Stiamo parlando di una che si fermava sulla soglia della porta della classe, tirava un lungo respiro e diceva con la sua voce roca, che sembrava provenire da un antro: “Sento nell’aria che qui nessuno ha studiato le scienze, oggi fioccheranno i due”.

La professoressa di chimica incuteva estremo timore.

Ricordo che al ginnasio, quando incontravo lei per i corridoi, il solo pensiero di peter essere un suo allievo mi faceva sudare freddo, e pensavo “piuttosto che fare il liceo con lei, cambio scuola”.

Così non fu. Mi capitò proprio lei e non cambiai scuola. Fortuna volle che fu mia insegnante solo un anno, perché poi andò in pensione.

In quell’anno, però, lei mise i consigli di classe a ferro e fuoco per farmi bocciare. Riuscendoci. Complice quello di matematica e nonostante la difesa accorata della fazione umanistica del corpo docente (fatta eccezione per quella di storia e filosofia, che si schierò per la bocciatura per farmi pagare il mio totale disinteresse per la filosofia).

Non l’ho mai biasimata. Erano anni in cui mi concentravo solo su quello che mi piaceva e non riuscivo a far prevalere il senso del dovere su ciò che invece non mi interessava (oddio, non che adesso…), avevo voti altissimi nelle materie umanistiche e voti vergognosi in quelle scientifiche, e perciò venni etichettato da lei come fancazzista a ragion veduta (ma c’era un lato positivo: come fancazzista proclamato non dovevo temere l’arcinota confusione con cui lei gestiva il suo registro personale, nel quale i voti svolazzavano da un nome all’altro senza criterio).

Nonostante la sua severità, era un personaggio pittoresco. Anziana come una cariatide dell’Eretteo e tuttavia amante del trucco pesante. Pretendeva di essere chiamata signorina e si riferiva a sé stessa in terza persona. “Vieni a conferire le scienze alla signorina” era la sua chiamata alle armi, a conferire queste scienze in piedi accanto alla lavagna, a dimostrare di saper affrontare da veri uomini le sue sfuriate alla prima formula sbagliata. Ricordo il rumore dei suoi anelli quando, senza alzarsi dalla cattedra, sbatteva la mano sulla lavagna alle sue spalle urlando come una pazza.
E ovviamente era vittima di parecchi scherzi. Alcuni anche crudeli, perché quella estrema severità dell’insegnante purtroppo non era sostenuta da un sufficiente carisma della persona, e gli studenti si risentivano e si incattivivano.

La incontrai anni dopo la maturità, a largo Ss. Apostoli, nel centro storico di Napoli. Abitava da quelle parti.
Non era cambiata affatto, anche perché c’era poco da cambiare. Vecchia e truccatissima, sguardo arcigno. “Professore’, vi ricordate di me?”, e lei non esitò un attimo: “Comme, Totentanz, nun m’arricordo? Tu nun facive proprio niente.”
Ma si vedeva che era contentissima di avermi incontrato. Nonostante tutto, lei amava il suo lavoro, e andare in pensione deve esserle costato parecchio in termini di felicità. Gliela lessi negli occhi, quella felicità, quando la vidi  sorridere per la prima volta, per il fatto di avermi incontrato. Pensai a quanto dovesse aver amato il suo lavoro, per essere felice di incontrare uno che nella sua materia aveva collezionato solo figure di merda.

Mi dicono che sia morta, ma non ne sono sicuro. In ogni caso non voglio fare qui il suo nome. Chi si è diplomato al liceo Garibaldi di Napoli entro il ’95 sicuramente la riconoscerebbe in questa descrizione, anche se non è stato suo allievo. L’inquietudine delle sue lezioni di chimica oltrepassava i confini della sezione scolastica.
Ho trovato su di lei una piccola discussione sul gruppo di Facebook di ex studenti del mio vecchio liceo. Un gruppo che consulto ogni tanto per lasciarmi andare a nostalgie e rimpianti (più gli uni che le altre). Mi sono ritrovato a rimpiangere quella di chimica.