Il mio bisnonno avrebbe voluto un funerale col tiro a quattro, perciò quando morì ricordo questo “problema del tiro a quattro”, col morto steso sul letto e il giro di telefonate per cercare un’impresa di pompe funebri che ancora offrisse tale pacchianata. Finì con un’alzata di spalle e un funerale normale, senza carrozza e senza necessità di dover seguire il feretro scansando la merda dei cavalli. Tanto è morto, lui non lo sa, dissero i parenti.
Mio nonno e mia nonna materni sono sepolti in due cimiteri diversi. Lui a Poggioreale, lei nella cappella di famiglia ad Arzano. Volevano essere sepolti insieme, ma ognuno dei due indicò un cimitero diverso, e ora giacciono separati in un eterno ma provvisorio riposo, in  attesa che la parte ancora vivente della famiglia sciolga la riserva, decida chi scontentare della defunta coppia e dare il via al trasferimento della salma ormai non più in grado di recalcitrare.
L’altra mia nonna, quella paterna, avrebbe desiderato la sepoltura definitiva, decisamente atipica nella tradizione funeraria meridionale che, archiviati i tempi della famosa scolatura del cadavere, prevede ancora oggi la cosiddetta doppia sepoltura (inumazione con successiva esumazione, pulitura delle ossa e sistemazione di queste in un loculo) oppure, per evitare troppe complicazioni, la tumulazione direttamente in loculo. Avrebbe desiderato anche essere sepolta con gli abiti indossati al momento della morte, fossero stati pure il pigiama, e un funerale religioso solo per i familiari. Lo so perché da ormai parecchi anni lasciava strategicamente  tra le sue cose dei biglietti con disposizioni precise per funerale e sepoltura. Ognuno di quei biglietti cominciava con “per la mia morte…”, ed ebbe modo di scriverne parecchi, perché iniziò a compilarli verso i sessant’anni ed è morta alla bellezza di novantotto anni. Si è beccata invece da fresca morta il supplizio della vestitura della salma, una cerimonia funebre più partecipata dei matrimoni dei suoi nipoti e, manco a dirlo, l’inumazione a cui tra qualche anno seguirà l’esumazione e la pulitura delle ossa. Quindi rito e sepoltura completamente diversi da quelli che per quarant’anni aveva diligentemente pianificato.
Della mia opinione su cosa fare del mio corpo, mia madre non ha mai voluto sentir parlare. Dice che l’ordine naturale delle cose prevede che non sarà lei a doversi occupare delle mie spoglie mortali. Eppure io ho disposizioni precise da dare, perché potrei crepare da un momento all’altro e in tal caso vorrei andarmene con discrezione, lasciando dietro di me il minor numero possibile di rotture di cazzo, al contrario dei miei avi coi loro capricci funebri. Mia madre ha sempre respinto ogni mio accenno alla cosa, ma lo sa bene cosa voglio: che si trovi il modo più pratico ed economico per sbarazzarsi della mia carcassa, qualunque esso sia, e morta lì (è proprio il caso di dirlo). L’unico vezzo post mortem che mi concedo, e che suppongo non debba comportare complicazione alcuna, è che la mia salma non venga utilizzata per carnevalate e aspersioni di risorse idriche che, per quanto benedette, mi farebbero girare i coglioni morto e buono. Niente funerale religioso, insomma, in linea con la distanza che da vivo ho messo tra me e la religione. Lo lascio scritto qui sul blog, va’, ci siete voi per testimoni, ché della mia famiglia non mi fido, visti i precedenti.
E se proprio devo esprimere un desiderio preciso, complicato e, se vogliamo, eccentrico, per rendere il mio riposo eterno un po’ più coerente con il mio passaggio terreno, un’anima buona potrebbe sfondare di lato la mia tomba e sistemarci dentro la casa di un gatto, come questa tomba che ho visto sabato scorso al cimitero di Montmartre a Parigi. Allora sì che fusa feline mi  renderebbero lieve la terra.

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