Grandi Navi Veloci. Diciamolo, il nome dell’azienda proprietaria della tinozza, che adesso scopro avere perfino una pagina individuale su Wikipedia in quanto “dispone di 360 cabine con servizi, ristorante à la carte, bar, un negozio, un cinema, piscina con lido bar, idromassaggio, sala giochi”, dove però non si specifica che tutto questo è gravato da un invecchiamento apparente di 40 anni (a dispetto degli appena 20 anni di vita della nave), molti dei servizi elencati non sono più disponibili, e i camerieri del ristorante à la carte si mettono svogliatamente al lavoro con l’idea di poter maltrattare un po’ a piacimento i passeggeri marocchini, evidentemente percepiti come una sorta di profughi. Non che mi freghi qualcosa, anzi la trasandatezza di questa imbarcazione ha corrisposto con precisione con le mie aspettative, ho solo un appunto da fare sulla demenza di un’operatrice del loro call center, che mi ha dato un’orario di sbarco a Tangeri sbagliato di sei ore in meno, e quando è una voce dall’interno dell’azienda a darti certe informazioni non ti poni il problema di andare a fare verifiche in rete. Uno sbarco con sei ore di ritardo sulla tabella di marcia, quindi, con tutte le sue conseguenze sulla consegna dell’auto a noleggio e la corsa che si è svolta in notturna fino a Fes. Ma avevamo deciso di non pernottare a Tangeri? Veniamo dalla Germania, i cambi di programma non ci piacciono, andiamo avanti col piano A.
Dunque il primissimo approccio con il Marocco è su una buia autostrada costiera fino a poco dopo Tangeri, per poi proseguire un qualcosa come quattro ore su un’ancora più buia e desolatissima strada provinciale a una corsia per senso di marcia, dove auto e camion sfrecciano a velocità supersonica senza premurarsi di spegnere gli abbaglianti per non farti schizzare via le retine dalle orbite. Segaioli. Io, oltre a venire dalla Germania, sono di Napoli, ho passato anni a guidare sul Doppio Senso, sull’Asse Mediano, SULLA DOMIZIANA, dico. Ce ne vuole per mettermi paura. Il secondo approccio è stato il giovane e bellissimo poliziotto che ci ferma per un controllo e che, appurato che siamo turisti incapaci di proferire verbo in arabo né in francese, si affanna in un miscuglio anglo-franco-ispanico a dirci che no, non c’è bisogno di tirare fuori i documenti, e quando siete nel sud visitate questo posto, poi quest’altro, e fate bene ad andare a Fes, che è bellissima, buon viaggio e arrivederci.
Dunque a Fes. Arriviamo nel cuore della notte: nessuno in giro, la nostra mappa che non corrisponde alla realtà, i nomi delle strade scritti solo in arabo. Teoricamente un dramma epocale, se non che scopriamo subito la caratteristica delle città marocchine: la persona occidentale non ha neanche una manciata di secondi a disposizione per realizzare di essere in difficoltà, ché subito si materializza uno dei giovanotti locali (nel nostro caso un tale Mohammed Couscous, e giuro che ha detto proprio “Couscous, come quello che si mangia”) che ti guida nel dedalo della Medina fino alla destinazione desiderata, ovviamente pretendendo lauta mancia su cui bisogna trattare fino allo stremo per non essere spolpati. E’ nella reazione a circostanze del genere che mi piace osservare le differenze culturali che vengono fuori tra la parte borbonica e la parte asburgica della coppia viaggiante.