È una delle frasi italiane necessarie per la sopravvivenza del turista giapponese in Italia.
Giuro.
La giap mi mostra divertita la sua guida turistica giapponese dell’Italia, con la classica appendice di frasi standard per la comunicazione essenziale: “quanto costa?”, “dov’è la stazione?” e appunto “mi scusi, credo che ci sia un errore nel conto”. Impossibile prendersela con l’editore giapponese proprio oggi che una conversazione in lingua straniera ai tavolini di un bar di Piazza Fuga ha generato un conto di sette euro per due espressi e un cappuccino. E per ironia della sorte proprio dopo che il tedesco aveva ragionato estasiato sull’esiguità del conto di Scaturchio di qualche ora prima: solo cinque euro e venti per una riccia, due babbà mignon e tre espressi. Ma lì avevo ordinato io con accento napoletano, e poi Scaturchio è Scaturchio.
Il caso – sempre sia lodato – oggi mi ha aiutato moltissimo nella gestione di questa incombenza nippogermanica piovutami a Napoli nell’incertezza totale. Ovunque andiamo è stato appena pulito, qualunque mezzo pubblico intendiamo prendere arriva in un attimo. Incredibilmente oggi a Napoli tutto è apparso alla massima efficienza per un puro caso. Apparso, solo apparso. Io conosco i disservizi che questa città dispensa a piene mani, ne ho subito conseguenze e arrabbiature, ma il collega crucco e la giap oggi hanno goduto di una Napoli stranamente funzionante a dovere. In certi momenti ho avuto come la sensazione di essere in una specie di Truman Show, dove ogni nostro movimento era preceduto dai preparativi di una troupe perché tutto filasse liscio.
Il crucco e la giap stasera sono andati a letto convinti di aver visitato una città moderna, pulita, efficiente, europea. Poveri illusi!
Sono fiero della giap. Ha imparato ad attraversare la strada a Napoli e ora si lancia con la sicumera di una napoletana verace. Ieri approcciava l’attraversamento stradale come si affronta un salto della morte, e arrivava dall’altra parte quasi sbiancata. Ora si lancia e arriva con l’espressione divertita. Ho saputo che entrambi hanno le loro rispettive patenti di guida con sé, quindi dopodomani li aspetta la prova finale: li metto a turno alla guida della mia macchina, anche solo per cento metri lungo via Foria, e vediamo di cosa sono capaci. Il tedesco ha detto che lui non potrebbe mai guidare a Napoli, la giap ha detto che non potrebbe mai guidare fuori dal Giappone. Vedremo.
Dalla terrazza del Castel dell’Ovo, Napoli è apparsa loro come una città meravigliosamente romantica. Si sono abbracciati, si sono baciati. A me è apparsa come il solito cadavere meraviglioso che puoi imbellettare, riempire di cerone, ma che non puoi baciare in fronte senza avvertire l’afrore della morte risalire dalle sue viscere. Vorrei morire qua a Napoli ma, appunto, solo morirci. Nel frattempo mi sorprendo per quanto amo e al contempo quanto odio questo cadavere. Dalla terrazza del Castel dell’Ovo la guardo, faccio spallucce e dico “ma vafancul…”
Domani li mando all’avventura da soli. Che il Caso li assista come ha splendidamente fatto oggi.

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