“Sapevamo che la sola durevole felicità che ci è concessa è la morte, ma se ne è fatto un tale parlare che ora la detestiamo”, è scritto nel libro che leggo oggi andando al lavoro in treno. Ormai, sulla S-Bahn di Francoforte, a leggere su carta siamo rimasti solo io e le donne delle pulizie, che vanno al lavoro consumando thriller in edizioni da supermercato che poi finiranno su un marciapiede in uno scatolone con su scritto “chi li vuole li prenda”. Mai oserò condannare kindle e gli altri lettori elettronici, per carità, anzi probabilmente un giorno non molto lontano me ne procurerò uno anche io e avrò la mia brava libreria virtuale da asporto, ma per ora il libro tradizionale mi occorre anche in quanto complemento d’arredo, difficile da spolverare, questo sì, ma insostituibile se uno ha scelto in tempi non sospetti di dotare il suo soggiorno di una discreta metratura quadra di ripiani orizzontali che non è disposto a occupare con foto di famiglia o porcellane di Capodimonte. Ma veniamo al dunque: sapevamo che la sola durevole felicità è la morte, e me lo ricorda non solo Flaiano, ma l’umanità francofortese che si sposta sulla S8 o sulla S9 in direzione Wiesbaden, e che si riversa fantozzianamente giù per le scale della stazione di Niederrad intasandosi poi in attesa del bus che, una fermata dopo, la vomiterà nella bürostadt. È divertente. Ci riconosco colleghi, ci riconosco volti visti su quel famoso social network frocio (quando hanno il coraggio di metterci il volto), ci riconosco persone associabili contemporaneamente a entrambi gli ambiti appena citati. Stamattina, mentre Flaiano metteva definitivamente un macigno su tutte le mie recenti speculazioni sulla durata della felicità, ho visto nel mio vagone quello a cui su Facebook piacciono “uomini e donne” e su quel famoso social network frocio si dichiara passivo, perché sì, in fondo la felicità del momento è anche menarla e menarsela sulla compatibilità tra la tendenza eterosessuale, pur nell’ambito della bisessualità, e la brama di prenderlo su per il culo, legittima senza dubbio, ma qui non si vuole demonizzare la sodomia, si vuole stigmatizzare l’ipocrisia quando assume le fattezze dell’idiozia. Un giorno saremo felici per l’eternità, io e questo bisessuale de noantri in ambiente pubblico e traforo del Frejus in ambienti più riservati, ma non lo sappiamo perché parliamo spesso di morte, io fotografando cimiteri e ricostruendo storie che furono, lui citando letteratura horror per adolescenti che amano esercitarsi sui giri di basso di qualche pezzo degli Slayer. E parlando di morte alla fine ce ne siamo spaventati. E ora la detestiamo. Ed è un peccato, perché convincendoci di questa felicità eterna che prima o poi comincerà, e cazzo se comincerà, potremmo goderci la contraddizione di essere felici anche qui e ora, anticiparne l’inizio fino a coprire questa snervante sequela di brevi momenti di felicità che vengono archiviati come accidenti nel momento stesso in cui finiscono. Potremmo essere perfino amici, pensa te, ché potendo rilassarsi e contare su una felicità eterna non resta più vocazione a sentirsi stomacati dalle piccinerie, dall’ipocrisia, dalla menzogna.

Annunci