Quando vado al supermercato, quando faccio un acquisto online, quando prenoto un qualsiasi servizio faccio delle scelte, e sono ben consapevole che esse sono influenzate o guidate in qualche modo da tecniche decise a tavolino durante lunghi meeting nell’ufficio marketing di una multinazionale. La posizione dei prodotti sugli scaffali di Carrefour, il percorso obbligato di Ikea, la disposizione di ogni singolo pixel su una pagina di Amazon, sono tutte cose in cui nulla è lasciato al caso e tutto è studiato per invogliare me consumatore a spendere.
Questo vale per qualsiasi prodotto. Anche per Facebook e Google che, appunto, sono prodotti, almeno finché qualcuno non mi convincerà che dietro questi due colossi della rete c’è una pia opera di misericordia.
Non ho mai creduto alla parola gratis, figurarsi se pronunciata da due multinazionali come quelle, e il mio approccio verso loro è caratterizzato dalla convinzione ferrea che nessuno mi regalerà mai niente. Quindi condivido in parte le accuse di allarmismo alla Gabanelli e alla puntata di Report su Facebook e Google. O, meglio, più che accusare di allarmismo, mi chiedo il senso di quella puntata. Google e Facebook, soprattutto quest’ultimo, applicano ai servizi online la stessa voracità un po’ subdola a cui siamo soggetti ogni volta che mettiamo piede nel negozio di una multinazionale o nel ristorante di una qualsiasi catena, luoghi in cui ogni nostra scelta è sottoposta a un bombardamento di condizionamenti.
Gioco a Cityville (di cui parla Report) su Facebook, io, e vi ho anche comprato dei crediti per poco più di quattro euro, desistendo dallo sganciare anche un solo centesimo in più quando il gioco mi ha richiesto ulteriori avanzamenti a pagamento. È normale, è un gioco ma è anche un prodotto, qualcuno lo ha sviluppato, qualcuno deve guadagnarci, qualcuno deve pagare per usarlo, niente di nuovo da quando esiste il commercio sulla faccia della terra.
Basta saperlo, tutto qui.