Ho fatto colazione per l’ultima volta dal vecchietto dei churros, che poi ho scoperto che si chiama Carlos.

Ho mangiato di nuovo nel mercatino di San Miguel, vicino Plaza Mayor. Un’insalata di mare di roba buonissima e un pincho con la ventresca.

Ho fumato. Ufficialmente avrei smesso di fumare sei anni fa, ma appena arrivato a Madrid ho comprato un pacchetto di sigarette per ragioni che ancora mi sfuggono, e ho fumato. Sarà che lì tutti fumano ovunque. Sono stato contento di fumare a Madrid. Lo stile di vita ipersalutistico di Francoforte mi aiuterà a non ricominciare.

Ho stabilito che il mio quartiere madrileno preferito è Malasaña.
La Huerta è esteticamente più bello, ma mi è parso l’habitat naturale della sinistra radical chic. Se Madrid ha un corrispettivo iberico di Fiorella Mannoia, è lì che abita.
La Chueca ha degli angoli incantevoli, e alterna lounge bar molto milanesi, pieni di frocie tirate a lucido, a tapas bar trasandati, pieni di freakettoni. Accanto alla libreria antiquaria c’è la sudicia salumeria cinese. L’uno di fronte all’altro, il negozio di design italiano e il kebabbaro turco. Il negozio di abbigliamento per bambini e il sex shop con la vetrina piena di “giocattoli” sullo stesso marciapiede. Un miscuglio che soddisfa tutte le esigenze, e un posto dove passare innumerevoli serate di seguito senza annoiarsi mai. Ma troppo incasinato per viverci.
La Malasaña mi è sembrato un concentrato di bella vita madrilena appena sfiorato dal casino del resto della città, sebbene anche qui il vociare sia il rumore ambientale permanente dei vicoli (mica lo sapevo, io, che gli spagnoli parlano così tanto, così ad alta voce, e tutti insieme…). Pieno di edifici modernisti bellissimi (e molti appartamenti in vendita; sarebbe interessante verificare i prezzi al metro quadro), negozi e locali che hanno ben poco di turistico, piazzette che appaiono all’improvviso, invase da tavolini di bar dove la gente tapea.
Poi, ovvio, ci sarebbero tanti altri quartieri da esplorare. Non ho potuto vedere tutto.

Ho girato ancora per il centro nel primo pomeriggio, in attesa di prendere la metro per l’aeroporto. È stata una giornata dal tempo bellissimo. Non ho fatto altro che pensare di avere bisogno di un’altra settimana per potermene andare soddisfatto da Madrid. Ma alla fine il destino crudele ha imposto un ritorno in albergo per prendere la valigia, e un estremo addio alla città, effettuato ingurgitando una rosquilla de anis in Plaza San Martin, dove c’era una specie di festa di piazza con prodotti tipici, dolciumi e tutto quanto. Ho mangiato la rosquilla con un po’ di nostalgia, pensando: tutto questo continuerà, Madrid sarà bellissima anche domani, dopodomani, il mese prossimo, ma io non sarò qui.

Ho preso la metro per l’aeroporto, la linea 8 che parte da Nuevos Ministerios e ti porta al terminal che preferisci in venti minuti e senza sovrapprezzo sull’abbonamento settimanale cittadino. Non mi lamenterò dei 3,70 euro della S-Bahn per l’aeroporto di Francoforte, lo farò invece dei quindici pound che a Londra si esigono per essere portati a Stansted, Heathrow o Gatwick.

Ho verificato che dire che il terminal 4 dell’aeroporto di Madrid Barajas è avveniristico non rende giustizia. È fantascientifico. Ha immediatamente scippato a Monaco la prima posizione nella classifica degli aeroporti più belli in cui sono stato (Iberia invece si piazza al terzultimo posto delle compagnie con cui ho volato, meglio solo di Alitalia e Ryanair).

Ho impiegato un’ora e mezza a andarmene dall’aeroporto di Francoforte, tra bagaglio che non arrivava e S-Bahn in ritardo. Senza voler sminuire i problemi di Fiumicino, la prossima volta che ve ne lamentate non assegnate ai suoi disservizi un carattere di esclusiva italianità.

Mi sono svegliato stamattina con un desiderio fortissimo di tornare in Spagna, sia a Madrid che in Andalusia, e sto già vedendo i voli per un fine settimana al più presto.

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