Venerdì sera ho preso un caotico e malfunzionante treno ICE per Monaco che in futuro utilizzerò come materiale retorico contro coloro che usano riferirsi alle ferrovie tedesche come esempio di efficienza. Siamo ben lontani dalle inefficienze italiane, sia ben chiaro, ma con quello che costa mettere il piede su un qualsiasi mezzo di trasporto tedesco, i disservizi (frequenti, molto più frequenti di quanto si possa credere) hanno un’impatto più incisivo sul proprio apparato digerente, con conseguenze su fegato, bile e tutto quanto.
Ma va be’, se non per altro, il viaggio è stato interessante per una conversazione con un giovane turco, immigrato di seconda generazione che, preso atto dell’assurda e inaspettata fatalità del non poter discutere con me di calcio a dispetto della mia cittadinanza italiana, faceva immani e lodevoli sforzi per essere friendly sull’argomento omosessualità, venuto fuori dopo avermi chiesto se sono sposato. Trovava un po’ difficile comprendere che non tutti i genitori sviluppano considerazioni negative o pensieri omicidi verso figli dichiaratamente omosessuali, e quindi abbiamo dovuto lavorare sulla sua incredulità riguardo al fatto che i miei, laggiù a Napoli, sono al corrente della cosa e felici di sapermi felice senza che la sessualità influsca su questa dinamica. Era sorpreso soprattutto dal rapporto positivo di mio padre con la mia omosessualità, siccome la cosa contrastava con ogni idea di preservazione generazionale della virilità dal punto di vista di un turco nato in Germania.
I turchi nati in Germania hanno in comune con gli italiani nati in Germania un’idea della patria originaria cristallizzata nella cultura del tempo in cui i loro genitori hanno lasciato i rispettivi paesi. Per questo motivo i turchi tedeschi, avendo più contatti con italiani nati qui che con italiani expat, credono che l’Italia sia culturalmente una Turchia in versione cristiana. La qual cosa potrebbe anche essere vera per certi aspetti, ma il fatto è che il turco tedesco medio dà per scontato di convenire con me, expat italiano, su familismo e machismo in una sorta di coalizione italoturca opposta al decadimento morale della società tedesca. Mi è capitato più di una volta, e ogni volta ho trovato faticoso nascondere il giramento di coglioni dietro un siparietto di diplomazia.
Già che sono in argomento, spendo due parole per gli immigrati italiani di seconda generazione per dire che quelli in Germania, rispetto a quelli in altri paesi, mi sono sembrati i più radicati su una cultura italiana antiquata. Faccio un’ipotesi: suppongo che ciò sia dovuto al fatto che la Germania è il paese al mondo con il più alto numero di italiani residenti (più di mezzo milione, se ricordo bene), i quali hanno quindi interazioni più articolate tra di loro e più possibilità di isolare e conservare in una grande bolla aspetti culturali che la madrepatria si è lasciata alle spalle, mentre in altri paesi sono quasi costretti a deporre la cultura di origine e assorbire interamente quella locale. Ma la mia è solo un’ipotesi.
Gli italiani di Germania, pur essendo bene integrati, sviluppano un orgoglio dell’italianità e un nazionalismo che gli italiani d’Italia non hanno, e godono di un sistema culturale italiota che esalta cose che in Italia sono considerate folclore patetico dai più. Gigi D’alessio, per dire, tra gli italiani di Germania è una divinità, e inoltre ci sono cantanti neomelodici nati e cresciuti in Germania, che incidono e si esibiscono per il pubblico italiano locale.
Io però devo ammettere di non riuscire a considerarli completamente parte della cultura da cui provengo. Molti di loro parlano tedesco come madrelingua e un italiano stentato o solo il dialetto italiano di origine dei loro genitori, altri addirittura parlano solo tedesco, nonostante la forza e l’orgoglio con cui si dichiarano italiani, ma la questione non è linguistica, non potrebbe esserlo, visto che anche in Italia ci sono italiani di altre lingue: la questione è che quasi tutti loro non godono di alcuna forma di partecipazione alla società italiana, se non per l’invito a recarsi in consolato per votare ogni volta che ci sono le elezioni in Italia (ma loro neanche ci vanno). La loro italianità, per quanto amata e oggetto di orgoglio, si risolve in quella bolla culturale, nella quale non trovano spazio la politica e la cultura dell’Italia posteriore al giorno di emigrazione dei loro genitori. Lecito, lecitissimo, ci mancherebbe altro, soprattutto per quelli come me che prendono con le pinze i concetti di cittadinanza e nazionalismo e, intendiamoci, non vogliono togliere a questa gente il diritto di sentirsi italiani né si sentono di fronte all’usurpazione di una cittadinanza riservata agli eletti nati e cresciuti entro determinati confini politici. Solo che a me viene da sorridere quando mi trovo di fronte a un orgoglio oltremisura di essere italiani e vedo di italiano solamente il rimasuglio di uno stile di vita sopravvissuto nelle relazioni familiari, nelle abitudini alimentari e nella morale di decenni fa. Per loro l’Italia, rielaborata e idealizzata in una sorta di Shangri-la, non è altro che uno strumento di affermazione identitaria di cui però sanno ben poco, ignorandone i fattori che fanno di un popolo una società, dalle icone televisive a personaggi importanti della vita politica, passando per la cronaca e la letteratura. Non credo esista qualcuno in Italia che non abbia mai sentito parlare di Pippo Baudo, Roberto Saviano, Bruno Vespa, Maurizio Costanzo, Falcone e Borsellino, Rita Levi Montalcini e mettiamoci anche Anna Maria Franzoni e Michele Misseri, mentre gli italiani di Germania non hanno idea di chi siano costoro. Per carità, non sapere chi siano Vespa e Costanzo è davvero l’ultimo demerito attribuibile a un essere umano, anzi è una condizione invidiabile, ma denota anche una totale assenza di partecipazione alla società italiana, o almeno non superiore a quella di un qualsiasi straniero, la qual cosa, in coppia con un così forte orgoglio di essere italiani, appare illogica, per non dire tristanzuola.
Un expat turco conosciuto di recente, nato e cresciuto ad Ankara e da poco trasferitosi a Francoforte, mi ha confermato di avere le stesse impressioni sugli emigrati turchi di seconda generazione in Germania. Perciò nessuna meraviglia se un turco nato qui crede di poter trovare in me un alleato nella conservazione di valori etici e morali che io invece ascrivo alla preistoria.