Ieri notte, in un lounge bar francofortese, due lesbiche al tavolino accanto sorseggiavano cappuccini accompagnati da biscotti. Una scena non del tutto inusuale in Germania che ha generato una discussione sulle diverse culture del caffé in Italia e nel resto d’Europa, e che mi ha ricordato una barista napoletana di via Scarlatti che reagì con divertito sbigottimento all’accoppiata del mio essere evidentemente napoletano e l’aver ordinato un “caffé americano” (mi chiese perfino se fossi sicuro di voler ordinare esattamente “quella cosa là”).
Sono molto affezionato al metodo italiano, nessuno mi vedrà mai bere un cappuccino in orari non previsti dalla tabella del caffé italica. Se però vedo qualcuno farlo, mi limito a chiedermi dove sia il gusto senza rompere i coglioni con la supponenza tipicamente italiana riguardo a caffé e alimentazione. Oddio, qualche volta in verità lo faccio, ma tra amici e per divertimento.
Detto questo, vorrei segnalare un post di Lee Marshall sull’argomento. Scrive: “In Italia credo che sia scritto nella costituzione che puoi entrare in un bar e avere il caffè servito al banco nell’arco di massimo sessanta secondi”. Ebbene, la possibilità di avere un espresso senza perdere tempo non solo è una delle cose che mi mancano di più in Germania, ma genera anche curiosi equivoci quando mi capita di portare stranieri, soprattutto tedeschi, in giro per Napoli. Io dico “prendiamoci un caffè”, e intendo esattamente quella cosa: entrare in un bar, ordinare un caffé, berlo al banco e pagare, il tutto risolto nel giro di due minuti. Puntualmente lo straniero capisce: “Sediamoci in un caffé e interrompiamo la visita alla città per almeno quaranta minuti”. Nel contesto napoletano davo così per scontato il mio significato che ci ho messo anni a capire perché la proposta di un caffé incontrasse così facilmente resistenze.