Nel giro di pochi giorni incappo in svariati tedeschi della mia età che, da atei, osservano la quaresima rinunciando a qualcosa o a più cose insieme: alcol, sigarette, dolciumi. Al mio “perché?” non sanno rispondere, visto che non possono giustificare la cosa con la religione. Ne fanno una questione di tradizione e di “beneficio” della rinuncia, una sorta di autodisciplina. Chiedo quale sarebbe questo beneficio, e non metto in dubbio che ce ne sia uno, ma io non lo so neanche immaginare, e loro non me lo sanno spiegare. Intendiamoci: rinunciare a alcol, sigarette e dolciumi fa sempre bene, ma qui l’intento è di osservare il precetto di una religione che non è la propria, per motivi che non si sanno spiegare, e per poi tornare a fare il solito abuso dopo i famosi quaranta giorni. Il motivo mi sfugge.
Di gente che osserva la quaresima in Italia facendo rinunce ne conosco a decine, ma lo fanno per l’osservanza consapevole di un precetto religioso, di una religione che si segue. “È sempre bene rinunciare a qualcosa” non è un motivo, perché non mi si riesce a spiegare in che modo la rinuncia deliberata possa apportare benefici, o comunque benefici maggiori di un uso moderato per tutto l’anno invece dell’abuso nei restanti 325 giorni.
Fremi per trenta giorni perché vuoi fumarti una sigaretta, ti pregusti la sigaretta che ti accenderai tra dieci giorni, e nel frattempo muori stecchito nel cesso con l’asciugacapelli in mano e i piedi nell’acqua. Il tuo ultimo pensiero sarà per la sigaretta che non hai potuto fumare, e sul rapporto angosciante tra brevità dell’esistenza umana e l’utilità di certe stronzate. L’autodisciplina a tempo determinato a trentacinque anni a cosa dovrebbe educare? A sopravvivere in eventuali tempi di vacche magre? Ne deduco che, se un giorno non potessi più permettermi sigarette e una birretta nel fine settimana, morirò di angoscia e inedia perché non ho voluto autoeducarmi alla rinuncia in questi quaranta giorni. Ammazza, oh, non fa una piega.