La medina di Fes, patrimonio UNESCO, è un enorme labirinto sudicio in cui perdersi è snervante, perché pieno di lunghi e tortuosi vicoli ciechi che terminano in qualche proprietà privata in cui, puntualmente, trovi una vecchia incartapecorita che ti intima in arabo di tornare indietro. Sembra  un mondo poverissimo, cristallizzato cento anni fa, dove si convive con galline, asini e pecore. Io un immaginario del genere l’ho trovato solo nella descrizione della Matera di ottant’anni fa in Cristo si è fermato a Eboli di Levi. Se sparissero i giovani (esclusivamente uomini) vestiti all’occidentale, tutto apparirebbe come materializzato dall’inizio del secolo scorso per opera di una macchina del tempo. E’ esattamente così che mi sono sempre figurato il sudiciume del centro storico di Napoli sotto i Borbone, quello che spinse l’amministrazione sabauda a ricorrere al cosiddetto risanamento (che risanò ben poco, si limitò a far scomparire chiese gotiche e chiostri rinascimentali), e guarda caso scopro su Wikipedia che Fes è gemellata con Napoli, anche se la notizia di questo gemellaggio non è riportata altrove, e quindi andrebbe verificata.
Visitiamo prima la parte meno turistica della medina, quella a sud, senza monumenti di rilievo, e quindi senza turisti in giro. Nei vicoli strettissimi devi continuamente appiattirti lungo i muri polverosi di tufo giallo per lasciar passare piccole carovane di due o tre asini stracarichi, e negli scurissimi e microscopici antri che vi si aprono scopri mestieri la cui tradizione in occidente è stata spazzata via nel giro di poche decine di anni: arrotini, ciabattini, carbonari, quasi sempre anzianissimi, che lavorano in ambienti sporchi e malsani. Ma anche luridi negozietti  di prodotti che nella società consumistica non avrebbero mercato. Per dire: ho visto un negozietto che, tra gli altri prodotti in vendita, aveva una vasta scelta di dentiere usate.
Già in questa zona ti passa la voglia di soffermarti un po’ più del necessario a osservare qualcosa con interesse, perché divieni immediatamente bersaglio di ragazzi che insistono in maniera snervante per portarti in giro a visitare la città. Molto spesso lo fanno con astuzia: ti passano vicino e ti invitano a seguirli come se loro fossero diretti a tale monumento per questioni private, e se ti vuoi accodare, o turista disorientato, sono lieti di farti questa cortesia, salvo poi esigere un compenso che definire esoso è eufemistico, e quindi via alle trattative che possono anche portare a vere insolenze da parte di questi stronzetti.
La parte più “turistica” (qui le virgolette sono d’obbligo) col suo caotico souk non è molto diversa se non per la presenza di monumenti di rilievo, qualche occidentale in giro (pochissimi in verità) e sudici chioschi di cibo di cui, se fosse preparato secondo gli standard igienici occidentali, ci si potrebbe rimpinzare a cuor leggero, ma l’impressione generale è che sia opportuno avere un sistema immunitario a prova di escherichia coli. Ci facciamo comunque attrarre dai dolciumi, il cui leit motiv sembra un po’ quello degli struffoli napoletani: roba fritta e poi ripassata nel miele, con in più l’onnipresenza della frutta secca in tutte le combinazioni possibili. Niente male davvero, detto da uno che aveva il pregiudizio sui dolciumi appiccicosi del mondo islamico e a cui ‘sta porcheria  della baklava non è mai andata giù. Ho solo avuto bisogno di qualche secondo per accettare l’idea che quei dolci fossero stati presi con le mani nude e visibilmente sporche dal venditore, ma va be’, il problema è mio e della civiltà occidentale che mi ha abituato ad un mondo asettico.
Ovviamente devono vigere sistemi di prezzi diversi per la gente del posto e per i turisti, altrimenti non si spiega il costo di certi prodotti (acqua, bibite locali, qualsiasi cosa in qualsiasi negozietto sperduto) nell’ambito di una povertà così diffusa. Insomma, il turista è anche qui qualcuno da spennare dalla testa ai piedi, anche se di turisti in giro ne ho visti davvero pochi, quasi nessuno a parte un paio di coppie di americani e una piccola comitiva di quattro sciure attempate di Amburgo con cui abbiamo dovuto dividere il tavolo in un ristorante della medina (noi abbiamo preso un eccellente couscous, le sciure invece ogni sorta di verdura cruda, in barba alla promessa di dissenteria che la mia Rough Guide garantisce col suo tipico allarmismo).
I monumenti, antichissimi e quasi tutti nascosti nel caotico disordine della medina e soprattutto del souk, sono di una bellezza da versarci lacrime per la commozione. La moschea Karaouine (visitabile solo ficcando il naso poco oltre il portone d’ingresso, che è interdetto ai cosiddetti infedeli, figurarsi a noi poveri froci), la madrassa Ettarin e la vecchia università sono gioielli architettonici che niente hanno da invidiare all’Alhambra di Granada. Soprattutto la madrassa Ettarin, dove ci si chiude tra gli arabeschi dell’architettura moresca in un silenzio che sembrerebbe impossibile creare a pochi metri dal casino del souk lì fuori. E in genere tutta la medina è piena di piccole e malandate moschee visitabili solo esternamente ma che rendono l’idea della grandiosità di questa città durante il suo massimo sviluppo ai tempi del sultanato merinide.
La vita qui a Fes è molto “napoletana”, nel senso che si vive parecchio per strada e i vicoli sono pieni di bambini che giocano rumorosamente, anche se, a differenza di Napoli e a dispetto dell’enorme povertà di Fes, la criminalità è quasi inesistente e la sicurezza personale non è affatto un problema. Non devono avere molte prospettive, però, ‘sti bambini che giocano nei vicoli, a parte sperare di agganciarsi ai turisti e scucirgli laute mance per portarli in giro. Vedendo le condizioni di lavoro, soprattutto nella famosa concia delle pelli di Fes, non ci si stupisce dell’emigrazione di massa che caratterizza questa città.
Vorrei rimanere qui ancora qualche giorno, perché la Medina è enorme e si va via con la sensazione di essersi persi cose importanti.

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