C’era una volta a Napoli, e c’è ancora, il culto delle anime pezzentelle. Le anime dei poveri che non potevano permettersi una sepoltura, le anime dei trecentomila morti della peste del 1656, e poi delle epidemie successive.
Accatastate negli ipogei delle vecchie chiese del centro storico, nelle cave di tufo, nelle grotte, le ossa delle anime pezzentelle riversavano nella vita terrena tutto quello che che si trova al di là dell’esperienza sensibile, confondendolo con la tradizione cristiana o, meglio, costringendo il cristianesimo a venire a patti con il fortissimo culto dei morti della società napoletana.
Le donne del popolo adottavano una capuzzella, un teschio, ne avevano cura, vi scrivevano sopra preghiere e richieste, le affidavano il benessere dei figli, e chiedevano sogni da poter interpretare secondo la smorfia napoletana, così da avere numeri da giocare al lotto. Ma non solo questo. Le fattucchiare trafugavano quei resti, che erano mezzi e ingredienti indispensabili per riti magici, pozioni e benedizioni. Andavano a ruba i femori, con i quali la fattucchiara imponeva alla donna sterile di masturbarsi così da potersi assicurare la fecondità. Ossa polverizzate nel vino da far bere ai mariti infedeli, intrugli e decotti di resti mortali, teschi e mani protagonisti di riti officiati sotto la croce del dio cristiano.
Il quartiere napoletano della Sanità deve il suo nome proprio a questa tradizione necrofila. Lì, ai piedi della collina di Capodimonte, abbondavano le cave di tufo che avevano fornito materiale per la costruzione della città, e lì venivano stipate le anime pezzentelle, e poi ricoperte di terra, e poi di altre anime pezzentelle. Fino alla leggendaria alluvione, il cui smottamento fece riversare per le strade del quartiere centinaia e centinaia di cadaveri, poi ricomposti con ordine in quello che ora è famoso come cimitero delle Fontanelle, esistente fin dal 1600.
L’ipogeo più celebre è quello della chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, nel cuore della città antica, chiuso nel 1969 insieme a tutti gli ipogei delle chiese di Napoli per ordine del vescovo, che voleva ostacolare l’imponente tradizione necromantica delle donne del popolo napoletano (ma anche dei femminielli, va ricordato). Da allora, ancora oggi, lumini, fiori, rosari e santini vengono lasciati sulle basse finestrelle della chiesa che portano luce nell’ipogeo, perché il culto delle anime pezzentelle non si è spento con la severità di un vescovo qualsiasi, e decine e decine di donne, dotate di smartphone e vestite da H&M, continuano a venerare da lontano, da dietro una grata, la capuzzella a cui si erano raccomandate le loro madri e le loro nonne.
Il cimitero delle Fontanelle è stato riaperto un paio di anni fa, su richiesta insistente degli abitanti della Sanità. Presidiato da custodi del Comune, sembra difficile immaginarlo tempio riscoperto di quel culto, eppure tra quelle ossa antiche, marce e ricoperte di polvere già abbondano santini e rosari tutt’altro che vecchi.
Ci sono stato oggi, avendone conferma che è tra i luoghi che mi fanno considerare Napoli una città speciale, e che me la fanno amare.
Ho fatto delle foto che possono essere viste in sequenza cliccando qui.