Uno arriva a Barcellona e non può visitarla, nel senso che non può sbarcare momentaneamente dalla tinozza galleggiante che lo sta portando da Genova a Tangeri via, appunto, Barcellona. Fortuna che ci sono già stato, ma non mi sarebbe dispiaciuto rivedere non dico il Barrio Gotico, ché sarebbe chiedere troppo, ma almeno i dintorni del porto, fosse solo per comprare una bottiglia di acqua minerale a un prezzo più umano di quello mafioso imposto sulla nave.
Nave che non è una crociera, non è un transatlantico non è neanche quel traghetto spassoso che trasporta la gente da Stoccolma a Helsinki e sulla quale ci si diverte da matti. No, è un traghettone un po’ malandato, di quelli che hanno avuto tempi migliori e hanno gettato la spugna di fronte all’ipotesi di poterne avere ancora di buoni. Mi sa che ‘sta bagnarola non rivedrà mai più un cantiere per essere messa un po’ a nuovo.
E’ di una compagnia italiana, ma di italiani se ne vedono ben pochi, anche tra il personale, a parte la simpatica cassiera napoletana del piccolo negozietto di bordo che vorrebbe essere una specie di bazar da non luogo ma non riesce ad andare oltre l’aspetto tristanzuolo di un’edicola sfornita. Mi presento alla cassa con Gente e Gioa. Non che volessi il Financial Times, ma davvero non c’è altro da leggere come alternativa alla Simone De Beauvoir che mi sono portato dietro.
La nave è piena di famiglie marocchine. La maggior parte di loro ha una cabina economica, una specie di cubicolo senza finestra, e infatti i corridoi sono pieni di bambini che vi giocano non potendolo fare al chiuso di quei loculi. Quasi tutti gli uomini che viaggiano senza famiglia invece hanno solo la poltrona, biìvaccano fumando seduti lungo il bordo della piscina vuota e dormono accampati sulle rampe di scale con le coperte che si sono portati dietro. Mi ricordano la stessa cosa fatta da me sulla suddetta nave tra la Svezia e la Finlandia, da adolescente in interrail con pochi soldi, ma gli stati d’animo delle due esperienze sono imparagonabili.
C’è anche una piccola comitiva di turisti tedeschi dall’accento bavarese, che non so come diamine siano finiti su questo rottame. Sul ponte durante questo breve scalo a Barcellona sento uno di loro parlare al telefono sicuro di non essere capito da nessuno. Dice con disappunto a qualcuno che la nave è piena di “primitivi”. Certe dannazioni germaniche ti seguono ovunque tu vada, non c’è scampo.
Non potendo abbandonare la nave durante lo scalo, la si esplora un po’ a casaccio. Il garage è pieno di auto stracariche dentro e sopra di pacchi e mercanzia varia, e alcune sono così piene che non si capisce come siano riusciti a chiuderle. Si tratti di doni per i parenti in patria o di prodotti di prima necessità per uso personale, c’è una costante che accomuna quasi tutte le auto di queste famiglie marocchine: sono piene di confezioni di rotoli da cucina e carta igienica. Mi sono appuntato in mente il proposito di verificare in Marocco i prezzi di questi due prodotti.
Ancora esplorando salta fuori la piccola moschea, che un tempo deve essere stato il cinemino di questa bagnarola. Mi guardo bene dal metterci piede, ma la porta è spalancata e vedo che dentro c’è gente che prega o è seduta lungo le pareti con un libro aperto sulle gambe, suppongo quello stesso libro che non si può recensire male senza che un’ambasciata occidentale in un paese arabo venga assaltata e messa a ferro e fuoco. Be’, la stragrande maggioranza dei passeggeri di questa nave è marocchina, a occhio e croce direi un buon novantacinque per cento, quindi già prima di mettere piede in Marocco si sta un po’ sperimentando la full immersion islamica, e la si sta sperimentando da coppia gay che si autocensura, reprime e mimetizza per evitare non dico problemi, ma quanto meno spiacevoli occhiatacce e la sensazione, francamente, è assai spiacevole. Appena sbarcati in Marocco cercherò di verificare se non si tratti di un’eccessiva autorepressione, e quindi abbia fatto bene a derogare al mio proposito storico di non mettere mai piede in un paese musulmano per principio e per amor proprio, o se era meglio andare a fare un giro in macchina per il Peloponneso come prevedeva un’ipotesi alternativa per queste vacanze.
Non essendo la nave uno di quei carrozzoni tutto intrattenimento e animazione, la traversata scorre noiosa e concentrata sulla lettura della Beauvoir, che giunge velocemente a termine con un leggero carico di stizza per ‘sta cretina dell’io narrante, che architetta automortificanti strategie e si strugge e si contorce l’animo per il destino che la pone come possibile opzione di un uomo che non riesce (ma in realtà non vuole) prendere una decisione, e tu pensi che se invece lei si sottraesse a questo status e rivendicasse il diritto (ma in questo caso quasi un dovere verso sé stessa) di farla lei, la scelta, l’umanità avrebbe uno struggimento amoroso e una prodotto editoriale banale in meno. Per l’automortificazione che accompagna un amore che sta scivolando via dalle mani ci siamo passati un po’ tutti, ma l’aspetto luttuoso della faccenda l’ho trovato meglio raccontato altrove. Qui, se non altro, spicca magistralmente raccontata la vigliaccheria di chi non sa fare scelte.
Per il resto della traversata ho “La conservazione metodica del dolore” di tale Ivano Porpora, il cui titolo sembra studiato a tavolino per ammiccare agli amanti di Gadda. Non mi faccio fare fesso, lo posseggo perché non so uscire con le mani in mano da un luogo dove ci sono libri in vendita, e questo l’ho preso via dalla catasta di una bancarella di libri usati a Genova. Lo leggo e ci torno sopra.
Oltre che leggere, qui non si può fare altro che assistere alla proiezione di film in francese con sottotitoli in arabo, o guardare il mare. Un paio di ore fa ho visto due delfini saltare fuori dall’acqua sullo sfondo della Sierra Nevada all’orizzonte. Questo spettacolo da solo ha dato un valore immenso alla scelta di prendere ‘sta nave invece di volare.