Il post sulla vecchia professoressa di chimica mi ha riaperto una ferita. Una feritina di quelle piccole e invisibili, che però si cicatrizzano male e tornano a sanguinare appena sollecitate. Una piaghetta da decubito su una chiappa, insomma, per aver tentato di superare certi rimpianti un po’ spigolosi sedendomici sopra senza elaborarli.
Qualche giorno dopo aver scritto quel post, mi sono ritrovato con l’amico A. nello studentato della Goethe-Universität di Francorte per motivi che non mi dilungo a spiegare. Lui mi fa “come mi manca la vita dello studente universitario”, e io ribatto che no, quella non mi manca affatto, ma mi manca tantissimo quella dei tempi del liceo, così tanto che a volte vorrei fermare il tempo, tornare indietro e riviverla tutta, ma con un’altra consapevolezza. E magari un po’ più interesse per la chimica.
Quando, l’anno scorso, ho riacciuffato quasi tutta la mia classe al completo su facebook non ho avuto questo contraccolpo nostalgico, aiutato dal fatto che la maggior parte di quelli che mietevano più successi scolastici di me, ora su quel social network sbrodolano banalità costellate di kappa, xché, xò, nn e via degenerando. Il contraccolpo l’ho avuto ora che ho trovato quel gruppo di discussione sul mio vecchio liceo, dove altri nostalgici della mia sezione ricordano i miei vecchi insegnanti con ironia, affetto, a volte anche con rabbia. E rimpiangono quelli che sono morti.
Che molti di loro fossero morti, lo immaginavo. Il mio vecchio liceo è uno dei più antichi e centrali di Napoli, ed è ambitissimo dai docenti, che vi ottengono una cattedra dopo decenni di graduatoria. Perciò tutti i miei insegnanti avevano un’età media da patriarca del pentateuco. Non è affatto sorprendente che, per quanto abbiano tentato di abbattere i record di longevità, siano morti.
Saperlo però con certezza ha ufficializzato lo stato di irrisolvibilità di quei rimpianti che mi porto dietro.
Scrivere di quella di chimica ha avuto un effetto lievemente catartico. Non abbastanza, però.
A costo di risultare noioso e ripetitivo, me li voglio ricordare tutti, uno per uno, tra morti e vivi. Questo è un post che sto scrivendo per me e solo per me, quindi mi si perdoni la lungaggine.

Quella di italiano mi adorava. Un po’ perché nella sua materia eccellevo, ma soprattutto perché avevo uno zio prete, la qual cosa era vista come un valore aggiunto da una che a sua volta aveva un fratello prete e due sorelle suore. Era quella che in napoletano si dice una bizzoca, quasi una suora laica, e lo era al punto che, su consiglio degli altri insegnanti, si collaborò tutti con attenzione nel tenerle nascosta l’appartenenza di un nostro compagno di classe a un’altra religione. Una mattina si presentò in classe con una statuina di Gesù bambino che aveva appena comprato a San Gregorio Armeno, e pretese che tutti ci mettessimo in fila per andare a baciarne i piedi, quindi mi chiedo come avrebbe afrontato oggi il dibattito sulla presenza del crocifisso in aula.
La mia parentela ecclesiastica le fu confessata da me medesimo in un empito di paraculaggine, devo dirlo, e gli effetti furono positivi. Ma fu un eccesso di zelo. In realtà bastava sbrodolare un po’ di fervore religioso o citare qualche santo in un tema di italiano e il gioco era fatto: si entrava nelle sue grazie. La cosa però non bastava ad avere buoni voti, perché sulla preparazione non transigeva. Era molto parca di voti alti, ma non era severa. Ti spiegava per filo e per segno i motivi per cui il tuo tema aveva preso 2 (sì, DUE), e lo faceva col tono di chi sta spiegando a un novizio come si raggiunge la santità. Peccato che non si rendesse conto del totale disinteresse che c’era spesso dall’altra parte.
Era più larga che alta, avvolta in innumerevoli strati di abbigliamento e col capo sempre fasciato da un cappello di lana colorata. I primi tre minuti dell’ora di italiano erano sempre dedicati alla sua laboriosa svestizione, che avveniva in religioso silenzio.
Le sue lezioni di letteratura erano dei veri e propri seminari appassionati durante i quali capitava che lei si commovesse, e che avrebbero avuto molto successo in un’aula universitaria, mentre per la maggior parte dei liceali erano più soporiferi di due tavor presi a digiuno.

