Madrid va postata giorno per giorno, perché purtroppo non ho l’abitudine di prendere appunti, e dei grossi attacchi di pigrizia mi trattengono spesso anche dall’estrarre la macchina fotografica dalla sua custodia. Quindi il rischio di dimenticare, data anche l’età che avanza, è grande.
Arrivato ieri pomeriggio. L’albergo è una pensioncina gay ai limiti del quartiere gay, la Chueca. È tutto gay qui. Anzi, avviso subito che Madrid, tra le città che ho visitato fino a ora, ha il quartiere gay più grande e più frequentato.
Arrivare a Madrid dall’Andalusia significa immergersi di colpo in una dimensione metropolitana inaspettata. Sapevo che Madrid fosse così bella, ma che avesse anche un colpo d’occhio così metropolitano no, non me lo immaginavo proprio, nonostante le innumerevoli foto viste. Plaza Callao potrebbe essere la Times Square iberica.
E comunque mi sento tanto un provinciale sbarcato nella grande metropoli. Non so se avete presente Totò e Peppino divisi a Berlino.
Ma torniamo alla questione gay. Ieri sera ho potuto appurare che non solo alla Chueca, ma anche negli altri quartieri è pieno di coppie gay e lesbiche che non hanno alcun problema a scambiarsi effusioni in pubblico. È una cosa su cui l’Italia ha molto da imparare, Santanché permettendo e tutti quelli che come lei ora hanno imparato la cantilena ipocrita della sobrietà da esigere come prevenzione delle discriminazioni. Ogni coppia gay che si bacia in pubblico è un tassello di emancipazione guadagnato, e quindi di diritti. Non credo proprio che le coppie gay di Madrid abbiano cominciato a rendersi visibili all’indomani della legalizzazione del matrimonio omosessuale. Credo invece che la conseguenza sia stata esattamente al contrario. Italia, impara.
Veniamo a oggi.
Avrei voluto togliermi subito il pensiero del Prado, del Thyssen-Bornemisza e del Reina Sofia, ma ho scoperto che i primi due sono chiusi il lunedì, e quindi mi sono dovuto limitare al terzo, con grande senso del dovere più che del piacere, dati i miei noti problemi con l’arte contemporanea. Del Reina Sofia vorrei tanto evitare di scrivere, onde evitare che qualcuno mi accusi di bestemmiare se dico che mia nipote di meno di tre anni è capace di opere dalla profondità artistica ben maggiore di certe croste di Picasso. Per fortuna, comunque, è stato molto meno noioso dell’Hamburger Bahnhof di Berlino (primo posto nella classifica dei musei più pieni di paccottiglia che difficilmente verrebbe identificata come arte fuori da una sala espositiva), del Madre di Napoli (secondo posto) e della Tate Modern di Londra (terzo), grazie a Gaudì e nonostante la numerosa presenza di “opere” di Oskar Schlemmer, che non conoscevo ma che ho inquadrato immediatamente come artista contemporaneo più sopravvalutato del mondo, non già per l’esposizione in un museo ma proprio per la definizione di “artista”.
Pranzo post museale da Fast Good. Il nome è orrendo e potrebbe far pensare alla solita catena di fast food. In realtà si tratta di un ristorante dello chef catalano Ferran Adrià, che si è messo in testa di portare la cucina di classe e gli ingredienti di qualità nel mondo della ristorazione veloce. Impossibile pensare di esimersi, anche se il ristorante non è proprio in centro, ma nel quartiere di Chamartìn. Ho mangiato un hamburger buonissimo alle erbe aromatiche accompagnato da patatine fritte nell’olio extravergine di oliva, decretando infine che ne è proprio valsa la pena, dato anche il prezzo di soli dieci euro, bibita e macedonia di frutta inclusi.
Lì ho anche avuto finalmente il mio primo incontro ravvicinato con i famosi orari madrileni spostati in avanti rispetto al resto d’Europa: il ristorante si è riempito solo alle due e mezza di gente scesa dagli uffici per la pausa pranzo. Non ho potuto fare a meno di pensare ai miei colleghi tedeschi che si alzano dalla scrivania e scendono in mensa in orari più o meno ospedalieri.
Poi, per smaltire il tutto, mi sono incamminato e non mi sono fermato più fino a che ho posato il culo in albergo e ho acceso questo portatile.
Ci tenevo a fare una bella foto a Plaza Mayor, ma purtroppo vi hanno montato un enorme tendone che ospita una mostra-mercato sull’Argentina (in cui non si trova il dulce de leche, quindi non ha senso), perciò da lì mi sono fatto un grande giro in centro, passando per la chiesa di San Francisco el Grande e poi per la Catedral de la Almudena, in verità una cosina un po’ inadeguata alla maestosità e alla magnificenza che contraddistingue il resto della città. Facciata neoclassica, interno neogotico, cripta neoromanica, insomma gli architetti non hanno voluto proprio rischiare, e se la sono presa anche comoda, visto che è stata aperta al culto solo negli anni ’90, se non vado errato. L’interno neogotico in sé non sarebbe affatto male, se non fosse per gli arredi e le decorazioni sgargianti (forse volevano sperimentare un improbabile neobarocco?): le rappresentazioni della Via Crucis nell’abside potrebbero essere state create da Roberto Cavalli o Donatella Versace. Da notare che in Spagna, nelle chiese più importanti per il turismo, vengono costantemente diffusi canti gregoriani o altra musica sacra, la qual cosa ha un effetto un po’ cafone.
E come al solito, quando visito una città nuova, mi domando se ci vivrei.
Dopo un solo giorno la risposta è sì, ma data con molta cautela. Io adoro le grandi metropoli che siano belle e con un’offerta umana estremamente variegata, costi sostenibili e nessuna particolare difficoltà a conquistarsi una qualità della vita decente. Insomma, Berlino. Madrid è bella indubbiamente, ma bisogna capire se è anche tutto il resto. Stranamente, è anche l’unica capitale dell’Europa occidentale in cui non vive nessuno di mia conoscenza che possa illuminarmi.

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