Turandosi il naso, uno potrebbe trovarsi d’accordo con la Gelmini: scuole aperte il 17 marzo per commemorare l’unità d’Italia in classe, e non stravaccati davanti alla televisione a casa. Chi sa che, in qualche scuola del Sud, qualche docente illuminato non arrivi a far strappare dai libri di storia le pagine sul risorgimento, e a liberare la resistenza borbonica del Sud e l’identità nazionale delle Due Sicilie dalla damnatio memoriae a cui sono state condannate.

Chi sa che non racconti agli alunni dell’invasione di uno stato alleato senza dichiarazione di guerra.
Delle rivolte meridionali contro i garibaldini.
Dei generali borbonici corrotti dai Savoia.
Dei plebisciti palesemente truccati.
Degli stati di assedio permanenti.
Dei soldati napoletani deportati a Fenestrelle perché avevano difeso il Regno fino alla fine.
Di quelli caduti a Gaeta, a Capua e sul Garigliano e che non sono ricordati da nessun monumento, mentre la patria per cui sono morti ora abbonda di monumenti ai caduti garibaldini.
Degli eccidi, delle rappresaglie vigliacche, delle fucilazioni di massa.
Delle città che resistevano all’assedio dei piemontesi mentre Vittorio Emanuele II si faceva incoronare re di un Regno che quindi non aveva ancora conquistato del tutto.
Dei patrimoni personali dei Borbone saccheggiati da Garibaldi prima e dai Savoia poi.
Delle casse del Banco di Napoli svuotate per risolvere i debiti del Piemonte.
Della resistenza ribattezzata come brigantaggio, e poi stigmatizzata dalle teorie fisiognomiche del torinese Lombroso, che si spinse a parlare con convinzione di “inferiorità della razza meridionale”.
Della mafia e della camorra assoldate per governare il caos delle città dichiarate in stato di assedio.
Del triplicamento delle tasse in tutto il Sud come prima misura del nuovo governo italiano.
Della macchina del fango (antica tradizione italiana) che si mise in azione contro gli ex regnanti, facendo addirittura circolare fotomontaggi pornografici che ritraevano la regina Maria Sofia di Borbone in pose oscene.
Dell’emigrazione di massa, fenomeno del tutto assente nelle Due Sicilie ed esploso subito dopo l’annessione, con interi paesi svuotati e abbandonati.
Di un Camillo Benso di Cavour che non ha mai messo piede a sud di Roma.

Al di là di ogni forma di revanscismo antiunitario, cosa che assolutamente non mi appartiene, penso che gioverebbe moltissimo ai meridionali acquisire una consapevolezza piena di come si svolse il cosiddetto risorgimento, di come funzionava il Regno delle Due Sicilie, di come si è lottato per conservarlo, e di come ha funzionato l’amministrazione sabauda immediatamente dopo l’annessione. Gioverebbe forse a tirare fuori i meridionali dalla cultura del minoritarismo in cui sono stati confinati da una mastodontica operazione (altro che i Mille!) messa in atto anche con l’aiuto di chi aveva interessi oltre la Manica. Un’operazione che aveva le caratteristiche, più che dell’unificazione, di una conquista coloniale.
A scuola, intendo in qualsiasi grado della scuola pubblica, a me è stato insegnato che mille valorosi vennero a liberare gli italiani del Sud dalla tirannia dei regnanti stranieri. Così non fu. Semmai fu l’esatto opposto, laddove regnanti e politici che tra di loro parlavano in francese vennero a occupare e devastare un regno dove a palazzo reale si parlava in napoletano, e dove il re si sentiva e viveva in completa comunione con la cultura del popolo su cui regnava. Acquisirne consapevolezza, purtroppo in via autonoma, per me ha significato liberarmi da quella cultura del minoritarismo che ai meridionali fa credere di non poter far altro che dipendere economicamente, socialmente, amministrativamente dal Nord. Come se non fossero mai stati indpendenti per secoli prima dell’occupazione sabauda.
Servisse il centocinquantenario dell’unità anche a questo, sarei il primo a festeggiarlo.