Quando ero piccolo, a Napoli c’erano i pulmini abusivi. Stazionavano a piazza Garibaldi, sotto la statua del cosiddetto eroe dei due mondi, aspettavano di riempirsi per partire e, per mille lire a persona, supplivano al carentissimo servizio pubblico. Anzi, lo svolgevano anche meglio, essendo le loro tratte modificabili a piacimento e permettendo alla gente di salire e scendere in qualsiasi punto. Erano dannatamente sgangherati, ma pur sempre comodi.
Poi sparirono quando Napoli si rese conto che forse era il caso di darsi una parvenza di civiltà occidentale in occasione del G8.

Quando ero piccolo, a Napoli c’era il contrabbando di sigarette, e allora era il business principale della camorra. A qualsiasi ora del giorno e della notte era possibile comprare Marlboro e Merit dai rivenditori abusivi che si sistemavano lungo le strade coi loro banchetti tutt’altro che occultati.
Erano sigarette di merda. Non ho mai capito se facessero così schifo perché provenivano da mercati poveri o perché erano contraffatte su commissione della camorra e prodotte con tabacco di infima qualità. Quando cominciai a fumare c’erano ancora, con tanto di offerta comune a tutti i contrabbandieri: tre pacchetti per cinquemila lire, e poi c’era il trist di pacchetti misti che costava ancora di meno e permetteva ai contrabbandieri di liberarsi delle pessime HB che nessuno voleva. I fumatori napoletani erano espertissimi a riconoscere le meno peggio, quelle il cui codice a barre terminava con 05, o le famosissime “complicate“, cioè quelle che su un lato riportavano un’avvertenza sui rischi che terminava con “…and may complicate your health”. Quando si comprava un pacchetto di Marlboro di contrabbando si diceva sempre: “M’arraccumanno, dàteme ‘e ccumplicate”.
Poi sparirono quando Napoli cominciò a gonfiarsi il petto di orgoglio durante i preparativi del G8 e pensò bene di darsi una ripulita prima di mostrarsi al mondo.

Quando ero piccolo, a Napoli si parcheggiava in piazza del Plebiscito, tra la facciata della reggia Borbonica il colonnato della chiesa di San Francesco di Paola. La piazza più importante e bella di Napoli era un immenso parcheggio asfaltato, gestito ovviamente da abusivi. Quando scendevo in centro con mia madre, lei parcheggiava la sua 126 a piazza del Plebiscito, mollava la cinquecento lire di carta (oddio, che nostalgia la cinquecento lire di carta, una banconota per venticinque centesimi di euro) al parcheggiatore abusivo e gli lasciava la macchina in custodia per tutto il giorno.
Ecco, la piazza del Plebiscito della mia infanza era un’immensa distesa di lamiere colorate: 126, 127, 128, 500, innumerevoli Autobianchi A112 e Innocenti Mini. E fanculo ai turisti in visita.
Poi tutte quelle macchine sparirono quando a Napoli cominciarono i lavori per il G8. La piazza fu riqualificata e pavimentata con i vecchi basoli. Fu messa a disposizione dei pedoni e dei turisti, e i napoletani si accorsero all’improvviso che, in fondo, era proprio una bella piazza.

Tutto sommato sono stato fortunato. Ho vissuto i primi anni dell’età adulta in una Napoli che campava di rendita sul cosiddetto rinascimento napoletano, cioè quella ripulitina che Bassolino diede alla città e alla sua (di lui, non della città) immagine politica coi soldi piovuti per il G8.
Una Napoli così, una Napoli appena appena degna di essere considerata una metropoli europea e non un agglomerato bengalese, deve esserci stata solo prima dell’annessione al Piemonte e magari durante il fascismo, stando a quanto raccontava mia nonna (ma a scanso di equivoci, in quel caso mi sarei tenuto volentieri l’agglomerato bengalese).
Credo di essermene andato appena in tempo. Me ne andai da Napoli quasi tre anni fa, in piena crisi dell’immondizia. Quando sono tornato per le vacanze, ho trovato che sono ricomparsi i contrabbandieri di sigarette. Pochi, ma significativi. E ora mi viene detto che sono riapparsi anche i pulmini abusivi.
La prossima volta che scendo devo aspettarmi la piazza del Plebiscito riconvertita in parcheggio? Almeno non attirerebbe più i turisti, i quali verrebbero così tenuti all’oscuro del colonnato di San Francesco di Paola imbrattato, sporco, invaso da erbacce e dal fetore di piscio.
Tutte queste cose sono per me dei ricordi di un piccolo mondo antico che si rimaterializzano, ma sono per Napoli la dimostrazione che una città civile non lo è più stata da un secolo e mezzo a questa parte, se non in brevi frangenti e costretta da incidenze esterne.
Del resto l’intera storia di Napoli è fatta di incidenze esterne. Quindi è giusto questo lento, inarrestabile e quasi concluso ritorno allo stato di agglomerato bengalese, in attesa che l’ennesima incidenza esterna venga a dimostrare che i napoletani sono incapaci di badare a se stessi, cioè incapaci di dotarsi spontaneamente di un’organizzazione sociale che sia almeno vagamente definibile civile.

Ciò non nega il mio desiderio di tornarci, sia ben chiaro.