Poco fuori la Chueca è pieno di prostitute, alcune anche molto belle, ma tutte con l’aria incazzata. Ieri sera una un po’ avanti con gli anni mi fa “hola guapo, vamos?” con un tono non proprio convinto, come a dire “questo è un altro frocio che sta andando alla Chueca, ma fammi provare ché magari mi so’ sbagliata”. Un’altra poco vestita sta sdraiata su una vespa e sembra uscita dai Buchi neri di Pappi Corsicato; due ragazzine passano e le chiedono “no tiene frio?”, lei le manda a cacare bofonchiando qualcosa che non comprendo.
Infine nella Chueca: basta chiedere un’informazione, una sigaretta, basta scambiare una prima parola per un qualsiasi motivo con qualcuno e ci si ritrova a chiacchierare a lungo. L’antitesi dell’approccio alla tedesca, che in realtà non esiste, quindi l’antitesi del nulla. L’antitesi anche del mio personale modo di gestire le relazioni estemporanee, e infatti non riesco ad abituarmici e non approfondisco, pur apprezzando moltissimo la cosa. È per questo che sto incominciando ad amare molto Madrid: è una città che potrebbe addirittura cambiarmi.

Stamattina colazione nel baretto di fronte all’albergo: una montagna di churros con cioccolata rovente per soli due euro. È gestito da un vecchietto che ha modi di fare educati ma sbrigativi. Mi sta molto simpatico. Prepara anche da mangiare, una sera di queste ci passo.

Avevo in programma di andare finalmente a visitare il Prado stamattina, ma i due bradipi che ho lasciato a Siviglia si sono rifatti vivi e dicono che saranno a Madrid domani sera, quindi ci andrò giovedì con loro.

Mi sono incamminatoper il Thyssen pensando di aver fatto una cazzata a comprare l’abbonamento settimanale della metro. Conviene solo se si prende la metro per una media maggiore di tre volte al giorno, e io, infaticabile camminatore, non lo faccio. L’avrò presa quattro volte in tutto da quando sono a Madrid. L’abbonamento poi è un tagliandino striminzito con grandi potenzialità di smarrimento. Ci mancherebbe solo questa.

Fuori da un albergo lussuoso in centro trovo una folla di ragazzine brufolose in delirio che spingono sulla transenna che le tiene lontane dall’entrata. Mi incuriosisco, chiedo a una di loro se parla inglese, e mi rispondono di sì in coro, la qual cosa mi fa ben sperare sulle capacità linguistiche della prossima generazione di cassiere, bariste e bigliettaie spagnole. Insomma, stanno aspettando i Tokyo Hotel che sono asserragliati in quell’albergo.

Vado oltre. Passo per quella che ho già eletto come mia piazza madrilena preferita: Plaza de Canalejas. Piccola ma trafficata, maestosa ma raccolta, perfettamente circolare e moderatamente modernista (a proposito di modernismo: anche l’albergo dove alloggio è in un edificio modernista; il vicolo è così stretto che ci ho messo un po’ ad accorgermene).

Il museo Thyssen-Bornemisza non è eccessivamente grande. Si visita in un’ora e mezza senza tralasciare niente. C’è un Goya minore, alcuni Tiepolo, Canaletto, Preti, Giordano, innumerevoli fiamminghi e un po’ di robina medievale tedesca. Sapevo dell’esistenza di tre Tiziano al Thyssen, ma non ce li ho trovati, se escludiamo un avviso sul suo San Girolamo che è stato prestato per una mostra altrove (Boston, se ricordo bene). Ma veniamo all’opera principale: Veduta della Reggia di Caserta con Vesuvio di Jacob Philipp Hackert. Un’opera che mi ha incantato non tanto per la qualità in sé (magari per i critici veri è una crosta) ma per quello che rappresenta e che io avevo solo immaginato: la provincia della Terra di Lavoro nel ‘700. Il dipinto è una veduta dal declivio del colle su cui sorge Casertavecchia, e spazia su tutta la campagna casertana, con il Vesuvio e il suo vecchio pennacchio di fumo all’orizzonte. Una distesa verde di campagna e boschi che va da Caserta, un pugno di case attorno alla Reggia, a Maddaloni, con il suo colle ancora intatto (oggi è mezzo mangiato da una cava). Volendo fotografare lo stesso panorama oggi, verrebbe fuori un’oceanica colata di cemento e, beccando il periodo giusto, a sostituire il pennacchio del Vesuvio ci sarebbe anche un bel rogo in qualche discarica abusiva della camorra. In quel quadro ho visto finalmente l’immensa bellezza di quella che è stata la campagna felice per duemila anni e che io ho avuto la sfortuna di conoscere nel secolo sbagliato. Stavo quasi per mettermi a piangere.

Il primo pomeriggio sono stato in giro per il quartiere della Huertas, quello cosiddetto letterario. Caffè, librerie, ristoranti con “organic buffet” e un po’ di robina etno-chic qua e là. A parte questo, il quartiere è molto bello. E silenzioso. Cosa strana per Madrid.

Quando poi arrivo al Museo dell’Accademia di Belle Arti è troppo tardi per entrarvi, ma meglio così: domani l’entrata è gratuita, quindi lo abbino al palazzo reale, che pure di mercoledì non si paga.

Oggi ho ingurgitato tante cose buone di cui non ricordo i nomi. Dovrei cercare in rete, ma non ne ho la forza. Ora sono assalito dalla stanchezza e non ho manco voglia di uscire. Non ho voglia neanche di rivedere un po’ i verbi di questo post, tra i quali qualcosa non quadra. Chiedo clemenza.

La tv dell’albergo prende anche Rai Uno. Tie’, mi passo la serata a obnubilarmi.

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I post andalusi: 1,2, 3, 4, 5.

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