Quella di latino e greco aveva un atteggiamento particolarmente materno con gli studenti, ma di quelle mamme severissime e convinte che solo dalla severità può nascere un barlume di maturità. Anche lei estremamente tirchia di voti. Credo che non abbia mai assegnato un voto superiore a 5 agli scritti, mentre un suo 7 agli orali andava considerato un successo strepitoso e insperato. Ricordo la mia primissima interrogazione con lei in I liceo, in letteratura greca, e ricordo il suo sguardo di soddisfazione mentre io mi prodigavo in dettagli sulla questione omerica, sulle lineari minoiche e altre robine di cui adesso non ricordo più un cazzo, e la conclusione fu “bravissimo, ti voglio premiare, ti metto 6”. Volevo piangere.
Era molto odiata e contestata, come tutti gli insegnanti che si concedono un rapporto anche solo vagamente genitoriale con gli studenti, ma aveva una cultura immensa nella sua materia, e le sue lezioni di letteratura greca e latina per me erano semplicemente meravigliose. L’ho odiata anche io per la sua severità, perché credevo di meritare di più di quanto lei mi riconoscesse, e perché quel suo fare da chioccia dal polso fermo era percepito come un atteggiamento ipocrita, vista poi l’avvilente media dei voti sul suo registro. Quelli che invece la amavano avevano semplicemente imparato a dare poca importanza ai numeri e molto valore a ciò che lei era in grado di trasmettere.

Quello di matematica e fisica amava il suo lavoro, e detestava me che invece non amavo la matematica. Il fatto è che, quando mi ci mettevo, lo sorprendevo con buoni risultati, ma erano episodi isolati che avevano il solo esito di causargli un significativo travaso di bile in tutte le altre volte in cui dimostravo di non nutrire alcun interesse verso la sua materia (che alla fine portai all’esame di maturità, ma la storia è lunga…). Era un bonaccione, un uomo semplice. Si diceva che vivesse in campagna e facesse il contadino nel tempo libero, la qual cosa avrebbe giustificato il mito delle sue unghie sempre sporche di terreno (appunto solo un mito, perché io le unghie gliele ho viste sempre pulite). Non riuscivo ad avercela con lui neanche quando si alterava con me fino ad alzare la voce, e neanche quando fu il più acerrimo promotore, insieme a quella di chimica, della mia bocciatura. Anzi, dubito che lui se ne sia mai accorto, ma avevo per lui un sentimento quasi filiale.
Molti anni dopo la maturità, mentre mi facevo schiavizzare in un call center di Napoli per racimolare qualche spicciolo in attesa di prospettive migliori, beccai una sua telefonata. Non gli dissi però chi ero, né gli diedi modo di capire che io sapevo chi fosse. Si stava ordinando il decoder per il digitale terrestre.

