Mi si dice che visitare Napoli con me come guida sarebbe una figata assoluta, e devo ammettere che sì, lo sarebbe, a condizione di essere infaticabili camminatori. Ho sfiancato il tedesco e la giap facendoli trottare per vicoli e salite, eppure a loro ho risparmiato la Napoli che amo di più, quella della Sanità, di Sant’Antonio Abate, dei Quartieri Spagnoli, perché non avevano – e non gliene faccio certamente una colpa – gli strumenti intellettuali adatti a comprendere il bello di quei luoghi. Alla fine li ho portati per luoghi centrali, borghesi, relativamente puliti, quelli che alla giap sono sembrati l’Italia all’ennesima potenza, avendo cura di non farli avvicinare al degrado delle piccole cose, ai dettagli che fanno di Napoli la capitale dell’inciviltà. Se ne sono andati soddisfatti, convinti di aver visitato una bella città. Mi siano grati i napoletani tutti, perché ho faticato parecchio per fargliela piacere, e di questi tempi un turista che va via da Napoli soddisfatto ha un ché di miracoloso.
Stamattina ho rivisto lui, il collega tedesco, per il solito caffé, e mi ha confermato il suo entusiasmo, con tanto di voglia di tornare, soprattutto per un’altra cena di pesce da Corrado a via Foria: in tre abbiamo mangiato divinamente, in abbondanza e pagato solo 62 euro.
Sì, visitare Napoli con me sarebbe una figata assoluta, perché l’odio profondo che provo per le sue degenerazioni mi fa attaccare morbosamente ai suoi pregi nascosti, quelli che neanche la maggior parte dei napoletani stessi conosce, e so farne innamorare chi mi sta vicino.
Però non voglio tornare a vivere a Napoli. La amo così tanto da sapermene tenere alla larga, perché viverci sarebbe per me un’agonia insanabile. Come avere un’arto incancrenito che si sa non poter tornare ad essere vitale, e allora via, un taglio netto, e rimanere a consolarsi col fantasma dell’arto amputato, sentirlo prudere per un attimo, quando ci si sveglia di notte, prima di realizzarne l’assenza.
È doloroso, ogni volta che torno, constatare che Napoli va avanti senza di me, che tutto sommato si rinnova e cresce mentre io non sono lì, ma tra le prove di maturità che ho dato nella mia vita al primo posto ci metto questa: aver continuato ad amare qualcosa da cui mi sono sentito respinto.