Non credo che esistano lavori umilianti, ma è umiliante la necessità di dover fare un lavoro che non c’entra niente con quanto si era progettato.
A Napoli ho lavorato in un call center, poi in fabbrica, poi sono stato disoccupato, poi ho avuto proposte di lavoro al limite del surreale, poi me ne sono andato.
Me ne sono andato qualche giorno dopo un colloquio in un’azienda napoletana per un posto da impiegato nell’ufficio commerciale. Mi hanno invitato a questo colloquio senza anticiparmi nulla su contratto e retribuzione, e io ci sono andato pensando che, nella peggiore delle ipotesi, mi avrebbero offerto l’ennesimo contratto di collaborazione, e che mi sarei adattato pazientemente a quegli ottocento euro netti al mese, tirando a campare a casa dei miei. Invece mi hanno offerto – per un lavoro full time – un contratto di stage di cinquecento euro lordi al mese. Gli ho detto di non essere interessato, e loro mi hanno telefonato comunque il giorno dopo dicendo “allora lei comincia il giorno tot, venga domani a firmare il contratto”, straconvinti dell’assenza di alternative e del fatto che a Napoli lavorare full time per cinquecento euro lordi al mese può essere considerata una fortuna.
Dieci minuti dopo essermi congedato da quella telefonata imbarazzante, ho prenotato il volo per Francoforte.
Sono arrivato in Germania e ho trovato lavoro in due giorni, due. Ben pagato, pieno di benefici, coerente con la mia formazione, stimolante, in una grande multinazionale.
Ho una casa mia, una vita mia, non dipendo da nessuno, mi godo i frutti del mio lavoro, sono perfino felice di pagare le tasse, qui, vedendo il modo civile in cui queste mi tornano indietro sottoforma di servizi pubblici.
Dice: embe’?
Embe’ un cazzo. Non conosco quasi nessun mio coetaneo napoletano che ha una casa sua, che non dipende dai genitori, e che ritiene che pagare le tasse sia cosa buona e giusta.
Anzi, se proprio devo dirla tutta, non ho quasi più amici a Napoli. Se ne sono andati tutti. Sono rimasti solo quelli che sono riusciti ad accedere all’impiego pubblico, beati loro. Ed è rimasto qualche disperato che ancora si arrabatta tra l’umiliazione di dover vivere a casa dei genitori e quella di sostenere colloqui di lavoro come quello sopra descritto, mentre racimola qualche spicciolo facendosi schiavizzare in un call center. A trentatré anni.
Avrei voluto tanto rimanere a Napoli, ma non ho avuto scelta.
E a chi non ha avuto scelta suona patetico l’invito di Napolitano a non andarsene.
Vorrei tanto far sapere al signor Presidente che, se avessi avuto la possibilità di scegliere, sarei rimasto. Non pretendevo molto, sarei rimasto perfino con quegli ottocento euro netti che pensavo mi stessero per offrire. Invece accettare cinquecento euro lordi al mese non sarebbe stata una scelta. Sarebbe stata una resa. E ora sono contento di non essermi arreso.
Diciamoci la verità: l’invito a rimanere, rivolto da Napolitano ai giovani, è una stronzatina demagogica in cui non crede neanche il Presidente stesso. Avesse fatto questo invito allora, subito dopo quella telefonata dei cinquecento euro lordi al mese, non credo proprio che mi sarei detto “oh yeah, ha ragione, diamo fiducia a questo paese”.
Quello è un invito che si rivolge a chi ha scelta.
Qualcuno ristabilisca i contatti di Napolitano con la realtà e gli faccia notare che dall’Italia si va via per sottrarsi alle umiliazioni. Per disperazione.