A Santiago volgiamo le spalle alle reliquie di San Giacomo Apostolo e inauguriamo una nuova versione light del celebre Cammino: al contrario e in auto, affrontando immediatamente un amletico conflitto tra navigatore satellitare, segnaletica stradale e percorso stampato da Google Maps: ognuno dei tre dice una cosa diversa. Con verifiche a posteriori si è realizzato che il percorso di Google Maps era quello più ovvio e breve, ma al momento ci si affida alla segnaletica stradale e prendiamo l’autostrada A54 “per Oviedo”, che però non porta a Oviedo, bensì finisce qualcosa come cinque chilometri dopo Santiago e ci lascia su strade provinciali in balia di questi cartelli “per Oviedo” che ti rincuorano, sì, ma mitigano a stento l’inquietudine del Tom Tom che rompe i coglioni con la petulante richiesta di fare inversione dove consentito. Finché, rientrando nel percorso di Google Maps che era l’unico ad avere ragione, imbocchiamo la A8, l’Autovia del Cantabrico, che è modernissima ma deserta. Tale desolazione feriale su un’autostrada coi controfiocchi rende ben chiaro il concetto di cui avevo avuto vaghe intuizioni in altri angoli della penisola iberica: gli spagnoli adorano dotarsi di infrastrutture ipergalattiche anche quando non servono a una beneamata minchia, per poi tenersele sottoutilizzate. Avranno costruito questa spettacolare autostrada per strappare i turisti automuniti come noi dalle strade provinciali interne e permettergli di macinare chilometri e chilometri godendo di vista mozzafiato sulla costa atlantica del Golfo di Biscaglia, ne sono certo.
E a proposito di infrastrutture ipergalattiche: voialtri che vi lamentate del ponte che Calatrava ha costruito a Venezia, guardate un po’ lo stesso genio di architetto cosa ha avuto il coraggio di costruire a Oviedo. La quintessenza dell’orrore fattasi edificio, un mastodontico cyber-rospo bianco eretto come una raccapricciante cattedrale postmoderna nel bel mezzo di una zona residenziale. Il “Palacio de Exposiciones y Congresos”, che ospita anche l’Ayre Hotel, visto da vicino fa così a cazzotti con tutto ciò che lo circonda che ti rammarichi di non aver messo in valigia anche quattro cariche di tritolo. Ci si può sottrarre al fascino di una costruzione così imbarazzante? No, e infatti in fase di programmazione del viaggio non ho voluto sentire ragioni: io devo capire, devo pernottare in questa roba qua. E là pernottiamo, scoprendo tra l’altro che dietro il bancone della reception lavorano gli unici due esseri umani del nordovest iberico in grado di parlare in inglese, così mi libero per un po’ dall’incombenza di esprimermi in quel miscuglio di italiano, spagnolo e coreografiche gesticolazioni che mi ha fatto sentire un idiota per un’intera settimana.
Oviedo conta poco più di duecentomila anime ma ha un aspetto così metropolitano che sembra di essere in una città da un milione di abitanti: strade larghissime, traffico frenetico e incolonnamenti, edifici residenziali alti come torri, rotonde enormi circondate da imponenti palazzi di uffici. Ma ciò che colpisce di più è l’atmosfera piacevolmente borghese: l’attenzione spagnola per decoro e pulizia urbani qui è esercitata con grande cura, la gente sembra molto più in forma e ben vestita, c’è verde a profusione in tutta la città.
Mi sono innamorato un po’ del piccolo centro storico di Oviedo, che è stato descritto da Woody Allen come uscito da una fiaba e non si può non dargli ragione. Case antiche di colori pastello si alternano a palazzetti rinascimentali e architetture romaniche e gotiche, tra cui spicca la Cattedrale di San Salvador. Anche qui, come a Santiago, si comprendono le dinamiche per cui, nonostante il record europeo di disoccupazione, nonostante la prospettiva di dover presto assaltare una banca insieme a una folla inferocita per riappropriarti del tuo legittimo contante, la vita ti appare dolce e piacevole per tutto il bello che ti circonda e senti interamente il privilegio di vivere lì dove i re asturiani impressero il loro nome nello stile architettonico.
Appena fuori Oviedo visitiamo i monumentos prerromanicos, le due chiesette asturiane (o ramirensi, come dicono gli spagnoli) di San Miguel del Lillo e Santa Maria del Naranco, quest’ultima nata come residenza e edificio conciliare di Ramiro I delle Asturie. Il flemmatico signore che fa da guida ovviamente non proferisce verbo alcuno in inglese, ma parla uno spagnolo così lento e cadenzato che ho capito quasi tutto, o almeno spero. Certe sciure francesi incartapecorite che erano nel gruppo invece non hanno capito un emerito cazzo, e siccome una di loro masticava un po’ di tedesco mi è toccato tradurre tutto, compreso quello che io stesso non ero sicuro di aver capito bene (la cariatide annuiva, ma il suo tedesco faceva troppo pena: mi sa che le sciure sono tornate a Tolosa convinte di aver visitato dei padiglioni barocchi dei Borboni).
Nonostante l’incanto delle chiesette preromaniche, della maestosa cattedrale gotica e del bellissimo centro storico, nonostante possa dire che Oviedo è una bellissima città, alla fine di tutto il viaggio è quella che meno mi fa sentire il suo richiamo per un ritorno appena possibile. Sarà per i prezzi, perché cenare fuori a Oviedo è forse l’unico vero motivo per andare ad assaltare una banca in Spagna, e quindi ‘sta fabada asturiana bisogna andarsela a cercare in qualche trattoria periferica, o sarà per quell’aria nel contempo metropolitana e borghese che mi fa pensare che a Oviedo ci vivrei proprio volentieri ma da turista una volta mi è bastata.

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