“Le date segnarono, implacabili, le tappe di una violazione internazionale: quella dell’invasione di uno Stato amico. Il 12 ottobre 1960, il IV e il V corpo d’armata piemontese sconfinarono nelle Due Sicilie; il 17 a Napoli erano già sbarcati 2000 bersaglieri per un totale di dieci battaglioni; il 19 le truppe di Cialdini erano in Abruzzo e il giorno dopo si scontrarono contro i borbonici al Macerone. Solo il 21, infine, si tennero le votazioni-farsa del plebiscito. Quando il Regno era già invaso, non solo dai garibaldini ma anche dalle truppe regolari piemontesi. Una vera e propria conquista territoriale, senza preventiva adesione popolare.
Nelle votazioni si ripeterono scene già viste a Nizza, nella Savoia, in Toscana e nelle Romagne. Urne pubbliche, seggi vigilati dai camorristi con appuntata la coccarda tricolore, dai garibaldini e dai militari piemontesi. Assenza di liste elettorali, votazioni consentite anche ai non residenti, come i garibaldini. Votarono persino gli ungheresi e gli inglesi, mentre le migliaia di militari borbonici tra il Volturno e il Garigliano, o anche nelle fortezze di Capua e Gaeta non poterono esprimere la loro volontà. Del resto, stavano già manifestando come la pensavano combattendo per il loro re, nonostante le paghe bloccate e i sacrifici da sostenere. Per una volta, l’agenzia Stefani diffuse la verità sostanziale su ciò che accadeva nella «Bassa Italia». Nel descrivere l’ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860, l’agenzia diceva: «Il generale Garibaldi è entrato solo ed è stato accolto con entusiasmo. Consegnò la flotta e l’arsenale all’ammiraglio Persano. Proclamò Vittorio Emanuele e i suoi discendenti Re d’Italia».
Una proclamazione da conquistatore. Il plebiscito venne convocato dai prodittatori Antonio Mordini a Palermo e Giorgio Pallavicino Trivulzio a Napoli. Annessione rapida, senza condizioni né concessioni alle autonomie o alla storia del Regno. Sei giorni prima, Garibaldi aveva già firmato il suo decreto numero 275 che, senza preamboli, dichiarava le Due Sicilie «parte integrante dell’Italia». Gli inglesi, così ben disposti verso il processo di unificazione italiana, non poterono ignorare l’inganno in atto nelle votazioni napoletane. L’ambasciatore Henry Elliot constatò che «appena 19 tra 100 votanti sono rappresentati dalle votazioni in Sicilia e Napoli, ad onta di tutti gli artifizi e violenze usate». E aggiungeva: «Il voto è stato la farsa più ridicola che si poteva immaginare e non c’era stata nemmeno la pretesa di limitarlo a quelli che erano qualificati». L’ammiraglio inglese George Rodney Mundy, controllore dei mari durante le spedizioni garibaldine, aggiungeva: «Un Plebiscito a suffragio universale regolato da tali formalità non può essere ritenuto veridica manifestazione dei reali sentimenti di un paese». Dal ministro degli Esteri britannico, lord John Russell, un giudizio ancora più severo: «Questi voti sono mera formalità dopo un’insurrezione, o una ben riuscita invasione; né implicano in sé l’esercizio indipendente della volontà della nazione, nel cui nome si sono dati».
Fu in Sicilia che si verificò il più alto numero di irregolarità. Le intimidazioni dei «picciotti», unite alla voglia di autonomia dell’isola speranzosa di ottenere ampie concessioni amministrative, ottennero risultati sorprendenti: compravendite di schede elettorali al prezzo di 2 scudi e smarrimento di certificati elettorali furono regole diffuse. A Caltanissetta fu proibita la propaganda per il «no»; a Siracusa si votò formando un registro con le preferenze. In 238 distretti su 292 totali in Sicilia, non ci fu neanche un «no» e solo in 18 vennero registrate schede nulle o bianche. A Patti ci furono 1646 «sì», mentre a Palermo su 40.000 votanti si dichiararono 4000 astenuti e soltanto 20 «no». A Messina i «no» furono appena 8 contro 24.000 «sì». Poi, in alcuni seggi, più voti che elettori effettivi. Lo raccontò anche il colonnello garibaldino Wilhelm Rustow, che parlò di 167 votazioni espresse da soli 51 ufficiali. L’avvocato Enrico Cenni, liberale moderato napoletano, scrisse che i voti contrari erano un falso, necessario per fingere operazioni regolari perché «niuno avrebbe osato emettere voto negativo». Alla fine, i numeri ufficiali furono: 1.302.064 «sì» nelle province napoletane con 10.302 «no». In Sicilia i «sì» furono 432.053 con appena 709 «no». Gli elettori convocati furono appena un quarto degli abitanti del Regno, ma dei convocati se ne presentarono alle urne il 79 per cento. Con quella «volontà popolare» così poco rappresentativa il Mezzogiorno entrò a far parte dell’Italia. Annessione affrettata dai ceti che avevano in mano il potere economico, in gran parte latifondisti, timorosi del pericolo garibaldino e delle possibili rivolte contadine. Solo la «normalizzazione», un esercito regolare, il mantello di una dinastia appoggiata in tutt’Europa potevano evitare che la rivoluzione politica si trasformasse anche in rivoluzione sociale. E bisognava fare presto. Quanto quell’adesione fosse calcolata e poco sentita, lo descrisse ancora una volta l’ambasciatore inglese Elliot scrivendo a lord Russell: «Vittorio Emanuele non è stato ricevuto per niente in modo entusiastico, sebbene tutta la città fosse ansiosa della sua venuta».
