Della mia prima infanzia ricordo una vecchia chiesa buia, con secchi lungo la navata per raccogliere acqua piovana che scendeva giù dal tetto. Ricordo i quadri dei santi in quella chiesa, soprattutto uno di Santa Lucia che reggeva i suoi occhi su un vassoio di argento. Ricordo che esploravo la chiesa mentre mia nonna salmodiava il rosario nel buio insieme alle altre vecchie del quartiere, quella lagna infinita di cui non capivo l’utilità. E poi lei che mi stringeva il braccio con troppa forza mentre attraversavamo la strada uscendo da quella chiesa.
Ricordo il suo terrazzo con le piante di menta in grandi vasi, e le estati torride passate lì sopra da solo. Io e mia nonna da soli. In quasi ogni ricordo che ho di lei, eravamo io e lei da soli. Mi parlava molto, mi parlava  come a un adulto, usando parole napoletane antiche che non ho sentito mai più da nessun altro, e che ho conservato in un patrimonio personale che è fatto di queste cose qui, di parole.
Alla fine la morte di mia nonna è passata tra un mare di faccende e si è confusa nel caos di tante piccole cose. Non solo non ricordo più il giorno esatto in cui è morta, ma non riesco neanche a indicare il periodo con un’approssimazione decente, nonostante si tratti di poco tempo fa. Aprile? Maggio?
So che qualche tempo dopo sono sceso a Napoli per dei giorni di vacanza già programmati in precedenza, e mi sono ritrovato davanti alla sua tomba a riflettere su spazi e proporzioni, a immaginarmi il suo corpo rannicchiato in posizione fetale in quella fossa così piccola, senza alcuna emozione che possa essere ricondotta al dolore.
Mi sono detto che per qualcuno tanto anziano il lutto è qualcosa di così naturalmente atteso da poter essere elaborato con un breve pensiero, due parole di circostanza coi parenti e via. O forse era stato già elaborato negli ultimi anni, con lei ancora fisicamente in vita ma ormai persa in un’incoscienza senile tanto forte da tenerla fuori dal mondo che la circondava. Lo scorso Natale l’ho vista viva per l’ultima volta, seduta su un divano rosso da cui ormai raramente si alzava. Le dicevo “nonna sono io”, lei mi guardava un po’ incredula, rispondeva “eh”, e abbassava la testa.
Da piccolo mi facevo raccontare della guerra, dei bombardamenti del ’43, della miseria, delle vicende della nostra famiglia che lei conosceva nei dettagli fino a tre generazioni prima di lei. Tirava fuori una scatola delle scarpe in cui aveva centinaia di vecchie foto in bianco e nero di bisnonni, prozie e trisavoli che posavano seri, incazzati, senza sorridere. Ne elencava nomi e vincoli di parentela, uno per uno, ne raccontava le vicende, e io pensavo che con la morte della nonna prima o poi tutte quelle storie sarebbero andate giù  nella sua tomba e perse per sempre. E così è stato: è andata persa una saga familiare che non è mai stata scritta e che era troppo banale perché qualcuno, a parte mia nonna, si premurasse di tramandarla in qualche modo, fatta di contadini di quello che prima era l’entroterra napoletano e ora è periferia. Aprirei quella scatola delle scarpe e non saprei più chi era quella gente, non saprei i loro nomi, né su quale ramo del mio albero genealogico collocarli. Tutto quello che potrei fare è aprire quella scatola delle scarpe, metterci dentro una foto di mia nonna e rammaricarmi di conoscere solo la sua storia.
Ho dei ricordi di me e mia nonna da soli in cui mi immergo quando credo di non riuscire ad andare avanti. Un rifugio di comodo, inutile e forse anche vile, ma che dà un senso a tutto quello che non va. La forte nostalgia provocata da quei ricordi è una sorta di riscatto per il dolore che non ho provato quando è morta, e perfino per il dolore che invece ho provato in passato per mali che il tempo ha ridimensionato, quel dolore – scriveva Busi – che abbiamo creduto di soffrire e di cui non resta niente. Di mia nonna è rimasto il desiderio di quel suo affetto dimostrato senza abbracci, senza baci, ma con l’incoraggiamento a fare della propria vita una storia degna di essere raccontata.

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