Qui in Germania pare che non muoia mai nessuno. Non vedo mai carri e manifesti funebri, non mi capita mai di vedere una bara portata via da una casa. Si muore con estrema discrezione, quasi come se non si volesse disturbare il resto dell’umanità imponendosi come promemoria di questo appuntamento inevitabile.
Non ho idea di come si svolga un funerale qui, non so chi sia ammesso alla visita di condoglianze e se il galateo di questa usanza sia diverso da quello italiano. L’unica informazione di cui dispongo è che i tedeschi, per la sepoltura, se la prendono con comodo e la salma rimane nella camera ardente anche fino a cinque giorni.
Un’altra informazione l’ho appresa questa settimana: la legge non prevede permessi retribuiti al lavoro per la morte dei nonni, bisogna usare le normali ferie, che ovviamente si concordano col datore di lavoro (d’accordo, nessun datore di lavoro si opporrebbe, ma ha comunque il potere di farlo), mentre permessi retribuiti sono garantiti per un trasloco. Lo dico sempre: la terapia d’urto tedesca mi ha riconciliato con alcuni aspetti della società italiana che non mi piacevano, e questa è la volta del familismo.

Il culto della morte a Napoli e nel sud Italia invece è plateale come qualsiasi altra cosa: cortei funebri che bloccano la viabilità, manifesti che annunciano pubblicamente dati anagrafici ed eventuali soprannomi del defunto, la casa del morto che diventa teatro di un viavai incessante di gente che reca condoglianze e cibo, caffé e zucchero, e non solo tra la morte e la sepoltura, ma anche nei giorni a seguire finché il fenomeno, riducendosi con lentezza, non si esaurisce spontaneamente.

Preferisco il metodo napoletano, benché esso dipenda comunque da convenzioni non sempre sentite, e benché io detesti tutti gli altri casi in cui la napoletanità è plateale, esibizionista e traseticcia. Lo preferisco non perché voglia stabilire cosa rende la vita più interessante, ma perché nella mia personale visione delle cose è resa tale dall’inserimento disinvolto della morte tra le convenzioni e i rituali o, se vogliamo, da una sorta di normalizzazione della morte.
Ritengo che i morti non appartengano più a sé stessi, ma a tutti quelli che rimangono. Anzi forse sono il bene più prezioso, uno dei pochi che sia giusto mostrare, perché il dolore di una perdita è la manifestazione di una storia che si imprime in un’altra storia e diventa potenzialmente infinita e immortale. È non c’è niente di più bello.