Andavo al lavoro in bici a tutta velocità e ho spaventato un cane che pisciava, schizzandogli come una scheggia a pochi centimetri di distanza. Mi ha visto quasi piombare su di lui e ha fatto un’espressione terrorizzata.
Mi è venuto da sorridere. Non perché provassi piacere nell’averlo terrorizzato, ma perché nella sua espressione ho individuato l’innocenza della natura che deve fare i conti con gli imprevisti senza poterli razionalizzare. Mi sono chiesto cosa sia stato io per lui e mi è venuto da sorridere, pensando all’attrattiva di una condizione in cui i traumi, piccoli o grandi, possono condizionarti la vita solo inducendo l’istinto a cambiare qualche abitudine (pisciare un po’ più lontano dal ciglio della strada?) senza però assumere il compito di tormentarti per molto tempo.
Ho sorriso perché per un attimo mi è sembrata una condizione desiderabile, ma alla fine no, uno si affeziona anche all’idea di usare traumi, ansie e dolori come alibi per autosospendersi per un attimo dalla vita e prendersi una vacanza dalle responsabilità, piccole o grandi che siano. È triste e puerile, ma la forza di elaborare traumi non è sempre alla propria portata, almeno non subito, e lasciarsi andare ha il suo effetto consolatorio con una sorta di scollamento temporaneo dalla realtà. In ogni caso preferisco questo alla semplice soluzione di andare a pisciare un po’ più in là e dimenticarmi di essere vulnerabile fino all’arrivo della prossima bici che rischierà di travolgermi.
L’altro ieri c’è stato il gay pride a Berlino. Avrei voluto andarci, ma spostarsi su lunghe distanze all’ultimo minuto qui in Germania significa sborsare cifre che hanno ben poco di ragionevole, quindi pazienza e l’anno prossimo mi organizzo in tempo.
Oggi Francoforte è assolata e calda, quasi mediterranea. Sono sceso in strada per una sigaretta, in ascensore ho incontrato un collega francese di un altro ufficio. Gli ho chiesto come va. Cosa strana qui in Germania, dalla mia breve residenza a Londra ho ereditato il “come va?” automatico abbinato al saluto.
Ci ha pensato un po’, ha sorriso e ha detto “non bene, e a te?”. “Non bene anche a me” gli ho risposto, e ci siamo fatti una risata.