Ci sono quelle coppie che raggiungono un’intimità così totale da comprendere anche l’utilizzo contemporaneo della stanza da bagno mentre uno dei due è seduto sul cesso e impegnato nell’espletamento del cosiddetto atto grosso.
Ci sono poi quelle coppie che, sebbene affiatate, mettono dei paletti e stabiliscono degli àmbiti, come appunto l’evacuazione intestinale, in cui l’intimità deve necessariamente soccombere in virtù della riservatezza.
Non penso di sbagliare se ipotizzo che le seconde prevalgono numericamente, benché venga spontaneo tributare un istintivo moto di ammirazione alle prime.
Credo che la vergogna della defecazione sia ascrivile a millenni di brainstorming cristiano sulla viltà dei bisogni corporali, soddisfacenti o meno che siano, ma poco importa. Fatto sta che ci si vergogna non solo di mostrarci intenti nell’atto della cacata, ma anche di martoriare i timpani altrui con tutti i possibili suoni che ne conseguono, e non basta la consapevolezza dell’origine di tale pudore per superarlo: noi accettiamo questa vergogna e ce la teniamo cara, perché l’alternativa ci sembra eccessiva.
Allora qualcuno mi spieghi questa moda tutta berlinese della cosiddetta open toilette nelle camere di albergo. Non solo i nuovi alberghi hanno lavandini e vasche da bagno in un unico ambiente con il letto, e il cesso a fare bella vista di sé dentro un box di vetro opaco, ma anche quelli vecchi, come il Park Inn di Alexanderplatz, hanno provveduto a ristrutturare gli ambienti per forzare gli ospiti all’intimità, cosicché uno, per evacuare l’intestino, deve prima evacuare la stanza e sbattere la dolce metà fuori al corridoio.
Qualcuno ha da consigliare un hotel in centro a Berlino, tre o quattro stelle, prezzi modici, con un cesso tradizionale come piace a noi gente d’altri tempi?

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