A quanto pare, ci saranno le primarie del Partito Nasional Veneto.
Sono stato sempre molto combattuto su questa svolta indipendentista di Yoshi, e faccio oscillare periodicamente la lancetta dell’importanza dai pro ai contro e viceversa.
Chiarisco immediatamente che gli italiani del Veneto, per quanto mi riguarda, possono benissino mettere su la nazioncina loro, purché la cosa avvenga (esattamente come previsto dal PNV) con un referendum, che però non sia farlocco come quello che inscenò un plebiscito surreale per l’annessione del Regno di Napoli al Piemonte.
E purché la loro nazioncina includa quella macchinetta divorasoldi che è il Trentino, e ovviamente anche il Friuli e la Venezia Giulia, che personalmente non mi hanno fatto niente di male, ma altrimenti diventerebbero exclave italiane, e noi siamo per la continuità territoriale (a meno che la provincia di Belluno non voglia sacrificarsi e costituire il corrispettivo italiano di quella specie di striscia di terra che unisce India e Bengala orientale…).

Scherzi a parte, ho individuato due pro.

Il primo è che l’Italia verrebbe finalmente liberata da un importante bacino elettorale della Lega, che per me si piazza al terzo posto nella classifica delle piaghe purulente della società italiana, dopo la criminalità organizzata e la sudditanza dei mezzi di informazione nei confronti del potere politico.
Se la probabile nazione veneta contribuisse con la sua indipendenza a curare questa piaga, gli italiani non potrebbero che esserle grati.
Ovviamente, estirpata alla radice la ragion d’essere stessa della Lega, se ne libererebbe anche la Venetia.

Il secondo è un ritorno ai rispettivi sensi di cittadinanza pre unitari, una cosa che l’Italia unita non è mai riuscita a generare per bene (attenzione: sto parlando di senso dello stato, non di amor patrio). Probabilmente in un’entità-nazione più raccolta, socialmente più omogenea, si accorcerebbe di molto la distanza che i cittadini percepiscono tra loro e le istituzioni, e che allo stato attuale è abissale.

I contro sono parecchi, sia per la supposta Venetia sia per l’eventuale Italia residua. Ne cito solo due.

Innanzitutto, credo che l’Europa abbia ancora bisogno di grandi stati con il loro proprio peso internazionale. Io sogno un’Europa nazione con un’identità unitaria molto forte, il cui territorio abbia fatto evolvere gli storici confini politici fino a suddividersi amministrativamente in regioni più omogenee al loro interno. Ma questa è fantageopolitica molto lontana dal realizzarsi. L’Europa in questa epoca è ancora un burocratodonte pachidermico le cui nazioni costitutive hanno ruolo e influenza molto vari a livello internazionale, perciò sdoppiarsi in tanti microstati significa diventare meno capaci di promuovere i propri interessi davanti alle superpotenze, tramontanti o nascenti che siano.
Ma non escludo che proprio questo processo di frammentazione possa portare poi alla formazione di un’Europa più compatta sulla politica estera.

In secondo luogo trovo che l’Italia, tutto sommato, sia culturalmente molto più unita di quanto lo siano altri paesi europei che non sono interessati da desideri secessionisti. Per dire, trovo che tra un bavarese, un sassone e un amburghese ci siano più differenze culturali che tra un salernitano, un fiorentino e un trevigiano. A queste condizioni, il paese unito può lavorare molto meglio sulla promozione della propria cultura, rispetto a svariati staterelli. Ma non  solo: ha anche un’enorme predisposizione a una presa di coscienza collettiva verso il bene pubblico. Buttare alle ortiche questo potenziale per dichiarare indipendenze qua e là è decisamente un peccato storico.

Infine una considerazione. Spero che Yoshi non me ne abbia.

Possono menarla quanto gli pare con la lingua veneta, la Serenissima eccetera, ma è chiaro che l’independensa invocata dal PNV è una questione strettamente economica (anche se la presunta ricchezza del Nord-est che regge il resto d’Italia va approfondita).
Bisogna anche ricordare che l’intero Nord-est ha tratto grandi benefici dal Risorgimento a spese del Sud, quando furono letteralmente prosciugate le casse del Banco di Napoli per investire nell’industria dell’ex Serenissima, e quando furono smantellate le infrastutture del defunto Regno di Napoli per creare occupazione al Nord.
Senza voler rinfacciare niente, per carità, ma se una unità nazionale deve intendersi funzionante solo quando il flusso di ricchezza è a proprio favore, tanto vale levare tutto da mezzo, tornare ai comuni, anzi alle poleis greche, e chi si è visto si è visto.
Detto questo, se il PNV dovesse per assurdo portare la maggioranza dei veneti a chiedere l’indipendenza, sarei il primo a battermi perché la abbiano. Ma i motivi su cui sarà stata fondata questa indipendenza saranno patetici agli occhi del resto degli italiani.

Oh, e comunque: una volta indipendente il Veneto, l’Italia non ha più senso. Che si rifaccia quindi il Regno di Napoli, ché noi lì si stava molto meglio prima, ma coi confini storici: ridateci Formia e Gaeta, l’Abruzzo Ultra, l’arcipelago pontino, più un maxi risarcimento per l’arcipelago di Pelagosa, che ora appartiene alla Croazia grazie all’inettitudine dei Savoia.

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