Dovrei parlare di Graz ma prima apro una breve parentesi sui controlli dell’aeroporto di Francoforte, che sono meticolosi, estenuanti, rigorosissimi, e tira fuori il portatile, e allarga le braccia, e leva ‘sta scarpa, e togli ‘sta cintura, e ‘sta crema idratante non te la faccio passare manco se mi preghi in ginocchio, e poi ci siamo accorti solo a destinazione di essere riusciti a imbarcare in cabina, senza volerlo, dimenticato in un recondito meandro di uno zaino, uno di quei coltelloni svizzeri di una quindicina di centimetri che col pulsantino apposito fanno scattare fuori qualsiasi tipo di lama, arma bianca o oggetto atto a fendere e/o contundere. Mi sarebbe piaciuto accorgermi durante il volo di possedere tale materiale offensivo, e tirarlo fuori davanti alla hostess per sbucciarmi la mela con la naturalezza di chi sta facendo la cosa più normale del mondo.
Dopo la parentesi aeroportuale, ne apro un’altra brevissima: scopro solo ora che Graz, la città più incantevole tra quelle da me visitate recentemente, è gemellata con la tedesca Darmstadt, che nelle mie memorie si è impressa come la quintessenza dello squallore scesa sulla faccia della terra e fattasi città.
Chiuse tutte le parentesi, rimane da dire solamente che il centro storico di Graz, che è parecchio esteso, è una Vienna in miniatura ed è tenuto come una bomboniera dall’amministrazione cittadina. È un tripudio di edifici asburgici che la vale tutta, la nomina a patrimonio Unesco. L’atmosfera che si respira tra le stradine di Graz è molto meno provinciale di quanto ci si potrebbe aspettare dalla piccola capitale di una delle regioni meno cruciali della Mitteleuropa, anzi a me è parso di girare per una sorta di micrometropoli a suo modo multietnica e dalla cultura spiccatamente urbana. Poi, a viverci, chi sa: l’Austria non viennese non brilla certo per progressismo e laicità, e io sono sicuro che da residente finirei per sentirmici asfissiato, a Graz, ma da turista ho goduto di una piccola Vienna soleggiata, abitata da milanesi (un attimo che ci torno, su questo “abitata da milanesi”) e immersa nell’atmosfera di una Montmartre che, in un paio di vicoli più stretti, riesce quasi a diventare atmosfera caprese (ma va detto che Graz si è giocata tutto questo appeal metropolitano con la cafonata provinciale di dedicare lo stadio cittadino al governatore ancora vivente della California Arnold Schwarzenegger, nato in un paese lì vicino, un po’ come se Sassari dedicasse una piazza a Elisabetta Canalis).
Eppure questa città, che è la seconda dell’Austria per grandezza, per dotazione museale e – aggiungo come parere personale – per bellezza dopo Vienna (mi manca Linz, ma dicono non sia un granché), stranamente non produce lo stesso richiamo turistico delle sue connazionali Salisburgo e Innsbruck, che però godono di maggiore vicinanza a Italia e Germania, da dove i loro turisti provengono.
Come scrivevo l’anno scorso riguardo a Vienna, anche il resto dell’Austria dimostra ulteriormente che esiste gente di madrelingua tedesca che sa fare scelte oculate di mattina davanti a un armadio aperto, cosa difficile da credere per chi ha dimestichezza con la Germania e i tedeschi, ormai lanciati a ruota libera con le giacche a vento Jack Wolfskin e le scarpe da trekking per ogni occasione. A Graz però si va un po’ oltre il compromesso viennese, e mi è parso che la maniacalità con cui viene curato il proprio aspetto, dalle scarpe ai capelli, raggiunga livelli esasperati che altrove ho riscontrato solo a Milano. Mentre la sciura di Francoforte scende a prendersi un caffé in piazza conciata come se stesse andando a unirsi a una cordata di Messner per la conquista della cima del Nanga Parbat, quella di Graz esce di casa solo con la Birkin di Hermés e assicurandosi che non siano passati più di due giorni dall’ultima visita dal parrucchiere. Entrambi gli estremi, la totale mancanza di buon gusto e l’ossessione per esso, non mi piacciono ma, se non altro, questo culto del buon gusto si riflette positivamente nelle maniere, nell’ospitalità, nelle interazioni quotidiane.
Non saprei come commentare il tedesco della Stiria. È praticamente viennese, ma con le vocali alterate che fino ad ora avevo sentito solo nel tedesco altoatesino di quella befana separatista di Eva Klotz. L’ho sentito dalla bocca di gente simpatica, ospitale, calorosa, e perciò ne ho un pregiudizio positivo e adesso lo adoro.