Quella di storia e filosofia. Nota dolente. Dolentissima. La più colta di tutta la sezione, anzi di tutto l’istituto. Quella donna era una fonte di sapere ineguagliabile, e chi riusciva a starle dietro ne ricavava grandi benefici. Io ci riuscivo in storia, non in filosofia. Era molto anziana, corretta, imparziale, distaccata. Ecco, appunto: distaccata. La accusavano di essere severa, ma lei era solo emozionalmente distaccata dai suoi studenti, e metteva voti e emetteva giudizi con un rigore matematico. Raccontò lei stessa di aver cercato il suo registro personale tra le macerie dell’ala crollata dell’Albergo dei Poveri (storico edificio borbonico in cui erano ospitate alcune aule del liceo fino al terremoto dell’80) pur di non promuovere tutti con 6. Nessuno poteva accusarla di favoritismi, chiunque poteva correre il rischio di beccarsi 1 (sì, UNO) a un’interrogazione di storia. Ho visto compagne di classe scoppiare a piangere davanti alla sua cattedra. E lei mortificata ma irremovibile: “Bella mia, ma io che voto posso mettere a una che non ha risposto neanche a una domanda?”, intendendo che quell’1 era già un tentativo di incoraggiamento, visto che zero risposte avrebbero dovuto significare uno zero spaccato sul registro.
Il problema è che le sue lezioni erano universitarie, perfino i libri di testo che lei aveva scelto erano universitari, e di conseguenza le interrogazioni equivalevano a esami universitari. A fine anno era capace di fare domande su tutto il programma, e magari perfino di andare a scavare qualcosa dal programma dell’anno precedente. Ricordo che, se qualcuno si assentava per due giorni di seguito, o era malato o si stava preparando per un’interrogazione di filosofia.
Insieme a quella di greco, è l’insegnante che rimpiango di più.

Di quella di chimica ho già scritto in un post a parte. Vorrei solo ricordare ancora una volta con affetto la sua tendenza alla confusione (a volte cominciava a fare l’appello in classe con il registro di un’altra sezione, nessuno le diceva niente e lei segnava come assenti almeno i primi dieci nomi prima di rendersi conto della sbadataggine, per poi infuriarsi) che faceva a cazzotti con la sua severità estrema. Da zitella, però, era attaccatissima al suo lavoro, e a volte gli studenti riuscivano – con un notevole sforzo – a vedere la sua severità come l’atteggiamento di una zia particolarmente rompicoglioni. Come ho detto, ho cominciato a rimpiangerla dopo averla incontrata per strada anni dopo la maturità, occasione in cui mi fu chiaro quanto avesse amato quello che faceva e quanto avesse tenuto ai suoi studenti, anche quelli che non facevano un cazzo, come me. Infine lei spiegava la chimica in napoletano, e scusate se è poco…

E ora veniamo al dunque. Al rimpianto. Questi insegnanti mi hanno trasmesso molto poco, perché io allora ero poco ricettivo. Percepivo di più i loro difetti, e li usavo per giustificare il mio scarso impegno. Oggi rivedo il me di allora come un ragazzino privo di strumenti intellettuali adeguati a comprendere il valore di quelle persone. E chi lo sa, magari chiunque si rivedrebbe così, ma l’amarezza dell’occasione persa è motivo di frustrazione, soprattutto per uno che vive con molto malessere lo scorrere del tempo. Per questo ho scritto che vorrei rivivere l’esperienza del liceo con una nuova consapevolezza. O almeno mi piacerebbe incontrarli tutti di nuovo, e dire loro quanto hanno significato.

Per fortuna mi basta pensare a quella di storia dell’arte per non avere più rimpianti.

Quella di storia dell’arte detestava il suo lavoro e lo faceva pesare agli studenti, dai quali era solo disprezzata. Fu capace di rendere odiosa una materia che più facilmente delle altre poteva raccogliere interesse. Di lei ho solo ricordi sgradevoli. Anzi no, un bel ricordo ce l’ho: durante una visita agli scavi di Ercolano con la professoressa di greco, qualcuno le spedì una cartolina raffigurante la statua di un fauno con un enorme cazzo in erezione, solo che gliela spedì all’indirizzo del liceo e la firmò con i più cordiali saluti a nome di tutta la classe. Lei fece fuoco e fiamme in presidenza, ma il responsabile non venne fuori e fummo sospesi tutti per tre giorni. Quella sospensione collettiva in pratica fu una redistribuzione della responsabilità che sminuì la responsabilità stessa, e perciò l’intera classe si godette spensieratamente quei tre giorni di vacanza con immensa gratitudine per la professoressa di storia dell’arte.
A quanto pare, è l’unica che non è morta. O comunque l’unica di cui so per certo che è ancora viva.