A Napoli in bicicletta si andava meglio prima, quando non c’erano le piste ciclabili. Si pedalava a bordo della carreggiata, i sampietrini ti facevano vibrare tutto l’ambaradan e riattivavano la circolazione sanguigna quando prendevi velocità sulla calata di Capodichino. E poi va be’, si finiva ogni tanto al pronto soccorso non sempre per la scarsa disciplina degli automobilisti ma più per lo stato postapocalittico che caratterizza il manto delle strade di Napoli, ve lo dice uno che ha esperienza di tre punti di sutura per essere rotolato, lui e la bicicletta in un groviglio di carne umana e ferraglia, lungo la discesa della Doganella.
A parte la pista ciclabile vera e propria sul lungomare “liberato”, con segnaletica orizzontale con tutti i crismi e ciclisti a novanta gradi per l’inculata di vederla sparire la sera sotto le macchine parcheggiate, la pista ciclabile a Napoli oggi è il disegnino di una bicicletta posto a intervalli regolari sui marciapiedi delle strade centrali, coi vigili che hanno preso la novità con uno slancio di entusiasmo un po’ eccessivo e redarguiscono chiunque osi pedalare alla vecchia maniera: sulla strada e non sul marciapiede a scampanellare per farsi largo tra i pedoni. Il risultato è che si vede qualche bicicletta in più in giro grazie alla campagna di incoraggiamento di De Magistris ma, se pedalare a Napoli prima era difficile, oggi è un’esperienza archiviabile come sport estremo.
Chi ha pensato, progettato e realizzato le piste ciclabili a Napoli, non ha mai visitato prima una città dotata di piste ciclabili, ne sono sicuro.