Niederrad è un quartiere di Francoforte dove pare che le case abbiano il bidè.
Due colleghi si sono trasferiti recentemente a Niederrad, uno italiano di Brescia e uno tedesco di Bremerhaven, ed entrambi hanno trovato il bidè nelle loro rispettive nuove case. L’italiano è al settimo cielo per questo oggetto del desiderio ritrovato, il tedesco si lamenta della sua inutilità e dello spazio che sottrae a un’eventuale lavatrice, e sta meditando di farlo togliere.
Lo so, l’italiano emigrato che rimarca la nostalgia per questo elemento culturale è uno stereotipo un po’ antiquato, e tutto sommato se ne può fare decisamente a meno avendo abitudini regolari e la pazienza di infilarsi sotto la doccia ogni volta che queste non lo sono.
Oltretutto il bidè viene percepito dai tedeschi come uno strumento per curare l’igiene di una sola parte del corpo e trascurare tutto il resto. Noi sappiamo che non è così, ma vallo a spiegare a chi si è abituato alla praticità delle salviettine intime umidificate di cui abbondano supermercati e drug store tedeschi. Del resto ci sarà un motivo se mi dicono che nel club dei pochissimi paesi dove è diffuso il bidè c’è anche il Giappone, dove l’igiene personale ha le caratteristiche di un’ossessione.
Non so perché a Niederrad si sia diffuso il bidè, che invece è totalmente assente nel resto della città. È un quartiere periferico, probabilmente vecchio luogo di residenza della classe operaia, la quale avrà abbondato di italiani nei decenni passati, ma è solo una supposizione.
Eppure il bidè ha origini aristocratiche. Il più antico bidè italiano di cui si abbiano notizie è quello voluto dalla regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena nella Reggia di Caserta, la qual cosa sfata anche il mito della scarsissima igiene sotto le parrucche e le coltri di cipria del ‘700.
Mi fa sorridere la voce di Wikipedia, dove è scritto che i Savoia, annesso il Regno di Napoli al Piemonte, non seppero come catalogarlo se non come “oggetto sconosciuto a forma di chitarra”.