italiana dove è prassi. Con un sopralluogo in un ipermercato alla periferia di Fes abbiamo constatato un concetto molto semplice: ciò che viene prodotto in Marocco viene quasi regalato, ciò che viene importato costa pure più che in Europa, solo che il Marocco produce ben pochi beni di consumo, e gli scaffali sono pieni di prodotti importati, soprattutto francesi. Il Marocco è da circa dieci anni in crescita economica ed è dotato di infrastrutture molto più moderne di quelle che l’immaginario occidentale si aspetta da un paese dell’Africa mediterranea, ma la persona marocchina guadagna in media ancora 350 euro al mese. Non voglio parlare di povertà, perché di povertà vera e propria non ne ho vista, e sicuramente il marocchino medio non si percepisce povero, ma si tratta di una società visibilmente non consumista e generalmente priva di innumerevoli piccoli lussi che noi diamo per scontati. Per intenderci, hanno lo stile di vita dell’Italia degli anni ’50, e intendo stile dei consumi, perché bisogni moderni come telefonia mobile e internet sono comunque presenti. Per questo fatico un po’ a capire la presenza diffusa di enormi e moderni ipermercati francesi fuori le grandi città che offrono la stessa miriade di prodotti in vendita da noi ma a prezzi perfino più alti. Una visita a un grande ipermercato va comunque fatta, un po’ perché tra questo e il negozietto piccolo e polveroso non esiste (o almeno non siamo stati in grado di trovare) la via di mezzo del supermercato cittadino, un po’ perché è interessante osservare come la gente del luogo fa la fila alle casse, cioè non facendola affatto, assembrandosi in massa in un groviglio di carrelli e cercando di infilarsi in ogni anfratto possibile. Non credevo che esistessero popoli in grado di perfezionare la capacità napoletana di destabilizzare la spontaneità e la naturalezza con cui in certi luoghi ci si dovrebbe mettere in fila.
Vissuto da turisti, comunque, il Marocco è estremamente economico. Ogni riad in cui siamo stati è costato in media 50 euro a notte per la doppia e supera tutti gli equivalenti alberghi occidentali per comfort e servizio. Mangiare fuori è anche molto economico, anche se le porzioni sono tutt’altro che enormi, ma ci si sazia con poca spesa. Gli ingressi a musei, siti archeologici e monumenti costano in media dieci dirham, poco meno di un euro.
Nei souk e nei posti più turistici si possono fare le famose trattative e, con un po’ di bravura e fermezza, si può abbattere il prezzo iniziale anche fino al dieci per cento. Si passa da cento a dieci dirham fingendo di essere solo marginalmente interessati all’oggetto della trattativa. È una pratica che però non mi piace molto, anche perché il prezzo iniziale proposto dal venditore è già ragionevole dal nostro punto di vista, quindi non ne abbiamo fatto quasi uso. Nel souk di Marrakech però può essere divertente farlo per i souvenir-paccottiglia, ingaggiando una vera e propria competizione col venditore che consiste nel provare chi è più bravo a fingere disinteresse: il turista a comprare l’oggetto o il negoziante a venderlo.
Riguardo ai ragazzi che si propongono insistentemente come guide, non chiedono poi un onorario particolarmente elevato, quindi si può tagliare la testa al toro e ingaggiarne uno. Per due motivi: sono comunque preparati e sanno spiegare bene molte curiosità che la guida cartacea non riporta, e poi si gode del meraviglioso vantaggio di essere stati ormai accalappiati da uno di loro, il ché significa che tutti gli altri smetteranno di rompere il cazzo. Ne abbiamo ingaggiato uno a Fes, si chiamava Omar, aveva circa quindici anni e parlava perfino un discreto italiano. Visitando la conceria delle pelli ha spiegato dettagli tecnici che non avremmo mai appreso senza di lui, col risultato che ha avuto un compenso pure più alto di quello da lui richiesto. A soli quindici anni, senza mai aver messo piede fuori Fes e con la scuola abbandonata ormai da anni, oltre all’arabo e al francese parlava anche inglese, italiano e spagnolo, imparati svolgendo questa attività. Con un’occhiata alle condizioni generali di lavoro in una regione come quella di Fes, si può tranquillamente affermare che Omar si è conquistato da solo un posticino di lavoro di tutto rispetto. Direi che dovrebbe migliorare un po’ le sue capacità imprenditoriali, perché i cinquanta dirham che chiede sono nulla in confronto a quello che offre, ma suppongo che la concorrenza nel settore delle guide abusive di Fes sia decisamente alta.

Tornerei in Marocco? Sì, e di corsa, ma a condizioni diverse da quelle di questo viaggio. La traversata mediterranea è stata sicuramente interessante ma ha sottratto troppo tempo alla permanenza in Marocco. Ci tornerei per vedere altri luoghi, visitare meglio la regione di Ouarzazate e spingermi fino al confine sahariano con l’Algeria, da dove parte lo storico percorso per Timbuctu (un cartello avvisa che ci vogliono 51 giorni di cammello).
Oltre ovviamente alle architetture, all’atmosfera, al clima e alla bellezza in generale, c’è una cosa del Marocco a cui ora penso con un po’ di nostalgia: gli asini. Quando ero piccolo, i paesini del Molise e dell’Abruzzo erano pieni di asinelli, poi all’improvviso tutti scomparsi e sostituiti da Ape e veicoli vari. Erano anni che non vedevo così tanti musi miti e docili di asini.

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