Tra tre mesi festeggio quattro anni di residenza francofortese che, sommati al mio anno berlinese, fanno cinque anni della mia vita in Germania.
Trenta a Napoli e cinque in Germania.
Sono integrato? Ma sì, via, mi considero tale, linguisticamente e culturalmente, anche se cerco di non lasciarmi scivolare dalle dita il modo di essere e lo stile di vita di napoletano. All’inizio è stata dura, per ben due anni ho patito una grave insofferenza per certe differenze culturali enormi, soprattutto sui famosi rapporti umani la cui rigidità viene continuamente rinfacciata a ‘sti poveri tedeschi da tutto il resto del mondo, esclusi i Giapponesi. Tutto sta nel riuscire a vedere oltre le loro spalle quadrate e scorgere quell’umanità che non possono non avere, ma che rimane inizialmente inesplorata perché l’attenzione è tutta attratta da, appunto, una gestione dei rapporti interpersonali quasi matematica. Ci si fa l’abitudine, si inserisce questo particolare in un’ottica più ampia e si capisce che non può non essere così, perché se la società tedesca funziona più decentemente di quella italiana, lo si deve anche a quei dettagli apparentemente sgradevoli. Capovolgendo il quadro, si potrebbe dire la stessa cosa dei napoletani, che mi apparirebbero del tutto snaturati se curati da certi aspetti fastidiosi, per non dire insopportabili della loro cultura. Diceva il Sassaroli: chi si prende Donatella, deve per forza prendersi tutto il blocco. I tedeschi sono Donatella, ecco, e io mi sono preso tutto il blocco con la convinzione che la società tedesca fa un po’ cacare, sì, ma sulla faccia della terra non ne conosco di migliori, italiana compresa.
E poi, una volta conquistata l’agognata confidenza, i tedeschi ti fanno anche tenerezza quando scopri che dietro quella supponenza, quel credere di vivere nella migliore società possibile, quel disprezzare le popolazioni mediterranee o commentarne società e politica alludendo velatamente a pseudocavernicoli, dietro tutto questo c’è poca autostima collettiva e una malinconica consapevolezza di non essere particolarmente apprezzati dal resto del mondo, almeno per quanto riguarda stile di vita e socialità.
Insomma, uno è soddisfatto del traguardo raggiunto, dal sentirsi integrato e a casa in una città, Francoforte, che scoraggerebbe i più ottimisti, al punto da considerare con estremo orrore ogni ipotesi di ritorno in patria. Pensa: io in fondo a ‘sti tedeschi ci voglio un bel po’ di bene.
E poi inesorabile arriva il colpo micidiale, la cosa a cui non riesci e non riuscirai mai ad abituarti, l’aspetto culturale che rimane tra quei pochi gradini su cui devi ancora arrampicarti per considerarti integrato al cento per cento, e che ogni volta che arriva lo attenui tornando a spulciare nostalgicamente le inserzioni di lavoro in Italia.
Arriva l’invito a cena alle 18:00. Di sabato.