A quanto pare è un delitto andarsene dall’Andalusia senza aver visto la Mezquita di Cordova.
La Mezquita è la cattedrale rinascimentale costruita sulla ex moschea, a sua volta costruita sui resti di quella che fu la cattedrale visigota. Probabilmente un giorno sarà riconvertita nuovamente in una moschea, o magari in cattedrale di scientology o dei rastafariani o di chi sa quale altra feccia predominante. Per adesso posso affermare con certezza che non appartiene più neanche al culto cristiano, visto che basta chiudere gli occhi sotto quei meravigliosi archi moreschi per avere la sensazione di trovarsi in un centro commerciale, tra gente che urla e ride, bambini che schiamazzano e corrono, cellulari che squillano al suono di cavalleria rusticana o di Britney Spears. Nonostante la bellezza indescrivibile del monumento, a queste condizioni purtroppo la visita non è un granché piacevole, quindi si ripropone qui la frustrazione dell’Alcazar di Siviglia e dell’Alhambra di Granada.
La parte rinascimentale (altare e coro) fu commissionata da Carlo V (grande rovina-siti: suo è anche il palazzaccio rinascimentale al centro dell’Alhambra di Granada). Bella è bella, per carità, ma uno non può fare a meno di pensare con rammarico a quanto splendido dovesse essere questo edificio prima delle aggiunte post-reconquista. Tanto per dire, come moschea era un luogo inondato di luce, mentre la trasformazione in cattedrale cristiana portò alla chiusura delle grandi porte con cui terminavano le navate, e quindi al buio pesto.
I dintorni della Mezquita riflettono esattamente lo spirito che regna al suo interno: è tutto un proliferare di negozietti di souvenir-paccottiglia, ristoranti con menu turistici e zingare che rompono i coglioni insistendo come zecche cavalline per leggerti la mano per cinque euro (loro sì che hanno capito il business del turismo). Dulcis in fundo, c’è un Burger King esattamente di fronte all’ingresso della Mezquita. Mi chiedo quanto ci metteranno ad aprire uno Starbucks in pieno patio degli aranci, a questo punto.
Il resto del centro storico, comprendente il vecchio quartiere ebraico della Juderia, non è da meno: vicoletti pieni di ristorantini “tipici” e negozi turistici di artigianato di dubbio gusto, stoffe colorate e maioliche fetenti. Insomma, sembra di essere nella Positano dei poveri. Almeno questo è ciò in cui hanno trasformato la parte occidentale della città vecchia, che sarebbe invece molto più bella se ripulita da tutte queste marchette al turismo. Vale la pena visitare giusto il piccolo Alcazar e la vecchia sinagoga, a patto di farlo nelle prime ore del mattino per evitare di scontrarsi con le orde barbariche di gente schiamazzante (nella sinagoga per fortuna eravamo solo in due, io e un tale che aveva una maglietta con su scritto “Free Palestine” e si aggirava con interesse fotografando qua e là).
Molto più interessante invece la parte orientale, meno frequentata dai turisti e quindi più autentica. Al limite nordorientale del centro storico ho scovato perfino i resti di un tempio romano totalmente ignorati sia dai turisti sia dalla mia Rough Guide. E a proposito del periodo romano, da Cordova mi aspettavo monumenti e glorificazioni di Seneca, che qui è nato, ma non ve ne ho trovati, o probabilmente non si trovano in centro.
Purtroppo non ho avuto molto tempo per visitare Cordova. In tutto ventisette ore per guardarmi intorno e farmi anche una lunga dormita, ché quando sono in giro io cammino senza sosta per ore, e mi siedo solo quando sono davvero esausto, interrogandomi tra l’altro sui meccanismi che mi impediscono di avere più spesso la geniale idea di fare una pausa. Ma tant’è: il consumo di energie si converte in un bonus da spendere in grassi e carboidrati, e quindi ci do dentro con le prelibatezze locali (c’è un rustico di pasta sfoglia, formaggio e prosciutto cotto che chiamano “napolitana”, che somiglia a quella che a Napoli si chiama “parigina”, e chi sa come è chiamata a Parigi). Non mi sembra comunque che ci sia gran varità di prodotti tipici. Cordova millanta la prelibatezza del torrone locale, ma io a Napoli ho Benevento a due passi, e lì sul torrone non si scherza. Ne ho comprato comunque un pezzo da portarmi in Tedeschia, poi saprò dire. Mi fa morire comunque l’ingenuità con cui gli spagnoli utilizzano il termine “vegetariano”: a quanto pare non considerano carne tutta quella che viene lavorata o che proviene da una scatoletta, e quindi in un tramezzino “vegetariano” è possibile scovarci anche del prosciutto cotto o del tonno. Ho un paio di amici vegetariani che qui avrebbero serie difficoltà a procacciarsi del cibo. Adoro però la loro prima colazione: cafè con leche y tostada, ovvero un mezzo panino tostato e condito con olio di oliva. Certo, fino a ora l’ho solo vista e non provata, perché nel frattempo ho rivalutato i churros e faccio colazione con quelli.
Oggi sono arrivato a Madrid con il treno ad alta velocità. Anche la Mancia è una terra arida disseminata di uliveti e fabbriche e miniere abbandonate. La prossima volta che scendo in Spagna affitto una macchina e mi fermo dove mi pare.

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