Mi sono detto: valichiamo la catena montuosa dell’Atlante e andiamo a vedere qualche posto selvaggio alle propaggini occidentali del Sahara, ché sarà una figata pazzesca.
E infatti, dopo cinque ore di pericolosi tornanti a oltre duemila metri di quota sulle montagne, ci ritroviamo a Ouarzazate, tra set cinematografici, musei del cinema, location di svariati film tra cui “The hills have eyes” e, scopro con colpevole ritardo, la casbah dove si è tenuto il reality show italiano “La fattoria”. Non che mi aspettassi di ritrovarmi a dormire su pelli di montone nell’accampamento di una tribù di nomadi berberi, sia ben chiaro, e sapevo pure che Ouarzazate è tutto sommato una cittadina popolosa e in un certo senso moderna, nonché famosa per alcuni film che vi sono stati girati, ma dopo l’idea maturata a Fes e Essaouira di un Marocco romanticamente sudicio e pezzente, fa sicuramente un po’ strano ritrovarsi in questa specie di Hollywood de noantri dove io italiano vengo salutato dai negozianti al grido di “Scamarcio!”, essendo il cinema vitale per questa città e avendo quindi Scamarcio sostituito gli svariati calciatori che solitamente vengono citati a turno in circostanze fastidiosamente equivalenti. Poi qualcuno mi spiegherà perché proprio Scamarcio.
Ma non voglio dare l’impressione che Ouarzazate non mi sia piaciuta. Anzi, direi che andarci è stata la cosa migliore che potessimo fare, e che adesso che ne siamo venuti via e alloggiamo in una Marrakech di cui davvero si poteva saggiamente fare a meno, di Ouarzazate mi è rimasta una nostalgia immediata che mi fa consultare mentalmente il calendario per verificare come e quando tornarci per dedicarle più tempo.
Innanzitutto per il viaggio. Arrivarci è stata un’esperienza sfiancate ma tanto soddisfacente: dalle spiagge dell’Atlantico al deserto passando tra cime montuose già macchiate qua e là di neve. I fianchi orientali dell’Atlante scendono lentamente conferendo quasi impercettibilità al drastico cambio di paesaggio, che passa dai brividi dell’alta montagna all’arsura di quel paesaggio desertico che si riconosce immediatamente come il celebre circuito di rincorse di Wile E. Coyote e Road Runner. Il cambio da un paesaggio all’altro è così diluito in ore e ore di discesa tra curve e tornanti che quasi non ci si fa caso, e ci si ritrova nel deserto senza ricordarsi quando e come vi si è messo piede. Il tutto tra panorami mozzafiato, distese enormi, distanze inconcepibili, atmosfere fantastiche.
La regione di Ouarzazate ha parzialmente realizzato un mio antico sogno che i fondamentalisti islamici hanno recentemente falciato via del tutto: visitare il nord del Mali e precisamente Timbuctù, che attualmente è controllata da Al Quaida. Le cattedrali di fango e paglia per cui Timbuctù fu nominata patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO sono caratteristiche di tutto il nordovest del Sahara, e la parte di deserto che entra nel territorio marocchino ne è piena. La più celebre, anche essa patrimonio UNESCO, è la kasbah di Ait Ben Haddou, che grazie alla prestigiosa nomina è abbastanza curata e facilmente raggiungibile, mentre nel resto della sconfinata regione ci sono decine e decine di kasbah minori e pressocchè ignorate  che abbiamo esplorato con somma soddisfazione e che ho inserito subito tra i luoghi più affascinanti in cui abbia messo piede. Oltre alla faccenda architettonica, la regione ovviamente si distingue anche per gli spettacolari paesaggi, e ha scalzato i fiordi norvegesi dal primo posto della mia personale classifica dei paesaggi più belli che ho visto dal vivo.
Il capoluogo della regione, Ouarzazate, è una città che non ti aspetti venendo dal di là dell’Atlante. L’asservimento all’industria del cinema hollywoodiano ed europeo si traduce anche nell’opportunità di dover ospitare parecchi stranieri in soggiorno di lavoro e quindi poco disposti a sopportare i disagi del folklore locale. Di conseguenza la città appare più pulita e meglio organizzata e i negozianti sono un po’ meno rompicoglioni, ma solo un po’, perché come in qualsiasi altro angolo del Marocco, anche a Ouarzazate non si è liberi di posare lo sguardo su una qualsiasi minchiata esposta da qualche parte senza essere letteralmente assaliti dal negoziante ed essere costretti ad entrare, valutare e soppesare tutta la mercanzia presente.
La sera, davanti a una tajine di agnello e prugne in un ristorante della piazza principale della città, osservo una scena che a una prima occhiata sembra la stessa identica vista in tantissime città italiane, soprattutto del sud: decine e decine di ragazzi che occupano la piazza, socializzano, bevono bibite (niente alcool), scorazzano in motorino portando in giro culetti adolescenziali ben evidenziati da jeans alla moda. Poi mi rendo conto di una sostanziale differenza tra questa scena e una equivalente della provincia italiana: qui sono tutti maschi, non c’è neanche una ragazza in una piazza gremita di adolescenti, fatta eccezione per due o tre ragazzine a passeggio coi genitori. Questi paesi musulmani sono sicuramente l’inferno sulla faccia della terra per gli omosessuali adulti e bisognosi dei più elementari diritti civili, ma devono essere anche un pacchia per gli omosessuali adolescenti, che vivono senza la concorrenza della fica un’età in cui le prime esperienze sessuali si fanno a ogni costo, anche quello di sfidare la più morbosa, severa e fascista delle morali religiose.