More about Poca luce in tanto spazio

L’anno scorso scrissi della mia poco speranzosa ricerca di Poca luce in tanto spazio, la (auto)biografia fuori catalogo di Pupella Maggio. Quel post non mi ha fatto trovare il libro, ma mi ha fatto scoprire che una considerevole maggioranza degli italiani non napoletani ignora chi sia Pupella Maggio, come a dire che la cultura teatrale napoletana ormai è diventata una questione ristretta alla sola città di Napoli. Considerando poi che Pupella è stata una delle più grandi figure di quello che non solo è il cavallo di battaglia della cultura napoletana, ma che ha anche avuto i suoi riconoscimenti all’estero come parte di un’intera cultura italiana, l’oblio in cui è stata ricacciata è un emblema della storia recente di Napoli, accartocciata su sé stessa a nascondere i suoi grandi pregi sotto una copertura di degrado e involuzione.
Certo, la situazione oggi è cambiata parecchio. Il teatro napoletano nei suoi tempi d’oro (quando Eduardo era tradotto e rappresentato con successo a Londra e a New York) era venerato dal popolo che si riconosceva nelle miserie e nelle bassezze riprodotte sul palco. Il popolo però si è evoluto, e il teatro napoletano no: la sua produzione ha rallentato fin quasi a fermarsi per lasciare spazio a glorificazioni, rivisitazioni e riscoperte del passato, col risultato di ritrovarsi a parlare a un popolo nuovo di un popolo vecchio che non esiste più. Non ho mai creduto molto né a Eduardo né alla stessa Pupella quando indicavano la televisione (“quell’elettrodomestico” la chiamava Eduardo) come maggiore attentatrice alla salute del teatro napoletano. Semplicemente: la televisione ha cambiato il popolo, e il teatro doveva seguire il cambiamento, ma non lo ha fatto.
Il libro di Pupella Maggio mi è comunque arrivato per altre vie, grazie alla pazienza di mia madre che, per farmi una sorpresa, si è armata di pazienza e, attraverso contorti giri di telefonate, ha smosso le montagne fino a far squillare il telefono direttamente dentro casa dell’ex editore, che nel frattempo aveva chiuso bottega e se n’era andato in pensione. E che inoltre non aveva più neanche una copia del libro, ma si è gentilmente adoperato per indirizzare mia madre verso la meta finale. Tutto questo a mia insaputa, finché una copia di Poca luce in tanto spazio non è arrivata a Francoforte.
L’ho letto lo scorso ottobre, quindi ciò che scrivo ora non è frutto di impressioni freschissime. Si presenta come un’autobiografia ma non lo è, almeno non nel senso stretto del termine. È una lunga intervista che ripercorre la vita teatrale di Pupella, quindi la sua vita intera, essendo lei quasi nata su un palco (nacque in un camerino del teatro Orfeo di Napoli, e ebbe all’età di due anni la sua prima parte in una commedia), con qualche divagazione su temi etici e soprattutto religiosi. Dal punto di vista letterario è un’opera scarsamente apprezzabile, ma come testimonianza interna della storia del teatro napoletano del ‘900 è un tesoro di valore inestimabile. Ed è fuori catalogo.
Il lungo e scoordinato snocciolare di aneddoti di Pupella attraversa i tempi, i luoghi e i personaggi più noti: il mitico teatro San Ferdinando, le compagnie-famiglia dei Maggio e dei De Filippo, Nino Taranto, Viviani e poi Eduardo, onnipresente in ogni pagina del libro anche quando Pupella non parla di lui.
Per chi ama il teatro napoletano, per chi non si stanca mai di rivedere le grandi interpretazioni di Pupella Maggio in Natale in casa Cupiello e Le voci di dentro, la lettura di questo libro può essere un piccolo viaggio nostalgico e commovente attraverso qualcosa di prezioso che si sa perduto per sempre.