Ma quel plebiscito divenne subito un alibi per i continui abusi. Il paravento giuridico-formale per giustificare repressioni, fucilazioni, arbitri assoluti degli ufficiali piemontesi in tutto il Mezzogiorno: se il popolo aveva deciso per l’unione con il Piemonte, chi si opponeva con le armi difendendo la vecchia patria napoletana doveva conbsiderarsi fuorilegge. Eppure, il re borbone era ancora nel suo Stato e ci sarebbe rimasto per altri quattro mesi, con le sue truppe in armi. Anzi, sicuro che sarebbe presto rientrato a Napoli con l’aiuto di Austria e Francia, Francesco II dava disposizioni per un’eventuale gestione del potere in vista del suo ritorno. Il 1 novembre 1860, infatti, il re firmò un «atto sovrano» che istituiva, in caso di una sua momentanea partenza dal regno, un Consiglio di reggenza provvisorio dello Stato. Venivano designati a farne parte il Cardinale Sisto Riario Sforza, con funzioni di presidente, Nicola Maresca di Serracapriola e Alberto Statella, principe di Cassero. […] Anche dopo il plebiscito, l’esercito regolare napoletano avrebbe infatti combattuto ancora contro i piemontesi a Capua, sul Garigliano, a Montesecco, Mola, Gaeta, Messina, Civitella del Tronto. Ciononostante, tutti i civili in armi venivano considerati «briganti». il 25 ottobre, il generale Morozzo della Rocca scriveva alla moglie Irene: «I briganti sono qui in grandissimo numero; raccomandiamo ai soldati di non stare mai isolati, abbiamo decretato che gli uomini npresi con le armi alla mano siano subito fucilati».
Già due giorni dopo la proclamazione dei risultati del plebiscito, il luogotenente generale Manfredo Fanti, comandante in capo del «corpo di operazione» piemontese nella «Bassa Italia», da Isernia aveva diffuso un bando molto indicativo su ciò che si preparava. Parlava di «atti nefandi che si vanno commettendo da bande armate e brigantaggio», annunciava dure reazioni per difendere i beni e la vita degli abitanti. E quindi stabiliva l’istituzione di tribunali militari che avrebbero giudicato con il codice penale di guerra chi veniva sorpreso a commettere «atti di brigantaggio, di saccheggio, di incendi, ferimenti e uccisioni». E aggiungeva che tutti coloro che non facevano parte dell’esercito regolare borbonico, se si opponevano alla «truppa di Sua Maestà» armati senza far parte della guardia nazionale, avrebbero subìto la stessa sorte. Era la concessione di poteri illimitati agli ufficiali piemonteso. Potere di vita o di morte verso chi ancora non poteva considerarsi suddito del nuovo regno. Un atto di guerra. Era il 23 ottobre 1860.
In Abruzzo e nell’Alta Irpinia montava già la rivolta armata. Anche perché da Gaeta il re aveva autorizzato  l’istituzione di milizie mobili, agili e svincolate dalle truppe regolari, con il compito di aggirare il nemico e spingere la popolazione civile a ribellarsi ai soldati piemontesi. Milizie affidate a ufficiali come il barone Teodoro Federico Klitsche de la Grange, l’alsaziano Théodule Émile de Christen, o il capitano Francesco Saverio Luvarà. Ottennero anche vittorie militari, come a Tagliacozzo, dove ebbe la peggio una colonna di 400 piemontesi. Di pari passo agivano bande di volontari borbonici, come quella guidata da Teodoro Salzillo, ricco possidente di Venafro che riuscì a riunire ben 1000 uomini al suo comando. Una milizia composita, formata da ex soldati sbandati, gendarmi fedeli al re Borbone, guardie urbane. Riuscirono a occupare paesi come Fornelli e Venafro, partecipando alla ribellione di Isernia. Ma per i militari piemontesi quelle colonne armate dovevano essere considerate già briganti.
Francesco II era sicuro che la lontananza da Napoli sarebbe durata poco. E aveva lasciato gran parte dei suoi beni nella capitale: argenterie, vestiti, biancheria. Anche la regina Maria Sofia aveva deciso di non portare con sé tutto il suo guardaroba. Fiducia ingenua che spinse i due sovrani perfino a non rimuovere il loro denaro da Napoli. Mentre Ferdinando II aveva depositato i suoi ducati alla Banca d’Inghilterra, il figlio decise di riportare quei soldi nella sua capitale, come «gesto patriottico». Quando il re partì per Gaeta lasciò tutti i depositi privati del Banco di Napoli al loro posto. Tutto scomparve con l’arrivo dei garibaldini. Anche la dote personale di Maria Sofia venne depredata dai nuovi conquistatori. Il ducato valeva al cambio quattro volte la lira piemontese e a Torino la sessione legislativa del 1861 si aprì con un disavanzo di 500 milioni di lire. Al momento della conquista, il debito pubblico delle Due Sicilie era di 26 milioni di lire contro i 64 del Piemonte. Naturalmente, con l’annessione i due debiti furono unificati. Una vera manna dal cielo per le disastrate casse piemontesi. Al suo arrivo a Napoli, Garibaldi trovò denaro e bilanci solidi, oltre che un consistente patrimonio personale del re Borbone, che non sarebbe mai stato restituito.”

(Gigi Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia: Fatti e misfatti del Risorgimento)

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