Sabato c’è stato il gay pride a Francoforte. Soliti carri, soliti travestimenti, solita schlager musik, solite chiappe flaccide e grinzose mostrate attraverso i soliti pertugi posteriori dei soliti pantaloni di pelle. Tutto già visto, tutto omologato, tutto noioso. La vecchia travesta che l’anno scorso era vestita da infermiera sadomaso deve star attuando una politica di abbattimento dei costi, perché si è presentata vestita da infermiera sadomaso anche quest’anno.
In ogni caso, l’allegria, la giovialità, la disinvoltura nelle interazioni e il calore che i tedeschi tirano fuori in queste occasioni mi lasciano del tutto indifferente, visto che si fanno desiderare parecchio nella vita di tutti i giorni.
I pride tedeschi hanno però un paio di cose da insegnare a chi organizza quelli italiani: la strassenfest e, nel caso di Francoforte, l’appendice sonnacchiosa domenicale.
Mentre da noi il post parata si risolve nella solita discoteca con ingresso, consumazione obbligatoria eccetera, il festeggiamento conclusivo del pride di Francoforte si tiene gratuitamente in piazza, nella Konstablerwache, con boccali di birra, wurst alla brace, apfelwein a fiumi in un quadretto che potrebbe essere descritto come una miniatura in chiave frocia di quello che gli italiani immaginano sia l’Oktoberfest. Unica nota negativa: questa ossessione tutta tedesca per l’antiamericanismo commerciale, l’antiglobal, il freakettonismo. Uno che teme le calorie più del demonio (io? no, ma quando mai?) deve cercarsi il McDonald’s più vicino per avere una Coca Cola Light invece di questa zuccheratissima Africola con cui i tedeschi hanno francamente rotto i coglioni (ma mai come li hanno rotti con la Bionade).
E poi la riedizione della domenica: stessa festicciola di piazza, ma in modalità piaciona, sotto il sole del mattino e del primo pomeriggio, con tanto di mercatino frocio, stand di associazioni e partiti (compresa la CDU, il partito conservatore tedesco che partecipa ufficialmente al gay pride, un po’ come se Casini e Buttiglione aderissero ufficalmente al pride nazionale italiano) e bancarelle di gadget finocchi. C’era anche il banco di un sex shop che esponeva una pletora di giocattolini per ogni esigenza, dagli strizzacapezzoli ai divaricatori anali passando per ogni sorta di oggetto infilabile nello sfintere, con difficoltà o meno.

Detto questo, io poi ho dovuto allontanarmi, perché il ritorno a Francoforte è stato più drammatico del solito. Né per Francoforte, né per Napoli, ma comunque io tendo a usare Francoforte come capro espiatorio per tutto, e quindi ho dovuto allontanarmi. Domenica ho preso la bici e mi sono arrampicato sul Taunus, da dove si vede la skyline francofortese immersa in un mare verde. Lì, vedendola da lontano, riesco ad amare un po’ questa città.

A Napoli “c’è la fame nera”. Adesso tutti usano questa espressione. Prima non l’avevo mai sentita. In queste due settimane mi sono sentito dire “c’è la fame nera” da chiunque io abbia messo a parte di un mio vago, vaghissimo desiderio di cercare lavoro a Napoli e tornarci.
Va bene, con questa espressione sono riusciti a reprimere qualsiasi mia tentazione di ritorno, ma vorrei capire: cosa è peggiorato?
Dicevo a qualcuno che Napoli appare sempre e comunque come una città viva, attiva, frenetica. A guardarla da straniero, sembrerebbe un posto con un’economia che gira a regime vorticoso. Eppure c’è la fame nera.
E da quando hanno cominciato a parlarmi di fame nera, ho cominciato a fare caso ai suv, alle griffe, al lusso, ai costi allucinanti della vita notturna, che pure ci sono e che non danno questa idea di fame nera, perché non è una questione di elite o di casta, ma vedi questo culto del lusso, del luccicoso, dell’appariscente che si impone in maniera trasversale alla popolazione. Però c’è la fame nera.

Io vorrei tornare. Lo pensavo una sera durante una cena tra amici sul terrazzo di un malandato, vecchio palazzo del borgo di Sant’Antonio Abate, quando ho realizzato che io conduco due vite diverse: quella francofortese e quella napoletana, e nonostante i tentativi non riesco a farle compenetrare. Chi mi conosce a Francoforte non mi riconoscerebbe a Napoli, e viceversa.
Vorrei tornare, e tornerei, se non sapessi che la mia vita napoletana, che è quella che mi piace di più, si nutre della mia vita francofortese, senza la quale sarebbe – appunto – fame nera. E non mi piacerebbe più.
Il desiderio di tornare viene quindi tenuto vago con la forza.

Qualche mattina fa Napoli era invasa da turisti americani, inglesi e scandinavi. Doveva essere approdata qualche crociera, di quelle che qui in Germania vengono vendute con la raccomandazione di dirigersi subito a Pompei Capri Ischia Sorrento Positano Amalfi e di evitare accuratamente la visita al pericoloso, sporco e caotico capoluogo. I tedeschi non capiranno mai Napoli, e a me va bene così. Intanto americani, inglesi e scandinavi fotografavano i bei palazzi barocchi del centro, affascinati dall’intonaco scrostato e dall’erbaccia sui cornicioni. Comincio a pensare che Napoli si mantenga decadente per la gioia di chi vuole vedersi ricordare con franchezza l’ineluttabilità della rovina, senza farsi prendere per il culo dai centri storici tirati a lucido o completamente ricostruiti dal nulla (come quello falso che si sono messi in testa di fare qui a Francoforte), che valgono meno di una visita a Disneyland.

Ma che disdetta. Non riuscire a tornare nel posto dove si è nati e cresciuti sa molto di ingiustizia divina, e avessi ancora la testa di cazzo che mi ha caratterizzato fino a qualche anno fa, la sfiderei allegramente, questa ingiustizia divina.