More about I giorni dell'abbandono

È stato il primo e per ora unico romanzo che ho letto di Elena Ferrante, autrice di cui non avevo mai approfondito neanche minimamente la biografia. Infatti ho appreso solo a lettura finita che Ferrante non esiste, o almeno così pare, e che dietro questo pseudonimo si nasconde una persona già nota in ambito letterario. Si dice che possano essere il critico Goffredo Fofi o lo scrittore napoletano Domenico Starnone, nel qual caso non sarei affatto sorpreso, perché scegliersi un alter ego del sesso opposto è tutt’altro che una novità nella storia degli pseudonimi letterari, ma anche perché uno dei pensieri che ha accompagnato la mia lettura dei Giorni dell’abbandono è stato una specie di inconsapevole anticipazione di questa scoperta: la scrittura mi è parsa subito poco femminile, con la sua lucida e cruda analisi logica della disperazione sembra più quella di un uomo che conosce bene l’animo delle donne, e ho apprezzato questa capacità mentre credevo questo romanzo opera di una Ferrante in carne e ossa (ma l’apprezzamento potrebbe essere ancora valido, perché per ora nulla nega ufficialmente che dietro lo pseudonimo si nasconda una donna, o che Elena Ferrante esista davvero e per ragioni sue non si manifesti al pubblico).

L’io narrante è Olga, abbandonata improvvisamente dal marito Mario che dichiara “un vuoto di senso” e, senza che nulla lo facesse presagire, lascia lei, la casa e i due figli ancora piccoli. La narrazione scorre quindi scandita dalle varie fasi di elaborazione del lutto, cominciando da una breve negazione e soffermandosi ovviamente di più sulla fase della rabbia, che in Olga si manifesta con indifferenza o addirittura insofferenza per tutte le sue responsabilità quotidiane, compresi i propri doveri di madre che vive come fastidiosi satelliti attorno a un ombelico impegnato a scivolare verso la negazione di sé. Al lungo attraversamento del dolore di Olga non manca niente di ciò che caratterizza un abbandono del genere, sia riguardo agli stati d’animo (la ferita narcisistica, il distaccamento dalla realtà, i momenti di perdita di controllo), sia riguardo ai rapporti con gli altri (gli amici che mentono credendo di fare del bene, le persone – figli compresi – ridimensionate ad elementi di disturbo di un intero universo compresso improvvisamente in una sfera di dolore). La storia dispone anche di un elemento per così dire salvifico, il vicino di casa Carrano, unico rimasto nel condominio svuotato dalle vacanze di agosto, che dapprima viene usato (per non dire abusato) in malo modo da una Olga ormai lasciata a ruota libera nella sua follia del “non ho più niente da perdere”, ma poi, dopo che lei sarà riuscita a vederlo senza il filtro della sua disperazione, diventerà protagonista della fase di accettazione. Proprio in quella fase, quando ormai il peggio è passato, un dialogo tra Olga e Mario stabilisce definitamente per lei la riappropriazione di sé, riassegnandole innanzitutto la dignità del proprio dolore, e conferendo a lei e solo a lei la legittimità di parole come “un vuoto di senso”, cosa che Mario invece, pur avendo coniato l’espressione, ha solo visto dall’alto, per poi averne paura. «Tu no, tu non lo sai. Tu al massimo hai lanciato uno sguardo di sotto, ti sei spaventato e hai turato la falla col corpo di Carla».

Chiunque, da innamorato (perché Olga è ancora innamorata del marito), abbia vissuto un abbandono vi rivedrà tutte le fasi del lutto, una per una, descritte e analizzate come tappe obbligate, con gli stessi meccanismi e le stesse conseguenze. In più, quando Olga scopre il tradimento dietro l’abbandono di Mario (ecco cos’era il “vuoto di senso”), vi si rivive l’ossessione dolorosa e quasi folle di avere sempre davanti agli occhi l’immagine della persona amata che fa sesso con l’estraneo, l’intruso che ha avuto accesso a quanto di più intimo ed esclusivo ha caratterizzato la coppia.
Vi si riconosce anche la posizione opposta, quella di chi si reinventa la separazione interpretandola come un conflitto alla pari, cucendone addosso all’altra parte un ruolo complementare, accessorio e funzionale al proprio distacco, cosa che non è. La verità è che tutto quello che Olga desidera è capire, mentre tutto quello che Mario percepisce è un’intrusione illegittima nella nuova vita che sta costruendo insieme a Carla, una gnocca che per l’anagrafe potrebbe essergli figlia.

Chi invece non ha mai subito tale abbandono troverà la storia surreale e crederà eccessivo, per non dire da ricovero coatto in neurologia, il triste e disperato viaggio di Olga nell’automortificazione e nel distacco dalla realtà. Sono più o meno le stesse persone che consoleranno un amico nella posizione di Olga con il consueto “passerà”, senza capire che il problema è proprio quello: passerà. Il dolore, che altro non è che la conferma dell’amore provato, e a cui paradossalmente ci si aggrappa come all’ultima emanazione della coppia morente, toglierà le tende a poco a poco e si porterà via anche molte cose importanti, ma purtroppo è difficile comprendere che questa prospettiva, per quanto ottimistica, non interessa affatto alla persona che soffre per l’abbandono. Olga non vuole alternative al dolore, vuole solo Mario, e in quel momento può averlo solo sottoforma di dolore.
È un merito che riconosco a questo romanzo: aver analizzato e raccontato dal punto di vista interno uno stato d’animo che da fuori, ma a volte anche a posteriori da chi lo ha provato in prima persona, viene percepito come un patetico insieme di debolezze.
Lo fa però con uno stile narrativo alterno, che racconta magistralmente i momenti più bui del lutto, ma che diventa un po’ troppo frettoloso nel finale.

La citazione:

“Che complicato schiumoso miscuglio è una coppia. Sebbene la relazione si sfrangi e poi cessi, essa continua ad agire per vie segrete, non muore, non vuole morire”.

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